lunedì 20 luglio 2009

ELVIS COSTELLO - Secret, Profane & Sugarcane


17/06/2009
Rootshighway

VOTO: 7


Dice il saggio: mai riprovare a vivere le belle sensazioni del passato, la delusione sarebbe assicurata. Parole al vento per Mr. Elvis Costello, che da qualche anno pare sia entrato in una fase di nostalgia per i tempi d'oro e sembra stia cercando in tutti i modi di ricreare i dischi passati. E così dopo la ricerca del fervore giovanile del precedente Momofuku, ecco che il paio di occhiali più strafottenti del rock sono andati di nuovo a ricercare quelle radici di american-music scoperte ai tempi del cover-album Almost Blue, e espresse più personalmente con l'epocale King Of America del 1986. Secret, Profane And Sugarcane, con la sua scelta di riproporre il team con T-Bone Burnett, nasce destinato a dover sopportare il peso di questa eredità, e probabilmente non meritava questo triste destino. Se Momofuku infatti trovava un paio di zampate vincenti degne dei giorni migliori, ma nel complesso si risolveva in un disco davvero nostalgico per l'Elvis che fu, qui Costello fa forse il primo passo in avanti dopo più di dieci anni di album di pregevole routine.

E se Costello dimostra di avere ancora in corpo la stessa scintilla che nel 1986 lo trasformò in un credibile roots-singer con Gram Parsons nel cuore, è T-Bone Burnett a non essere più quello di un tempo. Allora era un produttore alle prime armi, con molte buone idee su come adattare alla tradizione americana i suoni degli anni 80; oggi invece con lui si va sul sicuro, grazie a quel suono caldo e pieno che gli ha permesso in anni recenti di trasformare Robert Plant in un credibile country-singer e il rockettaro John Mellencamp in un perfetto interprete blues e folk. Paragonare questo disco a King Of America è dunque fargli un ingiusto torto, perché oltre a non poterci competere per questioni storiche, prima ancora che artistiche, semplicemente non ne ricalca affatto lo stile e lo spirito. Un brano come My All Time Doll ad esempio è "100% Pure Costello", ma l'intreccio di chitarre e mandolini porta decisamente il marchio di fabbrica del nuovo Burnett, e il matrimonio appare davvero nuovo e inedito.

Il pregio dell'album è quello di riuscire a non bearsi troppo delle sue perfette sonorità, ma di ridarci un Elvis in piena forma anche come autore in brani come Red Cotton o le struggenti She Was No Good e She Handed Me A Mirror, o perfettamente a suo agio con il linguaggio più puramente country (The Crooked Line e I Felt The Chill, con le divine Emmylou Harris e Loretta Lynn) e pure parecchio divertito in Hidden Shame e il bellissimo lungo blues Sulphur To Sugarcane. Il risultato finale è buono, anche se manca sempre la freschezza e il genio dei giorni migliori, e qualche frettoloso errore rende il tutto perfettibile (la nuova versione di Complicated Shadows fa rimpiangere quella di All This Useless Beauty, mentre nella parte centrale il disco si siede e perde un po' di ritmo). Ma sempre come dice il saggio: chi fa, sbaglia.
(Nicola Gervasini)

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