FOY VANCE

FOY VANCE
LIVE AT BANGOR ABBEY
Glassnote Record
***1/2

Per sapere chi sia Foy Vance andate pure alla voce “miracolati delle tv-series” della nuovissima enciclopedia della storia del rock (una qualsiasi..). Irlandese doc, Vance ha due soli album all’attivo (Hope del 2007 e Joy Of Nothing del 2013), senza contare un buon numero di EP, ma deve i suoi canonici 15 minuti di notorietà al fatto che nel 2006 ben due sue canzoni finirono in un episodio di Grey’s Anatomy. Era sconosciuto allora (se non per una curiosa partecipazione ad un talent show televisivo in una imitazione di Andrew Strong dei Commitments), non è conosciutissimo oggi se non in patria, eppure per lui è già tempo di live-record antologico. Ben venga, perché Live At Bangor Abbey ci permette di scoprire un cantautore di stampo american-rock tradizionale davvero valido, per quanto non originalissimo. Per darvi coordinate classiche siamo dalle parti di un Willie Nile quando ha velleità d’autore (come ad esempio nell’ultimo album If I Was a River), un Michael McDermott quando s’innamora, momenti di folk-riflessivo alla John Gorka (Be My Daughter, Two Shades Of Hope)  o parecchie affinità ha con il James Maddock  più recente. L’album assembla il meglio di due serate in cui Foy Vance è stato accompagnato da un intera orchestra d’archi oltre che dalla sua band, e questo rappresenta davvero un’opportunità speciale per una produzione indipendente. Il suono infatti è pieno, gli archi fanno davvero il loro mestiere nel l’estetizzare un pugno di valide canzoni, e Vance, conscio della grande occasione, canta con forza e trasporto. Qualcuno magari lamenterà l’assenza di un taglio più rock, il fatto che praticamente tutti i brani mantengano un tono epico-romantico (Regarding Your Lover ad esempio gira  dalle parti di David Gray),  ma è innegabile che il disco abbia un impatto emotivo davvero suggestivo e una registrazione talmente perfetta che lascia qualche dubbio sul fatto che ci siano state o no qualche sovra-registrazione di studio (il pubblico normalmente si sente solo a fine brano). C’è anche uno dei brani finiti in Grey’s Anatomy (Homebird, numero solo voce e chitarra), momenti di sentita partecipazione del pubblico (il coro e battimani finale di Guiding Light), per il resto la scaletta offre davvero il meglio della sua produzione e costituisce un punto di partenza ideale per poterlo seguire. Vi basta avere ancora un cuore-rock che pulsa sul lato romantico della strada, lasciarvi andare alla grandeur in melassa di brani come Feel For Me o You And I, dimenticarvi il rock da barricata, e questo album vi entrerà nel cuore.

Nicola Gervasini

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