STORNOWAY
BONXIE
Cooking Vinyl
***
Sono di Oxford gli Stornoway,
anche se il nome deriva dal piccolo capoluogo delle isole Lewis e Harris in
Scozia, città che i quattro non hanno mai visitato, ma che pare sia nota in
tutto il Regno Unito perché sempre citata nelle previsioni del tempo nazionali.
Sono attivi dal 2006, e Bonxie è il loro terzo album dopo Beachcomber's Windowsill del 2010 e il
ben accolto Tales from Terra Firma
del 2013. Una storia breve ma radicata quanto basta perché la realizzazione di
questo album sia stata totalmente finanziata dal crowdfunding (ci tengono a far
sapere che hanno raggiunto il 222% di quanto sperato inizialmente). Dediti ad
un folk di marca indie un tempo votato agli strumenti acustici, sono visti in
patria come una valida alternativa ai più noti Lumineers (ma avere una hit folk
che finisce negli ipod dei quattordici anni è un caso talmente anomalo che non
capiterà più per almeno i prossimi trent’anni).
Il combo è formato dal cantate/autore/chitarrista Brian Briggs, dal tastierista Jonathan Ouin e dalla sezione ritmica
formata dai fratelli Oli e Rob Steadman. Dopo una partenza tutto sommato
coerente con lo stile degli album precedenti (Between the Saltmarsh and the Sea), Bonxie si rivela subito
come un ulteriore salto avanti nella creazione di uno stile proprio. Lo
scanzonato e divertente dance-pop di Get
Low e la beatlesiana Man On The Wire
infatti virano il suono verso un brit-pop anni 90 di marca Blur, nonostante la
voce di Briggs sempre più sembra un mix tra Colin Meloy dei Decemberists e un
Damon Albarn in versione più folk. Molto bella The Road You Didn’t take, folk song di stampo classicissimo, che
apre ad un ulteriore cambio di stile con la scanzonata e quasi ska Lost Youth (siamo in zona Madness qui),
mentre Sing With Our Sense torna a
citare modelli brit-pop come i James. Dopo i primi frizzanti colpi il disco si
siede leggermente con una We Were Giants
che non trova una propria personalità, una ripetitivamente troppo poppish When You’re Feeling Gentle e un numero
alla Pulp un po’ confuso come Heart of
The Great Alone. Si torna in carreggiata con il folk corale di Josephine e
si chiude con il muro di fiati della bella Love
Song of The Beta Male. Troppe idee e voglia di fare troppe cose, ma in ogni
caso Bonxie è una buona occasione per
conoscerli e apprezzarli.
Nicola Gervasini
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