PETER BRODERICK


PETER BRODERICK

THESE WALLS OF MINE

Erased Tapes/Self

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Se siete dei cultori della musica indie europea (“intenditore” è troppo vista la mole di materiale che circola nel genere) non vi saranno sfuggiti a suo tempo i dischi degli Efterklang, band danese molto apprezzata anche negli Stati Uniti. Tra i musicisti che si sono uniti alla loro epopea sia in studio che live c’è anche Peter Broderick, violinista dell’Oregon trapiantato a Berlino (ha suonato anche con M Ward) che da qualche anno ha intrapreso anche una nutritissima carriera solista sotto l’egida della Bella Union, etichetta specializzata nel dare voce agli artisti più originali e sperimentali dei nostri anni. Ma che nel caso di These Walls Of Mine deve essersi tirata indietro, se è vero che questa “Esplorazione dal gospel al soul attraverso il parlato, il rap e il beatboxing” (che, per la cronaca, è l’imitazione delle percussioni fatta con la voce tipica dei rapper da strada) esce per le vie ancor più indipendenti della Erased Tapes. Un esperimento folle in effetti questo album, tanto da apparire persino affascinante e curiosamente ascoltabile. Come recitano le note di copertina: “non ho ancora deciso de These Walls Of Mine è genio o solo sregolatezza. Mi sconvolge alquanto, ma è anche maledettamente piacevole” . Registrato praticamente in solitaria nel corso di tre anni di tournee tra Copenahghen e Berlino, i dieci brani che lo compongono hanno la particolarità di avere testi di varia provenienza della vita di tutti i giorni, come ad esempio quelli di Freyr! o I Do This, dove Broderick si limita a recitare/cantare le parole di alcune email su basi folk. La vita quotidiana entra nella musica, come un unico social network, o per dirla con le parole di una delle mail recitate, “Ascoltare una canzone è come caricare una foto su Flickr, scegliersi una maglietta per uscire, parlare con qualcuno, guardarlo”. L’arte diventa il nostro quotidiano, roba da fare orrore a chiunque si sia detto “artista” con la A maiuscola nel novecento, ma che oggi appare quantomai attuale in un era in cui davvero ascoltare musica non è più considerato un fatto straordinario. E forse questo album, pieno di provocazioni ma anche di buone canzoni (la title track ad esempio), potrebbe essere ricordato come un precursore di una nuova via di fare musica dalla propria camera, con il proprio pc. E, fortunatamente, ancora con i propri strumenti musicali.
Nicola Gervasini

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