mercoledì 6 febbraio 2013

RAYMOND BYRON AND THE WHITE FREIGHTER - LITTLE DEATH SHAKER


RAYMOND BYRON AND THE WHITE FREIGHTER
LITTLE DEATH SHAKER
Asthmatic Kitty Records
***1/2
E avanti un altro. Non si placa la moda tutta anni 2000 del frontman che si fa crescere una lunga barba da eremita e si veste di nuovi panni in puro indie-style (copertina da manuale in questo senso…). Stavolta tocca a Raymond Raposa, leader (se non unico one-man band) dei Castanets (anche qui la moda 2000 dell’eterno dubbio “ma è un gruppo o una persona sola?” lo ha colto fin dal suo esordio del 2003), che cambia nome e fonda i Raymond Byron and the White Freighter , nickname probabilmente estemporaneo nato per dare paternità ad una manciata di brani che sembravano essere fuori contesto rispetto alla sua solita produzione.  Little Death Shaker è un bell’insieme di dark-songs lente e spesso alquanto elettriche nel sound, qualcosa che più che dall’indie-folk degli anni 2000 va a pescare nell’underground degli anni precedenti, prendendo un po’ a prestito la strascicata elettricità di Jason Molina e certa poesia da blues distorto dei Gun Club. Tra country obliqui (Don’t That Lake , Just Shine, con un toy-piano decisamente alla Neil Young), folk disturbati (Turnpike Bedsheet) e brani rauchi basati su una chitarra elettrica iper-amplificata (Allegiance), l’album evidenza buona ispirazione e una penna spesso notevole (ad esempio l’ottima Some Of My Friends, riflessione sulle false amicizie di superficie che popolano la nostra esistenza, con un testo che non lesina battute di spirito come “alcuni miei amici sono gelosi l’uno del manager dell’altro”). La lezione da folk intimista (se non proprio “depresso”) affiora più nella parte centrale, con l’intensa Whipporwill, cantata con voce rotta e impreziosita da una crescente sezione fiati. Quello che più si apprezza di Little Death Shaker è che proprio nella sua monolitica assenza di ritmo, non è comunque avaro di soluzioni e strumenti, con alcuni importanti interventi come quello di Matthew Houck alias Phosphorescent che ingentilisce l’incedere oscuro di Some Kind OF Fool e Meridian,MS., oppure la soffice voce di Talia Gordon  che ridona nuova linfa alla bella You’re Not Standing Like You Used To di Kate Wolf (l’altra cover presente è You’ll Never Surf Again del folksinger Dan Reeder). Talvolta si esagera, come in una State Line che pare registrata negli inferi in compagnia di un giovane Nick Cave e che risulta un po’ faticosa, ma sono particolari. Disco intrigante per la sua tetra veste sonora,  Little Death Shaker è opera da suonare rigorosamente di notte, stando però bene attenti che i vicini siano già in sonno profondo. Potreste essere causa dei loro incubi.
Nicola Gervasini

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