martedì 22 giugno 2010

VARI - In My Room


Se i tribute e i benefit album sono prodotti destinati a contare poco nella storia (a parte qualche lungimirante caso), è anche vero che è oggi ancora possibile assemblare progetti che possiamo definire “intelligenti”. In My Room fa parte di questa schiera, è un disco pensato per raccogliere fondi per la ricerca sulla sclerosi multipla ed è promosso dalla National Multiple Sclerosis Society. Lasciamo da parte i discorsi sul fine dell’operazione, che servirebbero solo a ribadire l’importanza della causa anche per chi non è affetto da questo male, e passiamo ai complimenti per la regia del progetto affidata a D.C.Anderson, un personaggio tutto da scoprire, nato nel mondo del cabaret e del teatro di Broadway, ma da anni protagonista di una carriera da songwriter d’ispirazione folk e di spettacoli che riscuotono molto successo negli Stati Uniti, unendo gags, canzoni autografe e rivisitazioni in chiave tradizionale di classici. Anderson ha riunito una serie di artisti della nuova scena folk statunitense, crogiolo sempre più brulicante quanto sorprendente di artisti votati ad un ritorno moderno, quanto mai rispettoso, delle tradizioni della madrepatria britannica. Venti artisti, tra cui lo stesso Anderson, che sono stati liberi di scegliersi un brano altrui con l’unico criterio della solidarietà e dell’altruismo come denominatore comune, un esperimento interessante che ha portato qualcuno a scegliersi pezzi di grandi nomi. E così il country-oriented Mike Reid insegna a Billy Joel come s’interpreta al piano To Make You Feel My Love di Dylan, la veterana Catie Curtis pizzica le corde dell’incoraggiante If I Should Fall Behind di Bruce Springsteen, Roy Zimmerman trova il lato romantico di Octopus’s Garden dei Beatles versione Ringo Starr, ma qualcun altro ha provato ad affrontare brani meno noti al grande pubblico (bella ad esempio la Nobody’s Crying di Patty Griffin offerta da Lori Lieberman). Il clima generale lo intuite, sound rigorosamente acustico, voci sussurrate, qualche episodio inevitabilmente zoppicante e qualche mancanza di personalità (Sally Fingerett rifà People Get Ready di Curtis Mayfield esattamente come se la immaginerebbe Joni Mitchell), ma anche bei diversivi come la vena gospel di Teresa Tudury nel rifare You Don’t Miss Your Water di William Bell, il bel bluegrass improvvisato dai Modern Man per The Last Thing On My Mind di Tom Paxton, la Picture In A Frame di Tom Waits ribaltata da Ritt Henn, per finire con la splendida Jolene di Ray Lamontagne offerta dagli Arlington Priest. E ci sarebbe da scrivere pagine intere su questi artisti minori di vecchia e nuova generazione che sarebbe bene approfondire approfittando di queste sfide apparentemente impari con songbooks di alto rango, a cominciare da quel Peter Bradley Adams che abbiamo recensito su queste pagine solo pochi mesi fa, che conferma di essere avanti a tutti con una toccante rivisitazione di una difficile I Hear Symphony di Matthew Ryan (epoca East Autumn Grin) che apre alla grande un disco davvero carico di spunti di ricerca musicale.

Nicola Gervasini


Buscadero Giugno 2010

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