martedì 14 aprile 2026

SMASH PALACE

 

 

Smash Palace

87

Dualtone

***1/2

Era il 1985, tempi in cui un contratto con una major (la Epic in questo caso) poteva svoltare la vita anche ad una band come gli Smash Palace, quartetto del New Jersey che fin dal 1981 aveva infiammato non pochi locali col nome Quincy (ci pensò Quincy Jones a fargli cambiare nome minacciando cause legali). Il loro esordio omonimo fu anche promosso con doveroso video in heavy rotation su MTV (Living on the Borderline), la label li mandò in tour come spalla dei Mr. Mister (ai tempi dei big, grazie alla hit Broken Wings), ma le vendite furono considerate scarse. Per il secondo album quindi il loro manager li convinse a passare alla Polygram, ma lasciarono la Epic senza ancora il contratto in tasca, e il manager si volatilizzò assieme al promesso contratto con la nuova major mentre già stavano registrando le nuove canzoni. I due leader, i fratelli Stephen e Brian Butler, hanno poi tenuto viva la sigla tra stop e riprese e inevitabili alti e bassi di una carriera da outsider, in alcuni casi anche recuperando già alcune di queste canzoni in dischi successivi.

Ci pensa oggi la Dualtone a stampare 87, il mai uscito secondo album, ed è una bella riscoperta, non perché tra questi brani ci potesse essere una potenziale hit che li avrebbe lanciati (anzi, la mancanza di un singolo accattivante fa capire come mai nessuno si sia poi fatto avanti per comprare i diritti dell’album), ma perché qui si parla di un’era in cui i dischi si registravano in studio con produttori e tecnici di primo ordine e con la dovuta attenzione ai particolari. E il confronto qui si può fare perfettamente, perché dei dieci brani, 5 sono gli originali del 1987, 5 sono invece demo di quelle session ritoccate dalla band di oggi (riunita nella formazione originale per l’occasione). Insomma, gli Smash Palace hanno finito un lavoro lasciato a metà nel migliore dei modi, fornendo una serie di intriganti canzoni che, fin dall’iniziale Bitter Blue, richiamano i Psychedelic Furs (con il loro leader Richard Butler, Brian Butler condivide cognome e timbro di voce), ma la label per presentarli cita Tom Petty, Cheap Trick, Marshall Crenshaw e gli Smitheerens, e vi assicuro che nessuno di questi nomi pare del tutto fuori luogo. Era un rock and roll che in qualche caso flirtava parecchio con il power-pop e la new wave, con brani che stanno tra i Godfathers (Poor Man’s Paradise) o gli Stranglers (Top Of The World), che trasudano rock da bassifondi (I’ll Be There, questa sì “pettyana”) o che più che del New Jersey, li fa sembrare una band australiana sospesa tra Hoodoo Gurus (Everything Under The Sun) e Died Pretty (Imaginary Lines). Erano gli anni Ottanta in ogni caso, e il pegno al pop radiofonico dell’epoca è pagato con brani come Along For The Ride o Centipede, che ricordano quasi gli ABC (che nel genere suona come un complimento), e in First Time Of Everything affiora anche una drum machine d’altri tempi. Un recupero doveroso.

Nicola Gervasini

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