Smash
Palace
87
Dualtone
***1/2
Era il
1985, tempi in cui un contratto con una major (la Epic in questo caso) poteva
svoltare la vita anche ad una band come gli Smash Palace, quartetto del
New Jersey che fin dal 1981 aveva infiammato non pochi locali col nome Quincy
(ci pensò Quincy Jones a fargli cambiare nome minacciando cause legali). Il loro
esordio omonimo fu anche promosso con doveroso video in heavy rotation su MTV (Living
on the Borderline), la label li mandò in tour come spalla dei Mr. Mister
(ai tempi dei big, grazie alla hit Broken Wings), ma le vendite furono considerate
scarse. Per il secondo album quindi il loro manager li convinse a passare alla
Polygram, ma lasciarono la Epic senza ancora il contratto in tasca, e il
manager si volatilizzò assieme al promesso contratto con la nuova major mentre
già stavano registrando le nuove canzoni. I due leader, i fratelli Stephen e
Brian Butler, hanno poi tenuto viva la sigla tra stop e riprese e
inevitabili alti e bassi di una carriera da outsider, in alcuni casi anche
recuperando già alcune di queste canzoni in dischi successivi.
Ci
pensa oggi la Dualtone a stampare 87, il mai uscito secondo album, ed è
una bella riscoperta, non perché tra questi brani ci potesse essere una
potenziale hit che li avrebbe lanciati (anzi, la mancanza di un singolo
accattivante fa capire come mai nessuno si sia poi fatto avanti per comprare i
diritti dell’album), ma perché qui si parla di un’era in cui i dischi si
registravano in studio con produttori e tecnici di primo ordine e con la dovuta
attenzione ai particolari. E il confronto qui si può fare perfettamente, perché
dei dieci brani, 5 sono gli originali del 1987, 5 sono invece demo di quelle
session ritoccate dalla band di oggi (riunita nella formazione originale per l’occasione).
Insomma, gli Smash Palace hanno finito un lavoro lasciato a metà nel migliore dei
modi, fornendo una serie di intriganti canzoni che, fin dall’iniziale Bitter
Blue, richiamano i Psychedelic Furs (con il loro leader Richard Butler, Brian
Butler condivide cognome e timbro di voce), ma la label per presentarli cita
Tom Petty, Cheap Trick, Marshall Crenshaw e gli Smitheerens, e vi assicuro che
nessuno di questi nomi pare del tutto fuori luogo. Era un rock and roll che in
qualche caso flirtava parecchio con il power-pop e la new wave, con brani che
stanno tra i Godfathers (Poor Man’s Paradise) o gli Stranglers (Top
Of The World), che trasudano rock da bassifondi (I’ll Be There, questa
sì “pettyana”) o che più che del New Jersey, li fa sembrare una band australiana
sospesa tra Hoodoo Gurus (Everything Under The Sun) e Died Pretty (Imaginary
Lines). Erano gli anni Ottanta in ogni caso, e il pegno al pop radiofonico
dell’epoca è pagato con brani come Along For The Ride o Centipede,
che ricordano quasi gli ABC (che nel genere suona come un complimento), e in First
Time Of Everything affiora anche una drum machine d’altri tempi. Un
recupero doveroso.
Nicola
Gervasini
Nessun commento:
Posta un commento