Più che una band, i Mercury Rev li considero quasi una istituzione di quel mondo alternativo anni ‘90 che per qualche momento ebbe anche la fortuna di assaporare un minimo successo (Deserter’s Song del 1998 andò in classifica in USA e UK, in anni in cui andare in classifica significava davvero ancora qualcosa). Diventati negli anni 2000 una cult-band di quelle che mettono d’accordo tutti i critici e il pubblico più esigente, la creatura musicale di Jonathan Donahue e Sean “Grasshopper” Mackowiak (unici due membri fissi fin dall’esordio del 1991) fa ormai capolino con cadenze lente ma sempre ben studiate nel mondo musicale.
Born Horses (Bella Union) è il loro decimo album, ma anche il primo di originali dal 2015 ad oggi, sebbene l’intervallo con il cover-record dedicato alla stellina del country Bobbie Gentry (Bobbie Gentry’s The Delta Sweete Revisited) abbia rappresentato davvero uno splendido diversivo nella loro produzione, ben lontano dal manierismo della maggior parte dei tribute-record dei nostri anni.
Ci sono novità
Quello che però appare evidente con Born Horses è che Donahue stavolta ha voluto ragionare non come un autore solitario, bensì come una vera propria band, incamerando in formazione dei nuovi membri (Jesse Chandler al piano e Marion Genser alle tastiere), ma, soprattutto, sviluppando un concept che unisce reminiscenze jazz e amore per la poesia e gli speaking d’autore, con in più quel marchio di fabbrica fatto di dream-pop suadente e notturno, che sa essere oscuro ma rassicurante al tempo stesso. Insomma Born Horses è un viaggio sonoro e lirico impegnativo ma appagante, con una prima parte quasi completamente lasciata allo spoken profondo di Donahue, ma, musicalmente molto più ricco di quello che può apparire ad un primo ascolto.
In qualche modo brani come Mood Swings o Patterns mi hanno quasi ricordato il lavoro degli Spain di Josh Haden, ma gli elementi jazzy potrebbero anche accompagnarsi alla recente uscita dei The The alias Matt Johnson, per dire quanto in fondo il disco è tutt’altro che fuori dal tempo.
Born Horses conferma i Mercury Rev come una band con ancora qualcosa da dire
Ma al di là delle sorprese negli arrangiamenti (con tanto di sax quasi anni 80), il disco mostra un autore ancora in grado di fare scuola, soprattutto nello straordinario finale di Everything I Thought I Had Lost e There’s Always Been A Bird In Me, brani scritti con il cuore in mano. Pur se in alcuni momenti si adagia forse troppo nei toni onirici ed evocativi (Ancient Love), la band è ancora capace di non perdere di vista la canzone e la sua melodia, come capita ad esempio in Your Hammer, My Heart. Un buon ritorno insomma, ancora presto forse dire quanto pesante nell’ambito della loro discografia, ma sicuramente una dichiarazione di salute artistica che li conferma una delle realtà indipendenti più importanti dei nostri anni.
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