lunedì 14 marzo 2016

MOUNT MORIAH

MOUNT MORIAH
HOW TO DANCE
Merge records
***1/2

Per i credenti  dire Monte Moriah significa indicare l’idea di sacrificio, inteso come estremo atto di cieca fede e dichiarazione di vera devozione. E’ su quel monte che si consumò il sacrificio di Isacco da parte di Abramo, e anche Noè scelse il luogo per i propri sacrificio a Dio. Nome impegnativo quindi per una roots-band del North Carolina che già da qualche anno si sta facendo notare grazie alla bella voce della vocalist Heather McEntire, una che sul comodino tiene sicuramente un santino di Natalie Merchant e nutre la sua band (ufficialmente Jenks Miller alle chitarre e Casey Toll al basso, mentre alla batteria  c’è in questa occasione Terry Lonergan che non è ufficialmente ritenuto della band) con dischi dei Jayhawks e dei Whiskeytown a giudicare dal suono che pesca a piene mani nel mondo alternative-country anni novanta. Già il precedente album Miracle Temple era piaciuto molto nel mondo Americana, ma qui con questo How To Dance direi che ci siamo in quanto a maturazione. Sebbene privi di una marca particolare nel suono, e, se vogliamo, anche nel modo di cantare della McEntire, i Mount Moriah sanno coniugare perfettamente un sound pieno e ben costruito (per quanto autoprodotto), con una serie di brani accattivanti e ben dosati tra momenti riflessivi (Baby Blue) e momenti più elettrici come Cardinal Cross, con un sound un po’ distorto quasi più vicino al Paisley Undeground o a certi momenti un po’ distorti dei Cowboy Junkies. Album breve (37 minuti per dieci canzoni), How to Dance dopo l’efficace inizio di Calvander e Precita, trova il suo zenith in Higher Mind, un brano che piacerebbe molto all’ultima sempre più sofferta Lucinda Williams, e che si segnala soprattutto per il bel testo ancora un a volta pieno di riferimenti biblici sul tema della penitenza. E non è l’unico momento importante, visto che il finale con la title-track e la lunga Little Bear ancora confermano quanto la band possa ancora dare di più. Forse è tardi per dire qualcosa di veramente nuovo suonando una musica che ha trovato una sua definizione più di vent’anni fa, ma non è mai troppo tardi per farla vivere ancora in buoni dischi.

Nicola Gervasini

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