martedì 20 giugno 2017

ANDREW COMBS

Andrew Combs 
Canyons of My Mind
[
Loose/ Goodfellas 
2017]
andrewcombsmusic.com File Under: classic songwriter

di Nicola Gervasini 
(23/04/2017)

Fa un po' sorridere leggere sulla copertina di un cd l'elenco delle canzoni divise in Side A e Side B, anche se Andrew Combs non è certo il primo. Il vinile, si sa, resiste ancora nelle nicchie di vecchi ascoltatori, e lui, più forse per vezzo artistico che per vero marketing, a quelli mira, pur sapendo che non solo il cd ha annullato i lati, ma che nell'era dell'ascolto via Web sta sempre venendo meno anche la logica di una successione di brani voluta dall'autore a favore dell'impostazione casuale del proprio servizio di streaming online. Non è per mero tecnicismo che parto da questo aspetto per parlarvi di Canyons Of My Mind, terzo (da noi) atteso album di Combs, cantautore di Dallas trapiantato ormai da tempo a Nashville per ovvie esigenze stilistiche.

Ci aveva ben sorpreso nel 2012 con il suo esordio (Worried Man), grintosa autoproduzione (e anche autodistruzione, visto che il disco uscì solo nella versione download digitale), e ci aveva confermato il tutto nel successivo All These Dreams, disco in cui aveva dimostrato la propria ottima tenuta come autore, sebbene già lo stile si fosse normalizzato in quel genere di suadenti ballate da Ryan Adams in amore. La stessa direzione che continua a seguire Canyons Of My Mind, album che dopo l'apertura energica di Heart of Wonder (ottimo il lavoro del sax di Jim Hoke), si adagia subito sul soffice con Sleepwalker e le orchestrazioni alla Harry Nilsson di Dirty Rain. Con Hazel poi (nulla a che vedere con l'omonimo brano di Bob Dylan) si respira la stessa aria degli ultimi dischi di Joe Henry, nome che non coinvolgo a caso visto che appare come co-autore di Lauralee (una ballata pianistica che si apre in grandi orchestrazioni in puro stile Carole King). Il problema di Canyons Of My Mind non è certo dunque nella forma, visto che i produttori (Skylar Wilson e Jordan Lehning) hanno lavorato alla grande per ricreare suoni atmosfere di una West Coast lontana nel tempo, piuttosto forse la certezza che Combs ha già speso le sue carte migliori, e ora già al terzo capitolo lavora di passione, esperienza, omaggi, rimandi.

Come dire, ci sa fare, ma non è neanche lui che farà svoltare il cantautorato americano verso nuove isole inesplorate. Per cui godiamoci senza indugio un piccolo trattato su come si registra un buon disco di american-music, che lascia però il rammarico della mancanza di qualche brano davvero memorabile in più, sia perché Combs non riesce ad incidere quando aumenta il ritmo (Better WayBlood Hunters), sia perché anche le ballate come Silk Flowers conservano tutte un forte gusto di già sentito, come conferma Rose Colored Blues, brano che tranquillamente sarebbe potuto apparire nella colonna sonora di Un Uomo Da Marciapiede. Tutto molto carino, ma quando il disco finisce pensi a quanto di grande avrebbe combinato lo Stephen Stills dei tempi doro con una Bourgeois King per le mani, e non è esattamente un buon segno.

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