lunedì 5 marzo 2018

ZACHARY RICHARD

Zachary Richard 
Gombo
[
Rz Records 
2017]
zacharyrichard.com
 File Under: New Orleans stories

di Nicola Gervasini (12/01/2018)
Non sto neanche più a tediarvi su quanto l'opera di Zachary Richard meriti un'attenta riscoperta, di come il suo Migration del 1978 è probabilmente uno dei dischi più ingiustamente dimenticati dal mondo (tanto da non aver goduto di degne ristampe), di come da tempo andrebbe rivalutato non solo per la sua bravura di perfomer zydeco/cajun, ma proprio per la sua penna, capace di ballate bellissime. Farei prima magari a dirvi i dischi da evitare come primo approccio, magari proprio quel Last Kiss del 2009 che pareva confezionato ripulendo il sound a beneficio di un'utenza extra-New Orleans, ma sono casi sporadici. Perché anche il nuovo album Gombo (vero termine francese per il Gumbo, il famoso stufato di New Orleans) mantiene il passo di precedenti bellissimi titoli come Lumière Dans Le Noir (2007) e Le Fou (2012), e semmai il difetto è proprio che resta difficile un po' trovarci delle differenze.

Ed evasa subito in apertura la pratica del manifesto stilistico (Zydeco Jump), l'album si immerge in una serie di racconti delle paludi raccontate in quel francese/americano che rappresenta la sua veste espressiva migliore, avendo ormai fondamentalmente fallito i tentativi di proporsi con successo ad un pubblico anglofono. Il difetto forse sta più nell'eccessiva lunghezza del disco, a fronte di poche variazioni sul tema, ma, prese una alla volta, queste canzoni hanno tutte qualcosa da lasciare nei nostri cuori. E non può non attirare subito l'attenzione Au Bal Du Bataclan, brano dedicato all'attentato terroristico di Parigi, co-firmato con la pittrice Mélissa Bonin e il songwriter Charlélie Couture, sorta di storia d'amore nata casualmente nel locale la sera sbagliata, ma cementata proprio dalla tragedia. Oppure La Ballade D'Émile Benoit, dedicata ad uno dei violinisti che hanno praticamente scritto la storia della musica canadese francofona del secolo scorso. Ed è proprio l'amore per le tradizioni che muove la maggior parte di questi brani, come la bella Jena Blues, o come la triste storia ecologica di La Ballade du Irving Whale, canzone dedicata al naufragio di una petroliera nel 1970 che causò danni ancora oggi visibili sulle coste canadesi.

Nella lunga tracklist c'è tempo anche per qualche ospitata, buona occasione per noi per scoprire artisti poco conosciuti come Robert Charlebois che duetta in Catherine Catherine e la beninese Angélique Kidjo coinvolta in Fais Briller Ta Lumière (in Africa è una star, la conoscono i fans di Carmen Consoli che la ospitò nell'album Eva contro Eva). Nella quantità ovvio che ci sia qualche passaggio non dico a vuoto, ma semplicemente ordinario, ma in genere il disco conferma il suo stato di grazia. Co-prodotto con il pianista David Torkanowsky, collaboratore di vecchia data, l'album si avvale di molti validi musicisti, tra cui spiccano Rick Haworth (chitarra, lap-steel e mandolino), Roddie Romero (fisarmonica) e il violinista Francis Covan. E ogni volta è un "bentornato Zachary!".

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