lunedì 29 dicembre 2025

The Who

 

The Who

Who Are You (Super Deluxe Edition)

Universal Music

****

 

Per gli amanti di quell’esoterismo rock che vorrebbe ad esempio Paul McCartney essere morto da quasi 60 anni (e quello che vediamo sarebbe un abile sosia), la copertina dell’album Who Are You degli Who prediceva misteriosamente la morte del batterista Keith Moon (avvenuta circa un mese dopo la pubblicazione del disco), ritraendolo seduto su una sedia con la scritta “da non portare via”. Per i più realisti invece fu solo che il fotografo trovò casualmente una sedia che fosse adatta a nascondergli la pancia da cirrotico. La curiosità serve per capire molto di quell’album e del materiale offerto da questa lussuosa edizione. Who Are You, ottavo disco degli Who uscito nel 1978, è nel tempo diventato un classico della band, pare secondo solo a Who's Next come album più venduto della loro storia, dato curioso per un disco considerato da molti alquanto deludente (anzi, quando uscì, fu anche piuttosto massacrato per la sua sovrabbondanza di archi e tastiere).

Di certo quindi ai tempi non si ipotizzava che l’album potesse invece reggere il confronto con il tempo, e oggi viene addirittura celebrato con una mastodontico box di 7 cd e un blue-ray, e, giusto perché il feticismo degli appassionati non rimanga deluso, è possibile anche reperire un cofanetto deluxe di 4 LP, un'edizione ridotta di 2 CD, una edizione limitata in vinile colorato e pure una “half speed”.

I numeri da sciorinare sono di 71 brani inediti, un libro di 100 pagine, con un programma che prevede il disco originale rimasterizzato da Jon Astley, i mix originali registrati da Glyn Johns nelle prime disastrose session per l’album (alcuni rimaneggiati da Steven Wilson), con incidenti di ogni sorta e livelli di litigiosità oltre la soglia del vivibile che interruppero i lavori per più di un anno. Il vero grosso problema era che lo stato di salute e attenzione mentale di Keith Moon rendeva impossibile programmare session fruttuose. Il resto del menu infatti vede ulteriori session e demo, la maggior parte gestiti dal bassista John Entwistle, che si arrabattò non poco per portare avanti un progetto che pareva ormai irrimediabilmente arenato.

Il quarto CD infatti ci offre le prove studio del 1977, quando la band riuscì finalmente a concentrarsi negli studi di Shepperton, stesso luogo dove vennero poi gestite le prove per il tour successivo, che sono documentate nel quinto CD, e che vedono ormai già l’ex Faces Kenney Jones alla batteria. Chiudono due CD che documentano le esibizioni live del tour americano del 1979, vera chicca del box, visto che mancava nella loro discografia ufficiale un report dettagliato di quel periodo. Il blue-ray invece vede intervenire sui brani nuovamente Steven Wilson, ormai specialista in re-mix di classici del rock britannico.

Come si vede, un’operazione ben confezionata che unisce la necessità di storicizzare il lunghissimo e travagliato iter produttivo di un album comunque valido, con l’interessante recupero di materiale live che, trattandosi di una delle migliori band da palco della storia, sapete bene quanto sia sempre benvenuta, oltre a quella ossessiva esigenza di rimettere mano ai mix di registrazioni del passato che caratterizza le ristampe “deluxe” di questi anni (e qui non nascondo un certo scetticismo sull’opportunità di simili operazioni). Dando per scontato che gli amanti degli Who abbiano già una copia del disco in casa, l’edizione si giustifica comunque con molto materiale inedito di grande interesse.

Nicola Gervasini

domenica 21 dicembre 2025

Neko Case

 

Neko Case

Neon Grey Midnight Green

Anti-, 2025

File Under: Musician's life

Ammetto subito in apertura di recensione di avere un certo rapporto conflittuale con la musica, e in generale la carriera, di Neko Case. Cantautrice di matrice country all’esordio (ma prima c’erano state le esperienze con le punk-band Cub e Meow), la Case si è via via allontanata dalla grammatica classicista esibita nel 1997 in The Virginian, arrivando a produrre dischi davvero belli, quanto anche stimolanti dal punto di vista delle soluzioni nuove, come  Blacklisted o Fox Confessor Brings the Flood, ma dal controverso Middle Cyclone del 2009 (n verità il suo album più venduto) in poi ha secondo me faticato a trovare il giusto equilibrio tra classico e moderno. Se la parallela carriera con la band dei New Pornographers in qualche modo doveva servire a darle sfogo in ambiti più indie-pop (e nel campo la sigla ha prodotto album interessantissimi), i suoi album solisti The Worse Things Get, the Harder I Fight, the Harder I Fight, the More I Love You del 2013 e Hell-on del 2018 avevano lasciato la sensazione di grandi idee confuse.

Il fatto che poi abbia pubblicato poi poco a suo nome (questo Neon Grey Midnight Green è solo l’ottavo album in quasi trent’anni di carriera, non comprendendo i live e la retrospettiva di Wild Creatures pubblicata nel 2022), fa capire come l’artista non abbia la sua storia solista come interesse principale. In ogni caso Neon Grey Midnight Green è sicuramente un buon disco, ed appare subito più a fuoco dei suoi predecessori, pur confermando sempre quelle sbavature che lasciano perplessi.  Che possono essere esprimenti vocali senza troppo senso come Tomboy Gold, ma anche ottimi brani come Wreck, un mid-tempo roots in stile Kathleen Edwards, che viene però sommerso da fiati e archi non del tutto necessari.  D’altronde la lista di session-men coinvolti conta più di 30 musicisti, con qualche nome importante come Steve Berlin, John Convertino o Sebastian Steinberg dei mai dimenticati Soul Coughing, numeri grossi per un disco che infatti la Case ha definito “una lettera d’amore per i musicisti e la loro vita”.

La sensazione di grande riunione di famiglia regna un po’ sovrana, come se su ogni brano in tanti, a volte troppi, abbiano voluto lasciare per forza un segno, appesantendo un disco che, se leggermente prosciugato, avrebbe avuto tutti i numeri (leggasi: le canzoni giuste) per essere visto come un suo grande ritorno. In ogni caso anche Louise, Rusty Mountain e la stessa title-track entrano di diritto nel novero della sua miglior produzione, e questa è la buona notizia, perché comunque recuperano una essenzialità nella scrittura che si era un po’ persa nella voglia di strabiliare a tutti i costi sciorinata negli ultimi anni. Accontentiamoci così quindi, Neon Grey Midnight Green è un album consigliabile nonostante le sue esagerazioni, e ci restituisce in buona forma una autrice su cui avevamo davvero puntato molto ormai vent’ani fa.   

 

Nicola Gervasini

mercoledì 17 dicembre 2025

Nero Kane

 Nero Kane

For the Love, the Death and the Poetry

(Subsound Records, 2025)

File Under: Black Mass

Ci sarebbe da dividere la presentazione di For the Love, the Death and the Poetry, il nuovo album di Nero Kane, in due parti: una rivolta a chi già conosce i suoi precedenti lavori, una invece rivolta a chi ancora non ha incontrato la sua musica. Per i primi consiglierei di partire dal titolo e dalle tre parole chiave, Amore, Morte, Poesia, perché poi il suo “psych dark folk” (questa è la descrizione che si trova subito online, indicativa, ma non esaustiva, del suo stile) è effettivamente animato da un continuo rapportare amore e morte, e da un atteggiamento (e un suono) decisamente etereo che sa di poesia ancora prima di leggere poi i versi delle sue canzoni.

Per i secondi invece direi di partire dalle conferme rispetto ai 3 album precedenti, innanzitutto della partner in crime Samantha Stella, al solito presente sia come musicista, vocalist e autrice (e pure promoter aggiungerei), e dalla conferma di Matt Bordin come unico terzo musicista e co-produttore dell’album. Il che fa subito capire che For the Love, the Death and the Poetry persegue, fin dalla quasi a campana a morto suonata dal piano nell’iniziale As An Angel’s Voice, la strada di realizzare colonne sonore per quella sorta di messa laica che sono i loro concerti, dove gli effetti della chitarra di Nero e le tastiere di Samantha compongono lo stesso muro di suoni oscuri qui riproposti. 

E se il primo brano mostra tutto il loro background intriso di dark-music anni Ottanta, già la chitarra immersa in echi morriconiani ed evocativi tocchi di slide alla 16 Horsepower della successiva My Pain Will Come Back To You, riporta in evidenza invece la cultura di musica americana di Kane, che qui si cimenta in una ballata epica che si sarebbe potuta tranquillamente proporre al Johnny Cash degli American Recordings. Sta in questo contrasto la particolarità, e direi tranquillamente unicità, della proposta di Nero Kane, che sicuramente gioca molto sul fattore “atmosfera”, come dimostrano lo strumentale Unto Thee On Lord e seguente Land Of Nothing, cantata da Samantha Stella in pure “Nico-style”. Ma c’è comunque spazio per il Kane songwriter, come nella dolente ballata acustica Mountain Of Sin, puro folk d’altri tempi, o per le soluzioni anche più dark-prog di The World Heedless Of Our Pain (ai Dead Can Dance sarebbe piaciuta molto), che spiega anche perché il set live del duo Kane-Stella sia molto apprezzato anche in ambiti europei del mondo del prog/dark  metal, nonostante la mancanza di molti segni distintivi del genere nella loro proposta, 

Il disco, anche nel suo seguito con Receive My Tears, There Is No End e Untile The Light Of Heaven Comes (credo che i titoli bastino per spiegare e far immaginare il mood dei brani), non porta comunque particolari stravolgimenti nella loro musica, se non una continua maturazione di una idea che resta intrigante, anche se non per tutti (se cercate l’energia positiva del rock è forse meglio girare alla larga da questi paraggi), e che conferma Nero Kane come uno dei nomi che possiamo davvero pretendere di esportare anche fuori dai nostri confini.


lunedì 15 dicembre 2025

Mirador

 

Mirador

Mirador

Universal

**1/2

 

C’è da anni una profonda discussione tra i fans del rock “old style” riguardo i Greta Van Fleet. Le opinioni sulla band spaziano tra gli estremi di “Meri plagiari/pataccari dei Led Zeppelin” a “La dimostrazione vivente che il rock non morirà mai”, e sta a voi decidere in quale punto della linea posizionare la vostra opinione. Tra l’altro è lo stesso tipo di diatriba che ha accolto i loro contemporanei di casa nostra Måneskin, e anche qui lascio ad altre occasioni la discussione sulle debite distanze da porre tra i due gruppi.

In ogni caso, su una cosa è possibile concordare tutti riguardo ai Greta Van Fleet, e cioè che hanno studiato bene i classici, e sicuramente li sanno suonare con quella dovuta maestria che gli ha garantito un grande successo, anche tra le giovani generazioni. Per cui c’è poco da storcere il naso per questo side-project chiamato Mirador del loro chitarrista Jake Kiszka, che ha unito le forze con Chris Turpin degli Ida Mae, interessante duo di folk-blues elettrico sponsorizzato da Ethan Johns qualche anno fa.

Qui si respira aria da nuovo hard-blues bidimensionale alla White Stripes o Black Keys prima maniera direi, con “riffoni” subito in bella mostra fin dall’iniziale Feels Like Gold, e con una sezione ritmica, formata dai session-men Mikey Sorbello e Nick Pini, che picchia e pulsa come richiesto dal genere. Oppure altra ispirazione viene dalla frequentazione di Turpin con Marcus King, visto che lo strascicato blues Roving Blade gira da quelle parti, o forse ancor più li avvicina ai Gov’t Mule.

Il problema è che, esaurite le presentazioni sul “da dove veniamo”, la band si arena poi nel resto del disco su un “cosa facciamo” che sa davvero troppo di déjà vu per noi vecchi frequentatori del genere. E, più che altro, il duo non risolve il dilemma se essere una semplice hard-blues-band da bassifondi, o una possibile proposta da magniloquente “Style rock di Virgin Radio”, con tutto il dovuto rispetto per la loro programmazione.

Anche la ballatona acustica Must I Go Bound, con tanto di echi di Irish music, o una Dream Seller sommersa da archi sintetizzati, sanno un po’ di vecchio FM Rock, mentre il doveroso “momento alla Zeppelin” di Fortunes’ Fate, ricorda quanto il disco assomigli alla collaborazione di metà anni 90 tra Jimmy Page e David Coverdale. Produce Dave Cobb, ma il suo tocco solitamente al servizio di artisti del nuovo country (Chris Stapleton, Jamey Johnson, Colter Wall,...) si sente poco. In ogni caso se cercate chitarre e riff di un tempo, tra slide-guitars sferraglianti (Blood and Custard, Heels of The Hunt), qualche deviazione pseudo-grunge quasi alla Soundgarden (Ten Thousand More To Ride), e epiche e sofferte ballatone (Skyway Drifter), qui c’è un edibile pane per i vostri denti.

 

Nicola Gervasini

 

venerdì 5 dicembre 2025

Pete Droge

 

Pete Droge

Fade Away Blue

Puzzle Tree Records

°°°1/2

Nel delirio collettivo da super-vendite della scena di Seattle degli anni Novanta, pochi oggi si ricordano anche di un piccolo sotto-fenomeno che con grande fantasia potremmo definire “il cantautorato grunge”. In sé la definizione non dice nulla, se non che ad un certo punto bastava suonare in qualche club di Seattle per essere definito tale, come è successo ad esempio a Terry Lee Hale, ma successivamente il termine “grunge” fu appioppato anche a Jeff Buckley o al canadese Hayden. E soprattutto a Pete Droge, autore che nel 1994 pubblicò un album per l’American Recordings di George Drakoulias (Necktie Second) che girò parecchio tra la fanbase dei Pearl jam, vuoi perché prodotto da Brendan O’Brien e sponsorizzato dallo stesso Mike Mcready, vuoi perché Droge aveva condiviso anni di gavetta con molti eroi di Seattle. Ebbe il suo “warholiano quarto d’ora di notorietà” con il singolo If You Don't Love Me (I'll Kill Myself), che appariva anche nella colonna sonora del film Scemo & Più Scemo, ma finita la festa a Seattle, è rimasto relegato ad una lunga carriera da outsider, in cui nemmeno l’effimera superband dei Thorns nel 2003 (un trio formato con Matthew Sweet e Shawn Mullins) riuscì a riportarlo nel mirino di qualche grande etichetta.

Eppure, lui con pochi mezzi ha continuato a scrivere le sue canzoni, che hanno con tutta evidenza Tom Petty nel motore, e forse anche nella carrozzeria. Per cui non c’è nessun “ritorno” da annunciare per questo Fade Away Blue, quanto però l’opportunità di trovare un vecchio amico in buona forma, e soprattutto impegnato in un personalissimo album la cui importanza è sottolineata anche dalla cura spesa in sede di produzione e registrazione. A testimonianza abbiamo anche la lista di musicisti coinvolti, gente come Greg Leisz, Jay Bellerose, Rusty Anderson, il pianista Lee Pardini (Dawes, Chris Stapleton), nomi di session-men di lusso che dovrebbero risvegliare qualche buon ricordo nei nostri lettori. Le dieci canzoni che compongono l’album sono invece quanto di più intimo e personale abbia mai scritto, fin dall'apertura di You Called Me kid dedicata al da poco scomparso padre, ma anche in Song for Barbara Ann e Skeleton Crew non mancano gli elementi autobiografici. Musicalmente è un album riuscito nella sua semplicità elettro-acustica, nel presentarlo Droge ha citato la filosofia del “Three chords and the truth” e vi ha tenuto fede. Ma è evidentemente la ricetta giusta, perché senza suscitare particolari clamori, questo Fade Away Blue potrebbe diventare il suo disco migliore dopo i primi due, che dalla loro parte in più avevano forse solo il fatto di aver anche scritto una piccola riga della storia della musica americana, mentre qui si scrivono molti paragrafi della sua vita.

 

Nicola Gervasini

lunedì 1 dicembre 2025

BANGLES

 

The Bangles

Watching the Sky: The Bangles Box Set

Chery reed

°°°1/2

Tempo di valorizzazione del catalogo anche in casa Bangles, il quartetto “all-girls” formato da Vicki Peterson, Susanna Hoffs, Debbi Peterson e l’ex Runaways Michael Steele. Watching the Sky: The Bangles Box Set riunisce i primi 3 album della band, con un quarto cd che riprende il loro EP del 1982, qualche singolo come il loro vero e proprio esordio del 1981 (Getting Out of Hand), la poderosa cover di Hazy Shade of Winter di Simon & Garfunkel presente nella colonna sonora del film Less Than Zero, e forse troppi remix o extended version dei singoli più noti.

Occasione buona, comunque, per ricordare una band nata nel contesto del Paisley Underground di Los Angeles, con complice amicizia con gruppi come Dream Syndicate, Rain Parade e Three O'Clock, un’unione di anime e intenti celebrata col supergruppo Rainy Day nel 1983, e ancora, nel 2019, nell’album a quattro mani 3 x 4. Complice l’interesse che una band al femminile suscitò in un decennio così attento all’immagine come gli anni Ottanta (e l’affannosa ricerca delle nuove Go-Go’s), la storia musicale delle Bangles racconta di un gruppo di amiche sinceramente innamorate di una musica fatta di chitarre e rimandi al sixty-sound dei Byrds, che era stata un po’ forzata a diventare una pop-band da video musicali.

Riascoltiamo comunque con piacere All Over the Place del 1984, che si fece apprezzare per la freschezza del suono tutto chitarre e per le due cover, Live, un brano del 1967 dei Merry-Go Round, e il loro primo singolo di un certo richiamo, Going Down to Liverpool, una cover di Katrina and The Waves scritta dal loro chitarrista Kimberly Rew (un ex Soft Boys con Robyn Hitchcock, giusto per confermare la matrice del loro suono). Il best-seller però fu Different Light del 1986, quasi 4 milioni di copie vendute nel mondo grazie a tre singoli ancora oggi super-noti, ma significativamente anche gli unici tre brani non autografi del disco, a parte la solita cover di alto livello per ribadire le loro origini artistiche (in questo caso una pregevole September Gurls dei Big Star).

Ma pareva ovvio che le pur irresistibili Manic Monday (uno “scarto” di Prince), Walk Like An Egyptian (scritta da Liam Sternberg, archivista della Stiff Records), e If She Knew What She Wants (opera di Jules Shear, che ricordiamo poi negli anni Novanta come presentatrice degli Unplugged di MTV), erano scelte che sapevano molto di imposta strategia marketing per far di loro delle star del pop. In particolare, Susanna Hoffs tentò a anche una carriera cinematografica (interpretò una ben poco memorabile commedia balneare diretta da sua madre), che tardò la pubblicazione del più coraggioso Everything, uscito nel 1988 per la prima volta lanciato da due singoli di loro pugno (In Your Room e Eternal Flame), che conquistarono complimenti dalla critica, ma un successo decisamente più contenuto. Fine della storia per quanto riguarda il Box, anche perché il seguito, carriere soliste a parte, vede solo due dignitosi album pubblicati nel 2003 e 2011, e tanti tour nostalgici, tutt’ora in corso.

 

Nicola Gervasini

 

Liam St. John

  Liam St. John Man Of The North Big Loud Rock ***1/2 Liam St. John è una sorta di eccezione alla regola, e cioè quel raro caso in c...