mercoledì 15 gennaio 2025

Bright Eyes

 

Bright Eyes
Five Dice, All Threes
[Dead Oceans/ Goodfellas 2024]

 Sulla rete: thisisbrighteyes.com

 File Under: di ritorni e riconferme


di Nicola Gervasini (01/10/2024)

Nella mia mente esiste un filo diretto e conduttore fra tre nomi come Conor Oberst (Bright Eyes), Colin Meloy (Decemberists) e Will Sheff (Okkervil River), artisti in verità con pochi contatti reali tra loro. Ma oltre alla piena contemporaneità della loro storia artistica, quello che ai miei occhi li accomuna è lo stesso medesimo approccio che hanno avuto verso il folk, o “indie-folk” si diceva ai tempi dei loro esordi di fine anni ‘90, visto che poi le loro rispettive band negli anni Zero hanno pubblicato i migliori dischi di un genere tutto loro in cui si univano alla perfezione tradizione e autorialità stramba e non categorizzabile.

Nel 2024 possiamo dire che Will Sheff dei tre è stato sicuramente il più continuo e coerente rispetto al suo credo musicale, Meloy invece, dopo aver sperimentato anche parecchio, si è poi trincerato coi suoi Decemberists in ua folk-rock più rassicurante e a colpo sicuro, con cui ha comunque pubblicato dischi più che notevoli (vedi il recente As It Ever Was, So It Will Be Again per esempio ). Conor Oberst, che forse dei tre era considerato l’enfant prodige, è quello che si è perso un po’, quello che non ha saputo tenere ben salde le briglie della propria straripante creatività. E paradossalmente quello che ha sacrificato di più la propria band, i Bright Eyes, a nome di una carriera solista, interessante quanto confusa, che di fatto non è mai decollata a dovere. E il fatto che molti suoi titoli solisti siano stati decisamente meglio dei due album usciti a nome Bright Eyes dal 2008 ad oggi (The People's Key nel 2011 e Down in the Weeds, Where the World Once Was 2020) fa capire come mai questo Five Dice, All Threes sia già stato ovunque salutato come una sorpresa, se non proprio addirittura un “ritorno”, nonostante siano passati solo quattro anni dal suo predecessore.

La ragione la potete capire anche solo al primo ascolto: Oberst qui si è concentrato a scrivere grandi canzoni, ben costruite e con testi ben studiati, e le ha prodotte ritornando a mettere il folk al centro, ma senza disdegnare tutto quanto ha sperimentato in questi anni, usato finalmente con criterio e senso della misura. Il risultato è che il disco è finalmente il mai arrivato seguito di Cassadaga, l’album con cui aveva abbracciato anche più che idealmente l’elaborato folk dei colleghi Meloy e Sheff, riuscendo peraltro benissimo nell’impresa.

La band, se così si può chiamare, è un trio di factotum che oltre a lui vede il grande guru della scena musical di Omaha Mike Mogis (ha lo studio di produzione più importante della città, e dalle sue produzioni sono partiti molti artisti della sua zona) e il fido pianista Nate Walcott. La lista degli ospiti e session-men è comunque lunga, ma ovviamente spiccano i contributi di Cat Power nella davvero splendida All Threes e Matt Berninger dei National in The Time I Have Left. Ma, a parte i credits colorati, il disco convince perché sa essere scanzonato (il toy-piano di Bas Jan Ader, una delle collaborazioni più convincenti con l’artista Alex Orange Drink, il fischio divertito di Bells and Whistles), riflessivo (Tiny Suicides pare quasi uno dei brani dei Pink Floyd più malinconici e acustici) o in vena di provare nuove soluzioni (il finale tex-mex dell’ottima El Capitan, questa si una canzone che Meloy gli ruberebbe volentieri).

Insomma, pur senza forse arrivare a giustificare la parola genio che qualcuno spese per Oberst agli inizi della sua carriera, Five Dice, All Threes ha tutta l’aria di essere quel punto fondamentale di recuperata affidabilità anche per il futuro.


lunedì 13 gennaio 2025

Amy Speace

 

Amy Speace
The American Dream
[Goldrush 2024]

 Sulla rete: amyspeace.com

 File Under: just a story from America


di Nicola Gervasini (04/11/2024)

Seguo Amy Speace con affetto e interesse dai tempi del suo terzo album The Killer in Me del 2009, e ho sempre pensato che proporla nelle nostre terre fosse una impresa alquanto titanica vista la poca familiarità che il pubblico italiano ha con il suo tipo di linguaggio. Anche nel suo campo, quello delle songwriters post-Lucinda Williams di questi anni 2000, è sempre stata un po’ ai margini, forse perché non ha il fascino del dark-country di una Mary Gauthier o la vena più melodica e immediata di una Kathleen Edwards, e anche la sua voce è bella, ma non ha particolarità che la rendano immediatamente riconoscibile. A sfavore di una popolarità rimasta infatti limitata agli Stati Uniti, gioca anche il fatto che la sua formazione di attrice shakespeariana la porta spesso a scrivere canzoni molto verbose e piene di riferimenti storici o letterari, il che rendeva album come How To Sleep In A Stormy Boat (2013) o Me And The Ghost Of Charlemagne (2019) affascinanti quanto anche un po’ troppo densi e monocorde.

La Speace è però un personaggio molto amato dall’ambiente statunitense, anche perché attiva dall’altra parte della barricata come articolista e critica musicale per testate a noi ben note come No Depression Magazine e American Songwriter Magazine, fino anche al New York Times. Per conoscerla, contrariamente alla regola di partire dall’inizio, vi potrei quindi consigliare di ascoltare The American Dream, suo ormai tredicesimo album dal 2002 ad oggi, perché se di una maturità ormai non ne aveva più bisogno, è forse il disco che meglio riesce a calibrare la sua penna avida di raccontare, e una produzione che resta sì sempre fatta in economia scegliendo la via del sound elettro-acustico guitar-oriented, ma puntuale e in grado di dare la giusta dinamicità all’album.

Finanziato con un ormai abituale crowdfunding e prodotto dall’esperto Neilson Hubbard, il disco raccoglie i collaboratori di lunga data come il chitarrista Doug Lancio e il mandolinista Joshua Britt, ed è una sorta di concept che racconta la storia americana attraverso i suoi ricordi di vita, con una title-track iniziale che racconta di lei a 7 anni nel 1975, spensierata ma già desiderosa di capire il mondo, mentre ascolta i commenti politici del padre. E così via con ricordi di compagni di scuola (Homecoming Queen, una sorta di Bobby Jean al femminile), matrimoni dolorosamente falliti (Where Did You Go), e prese di coscienza di quanto il voler stare fieramente fuori dal coro si paghi in solitudine (Glad I’m Gone).

E ancora i sogni da attrice e la vita a New York (In New York City) e la scoperta del folk (This February Day), fino al ritorno in provincia con Something Bout A Town per ritrovare sé stessa e concentrarsi sulla sua musica. Una storia tipicamente americana insomma, con la grande città che uccide il sogno americano dopo averlo promesso, e una provincia che lo mette definitivamente a dormire ripagando però in salute mentale. Non è la prima che ce la racconta questa novella, ma Amy Speace ha doti da storyteller davvero particolari e adatte al genere che vi invito a scoprire.

giovedì 9 gennaio 2025

The Rideouts

 

The Rideouts

The Journey

(The Rideouts, 2024)

File Under: Itafunk

La storia dei Rideouts nasce da un lungo soggiorno del loro leader Massimiliano (Max) Scherbi a Liverpool all’inizio degli anni 2000, luogo dove ha potuto formarsi come musicista e collaborare anche con grandi nomi della scena locale come Ian McNabb o Garry Christian (dei Christians). Tornato nella sua Trieste, Scherbi ha unito le forze con la vocalist Michela Grillo per un progetto ormai giunto al quinto album, da sempre improntato ad una struttura di base funky-soul in cui incastrare di volta in volta diverse influenze. Il nuovo album The Journey si impreziosisce poi della presenza della sezione fiati dei Kick Horns, i fiati di Steel Wheels dei Rolling Stones o About Face di David Gilmour per citare solo alcune delle loro mille collaborazioni (anche Blur, Primal Scream, ecc…), innesto che porta il nuovo disco su terreni decisamente da black music anni 70, come può tranquillamente dimostrare un brano come Supefunky Love. Il ritmo si fa indiavolato per buona parte del disco, sin dal singolo Perfect Man fino a Be My Lover, tutto chitarre funkeggianti e bassi pulsanti, ma non mancano i momenti più da soul-ballad come Through The Storm, la sognante Listen to Your Heart con la sua suadente slide, o la quasi psichedelica Sweet Angel’s Face, che sarebbe piaciuta a Curtis Mayfield. Spazio anche ad intermezzi acustici come Let Me Be, al bel fingerpicking di Burn In Your Fire e una Right Here At Your Side e il suo duello chitarra acustica-organo. In Let Yourself Go appare pesino un sitar, mentre Invincible è una piano-ballad che esalta la voce della Grillo.

https://www.youtube.com/watch?v=Ppnc2nng_68

martedì 7 gennaio 2025

Daniele Faraotti

 

Daniele Faraotti

EP! EP! URRA'!

(Danile Faraotti, 2024)

File Under: This is not an EP

Avevamo già incontrato la visionaria arte di Daniele Faraotti in occasione del suo album del 2019 English Aphasia, confermando come il bolognese fosse un artista che ama sfuggire alle definizioni, non presentandosi quasi mai con una proposta univoca. Se allora erano canzoni in inglese (o pseudo-tale, visto che Daniele ama inventarsi anche una propria forma personale di inglese) a cavallo tra blues e elettronica, qui invece ci troviamo nove tracce in italiano, a cui si aggiunge la title-track, cantata sempre in quel particolare “Faraottinglish”. Intanto il titolo è volutamente fuorviante, il disco infatti doveva esse effettivamente un EP, ma i lunghi ritardi nella sua pubblicazione hanno consentito di portare il minutaggio ad un album vero e proprio, mantenendo però ironicamente il titolo originale. Per il resto, nella sua versione italiana Faraotti ricorda molto certi esperimenti di post-new wave italiana dgli anni 90 (l’iniziale Eterni sa molto di Bluevertigo, la kafkiana La Forma di Coleotteri sta più in zona CSI). Ma il suono delle tastiere è invece decisamente anni 70, con la psichedelica Itinerario che ha un giro che sarebbe piaciuto a Brian Auger. La percussiva e sognante Ad Occhi Aperti è seguita da una più ironica Le Promesse, mentre più rock suona La Maschera degli Ardenti (ispirata dal racconto Hop Frog di Edgar Allan Poe). A metà tra follia pop britannica e indie italiano dei bassifondi, Faraotti con l’aiuto del produttore Ivano Giovedì (anche lui con eclettico curriculum che va dal blues all’elettronica) usa meno chitarra e più tastiere vintage, e si conferma artigiano di studio di grande interesse nella scena indipendente italiana.   

https://www.youtube.com/watch?v=Yjka2kxqS9c

lunedì 6 gennaio 2025

VonDatty

 

VonDatty

Storia Moderna

(Goodfellas, 2024)

File Under: Songs & Cartoons

Oggetto davvero interessante il quarto album del cantautore romano VonDatty (al secolo Roberto Datti), autore di dieci brani legati da un unico comun denominatore di derivazione cinematografica e fumettistica, quasi un concept che costruisce una “dark comedy” (la definisce lui stesso così), dove si intrecciano personaggi reali ad altri immaginari. Il disco è stato anticipato infatti da quattro video animati realizzati da Claudio Mangiafico (noto come Cla il Fumettaro) prendendo a prestito personaggi noti come la strega cattiva di Biancaneve cantata in Grimilde. Disco che si muove sulla linea di un rock alternativo italiano, con una title-track che apre le danze, dopo la intro recitata da Nicola Vicidomini, con un ritmo serrato e fiati in evidenza, passa per omaggi a Valentina di Crepax (Baba Yaga) o in generale a tutti i “cattivi” delle storie cinematografiche e fumettistiche (Canzone Allucinata). Spazio comunque anche a racconti più personali, come quello sull’arte di scrivere canzoni di Sulle mie Ossa o sul tema quasi hip hop di L'uomo Invisibile, che vede la partecipazione del cantante /attore Marti. Ma è l’intervento degli Underdog che porta il disco a chiudersi con una murder ballad come Carousel, dedicata al mitologico bar del l'Hotel Monteleone di New Orleans, dopo che Profiles (nella quale interviene Georgeanne Kalweit dei Delta V) aveva sondato il mondo dei profiler dei serial killer. Prodotto e arrangiato con l’aiuto di Pierfrancesco Aliotta e Giorgio Baldi, Storia Moderna è un buon salto di qualità per il cantautore romano.

https://www.youtube.com/watch?v=u6p4QPnc6xU

domenica 5 gennaio 2025

TV LUMIERE

 

Tv Lumière

Il Gioco Del Silenzio

(I Dischi del Minollo, 2024)

File Under: Dark Entries

Band storica nata in Umbria nel 1999, i TV Lumière approdano al quinto album con ormai un lungo bagaglio di esperienze e collaborazioni anche internazionali. Prima fra tutte quella rinnovata con il master e mixing di Amaury Cambuzat dei Faust, sicuramente a suo agio nei toni oscuri al limite del kraut-rock della band. Ma anche quella significativa con Swanz The Lonely Cat (dei Dead Cat in a Bag, suona il banjo in Ultima Cosa, un numero un po’ alla Woven Hand), assieme ad Andrea Van Cleef l’artista nostrano attualmente più vicino alla loro musica fatta di dark-folk e mix di musica americana e europea un po’ alla Hugo Race. La band oggi ruota sempre attorno ai fratelli Federico e Ferruccio Persichini e al batterista Yuri Rosi, mentre è ormai in pianta stabile in formazione anche la poliedrica bassista Marta Paccara. Il Gioco del Silenzio perde un po’ le loro origini noise-rock (che riaffiorano ad esempio in Nella spirale del Silenzio) per concentrarsi sempre più sulle atmosfere, come dire meno Einstürzende Neubauten, più Nick Cave and the Bad Seeds, e il risultato suona sempre molto personale, soprattutto perché la scelta di continuare a cantare in italiano evita di farli sembrare solo degli emuli. La funerea Clinica introduce al disco nella maniera più dark possibile, ma già Delirio si apre alla melodia e ad una coda elettronica comunque molto radiofonica. Le chitarre di Osservazione Esterna li avvicinano più a certo gothic-country alla Handsome Family, mentre Per Confortare Il Tuo Pianto è un suggestivo strumentale. I testi sono spesso intimistici, ma riflettono spesso anche sul mondo odierno e le sue dinamiche distorte di comunicazione. Consigliatissimo ai cultori del genere.

https://www.youtube.com/watch?v=iIw0NdkyJmw

giovedì 2 gennaio 2025

Lory Muratti & Andy “Bluvertigo”

 Un progetto multimediale per Lory Muratti & Andy “Bluvertigo”: L’ora Delle Distanze.

I progetti multimediali sono da sempre i più coraggiosi quanto i più difficili da collocare. L’unione di musica e letteratura ha tantissimi casi, anche di successo, ma è inevitabile che poi alla fine il progetto finisca per riferirsi anche a interlocutori molto diversi. I coraggiosi in questo caso sono il varesino Lory Muratti (per qualcuno ancora noto come Tibe, nickname usato fino al 2013), da sempre promotore di opere miste letteratura/musica, e Andrea Fumagalli, più noto a tutti come Andy fin dai tempi della sua militanza nei Bluevertigo di Morgan, e ormai personaggio spesso presente anche in trasmissioni televisive. I due hanno unito le forze sia per un libro, con testo scritto da Muratti e con i bellissimi disegni al limite della Pop-Art curati da Andy, sia per un 45 giri (acquistabile anche singolarmente) a commento, con un risultato che si tradurrà poi in uno spettacolo a loro detta “in equilibrio tra concerto, teatro, installazione e Dj set.” che sarà effettivamente curioso vedere.

Un libro da collezione

Il libro è innanzitutto un bell’oggetto da collezione grazie alle tavole curate da Andy, ma anche per il testo sofferto e onirico ideato da Muratti ispirandosi però all’amico Andy nel creare i due personaggi principali, uno che si muove di giorno (ll Pusher del Colore) in un mondo triste e in bianco e nero, uno invece notturno (Fluon), che scorazza in un mondo parallelo e fantastico (il mondo delle Distanze) per incamerare il colore necessario per colorare il giorno. Soprattutto il mondo notturno di Fluon è una sorta di trip psichedelico a metà tra Alice nel Paese delle Meraviglie o un incubo notturno alla Fuori Orario di Martin Scorsese, in cui il protagonista incontra figure fantastiche (il Violinista Appeso o il Killer del Phon), ma anche personalità note come David Bowie (poteva mancare?) o Alain Delon, con anche duelli a colpi di pennelli.


Lory Muratti & Andy “Bluvertigo” - L'ora Delle Distanze

Tutto narrato con piglio surreale non facilissimo da seguire se non siete già sintonizzati verso quella fantasia di taglio fumettistico della cultura giovanile degli anni ’90 (loro vengono da lì d’altronde), sospesi tra immaginari quasi cyber-punk e lo spleen adolescenziale tipico dei manga più in voga ai tempi. Un’opera che sicuramente piacerà a chi non ha mai smesso di sognare e perdersi in quel mondo nonostante gli anni siano passati.

L’ora Delle Distanze mescola le influenze di Lory Muratti & Andy “Bluvertigo”

Di altro tenore invece il 45 giri colorato edito dalla Riff Records. L’ora delle Distanze è una canzone con un testo forte e disilluso nel tracciare un quadro desolante delle esistenze dei più di oggi, tra salari che impediscono di sognare e sogni che impediscono una serena accettazione di una realtà sempre più insostenibile. Brano che mischia l’elettronica che fu dei Bluevertigo con un incedere quasi da stoner-rock anni ’90 che credo possa avere anche un certo appeal radiofonico. Il brano è accompagnato da un bel video che dal bianco e nero prende sempre più colore man mano che la rabbia del testo cresce di intensità. La Caduta è invece un brano sostenuto da un pulsante groove di basso e batteria, ma recitato con voce sognante dai due, con un sax di bowiana memoria a seguire la melodia che non tradisce la loro primaria ispirazione. Sarà interessante scoprire come tradurranno tanti spunti in uno show live.

martedì 31 dicembre 2024

Susanna Hoffs

 

Susanna Hoffs
The Lost Record
[Baroque Folk Records 2024]

 Sulla rete: susannahoffs.com

 File Under: Walk Like A Bootleg


di Nicola Gervasini (13/11/2024)

Sebbene sia ancora oggi considerata l’ideale icona femminile del rock americano che piace alle nostre pagine, nella discografia solista di Susanna Hoffs mancava ancora il disco di canzoni autografe da consigliare con forza, non quanto perlomeno resta auspicabile per tutti conoscere i dischi delle Bangles degli anni 80. Il suo esordio del 1991 (When You're a Boy) fu troppo sbilanciato verso il lato pop/mainstream, meglio era andata con Susanna Hoffs del 1996 con David Baerwald in cabina di regia a farle recuperare il sound americano a lei più adatto, e sulla stessa linea si muoveva Someday del 2012 (Mitchell Froom alla produzione in questo caso). Ma da solista lei sarà sempre più ricordata come interprete di cover, sia grazie ai quattro volumi di Under The Covers realizzati insieme a Matthew Sweet, sia per album più recenti come Bright Lights (2021) e The Deep End (2023).

Eppure, nel 1999 lei il disco giusto lo aveva anche registrato, quando, un po’ sconsolata per una carriera solista che non decollava, si chiuse letteralmente nel proprio garage a registrare una serie di canzoni molto personali, approfittando dello stop forzato per la maternità. Il disco che ne uscì non fu accettato da nessuna casa discografica, si era al crepuscolo dell’era d’oro delle vendite dei CD e non si rischiava più troppo, e ancora non eravamo negli anni in cui l’autoproduzione era una strada consigliabile, dunque il disco rimase nel cassetto e lei tornò on the road con la più appetibile reunion delle Bangles (Doll Revolution uscirà nel 2003).

Peccato, perché queste dieci canzoni riflettono il suo amore per la musica nata nelle cantine, quella dei suoi esordi da reginetta del "Paisley Undeground", ripensate però per una dimensione decisamente intima e famigliare, resa professionale dalla presenza del bravo Bill Bottrell. Certo, erano gli anni che sul suo terreno Sheryl Crow conquistava le classifiche, e ovviamente il disco era stato pensato senza preoccuparsi di una possibile hit da dare in pasto alle radio, anche se Under The Cloud che apre l’album sarà poi ripescata nel disco delle Bangles del 2011 (Sweetheart of the Sun). A parte la conclusiva Don’t Know Why, cover di un brano della Shawn Colvin di Fat City, i brani sono scritti soprattutto con la collaborazione di Brian MacLeod, e intervengono anche le ex Go-Go’s Charlotte Caffey e Jane Wiedlin a scrivere l’intensa Life on the Inside.

Brani come Grateful e I Will Take Care of You badano quindi alla sostanza con un suono di chitarre scarno ed essenziale, e la sua voce sempre in primo piano, e canzoni come November Sun e I'll Always Love You (The Anti-Heartbreak Song), pur non avendo la fresca immediatezza dei suoi successi più noti con le Bangles, la rivestono con i panni da cantautrice che forse avrebbe dovuto indossare più spesso in carriera.

The Lost Record è un disco che lei ha voluto riesumare perché rappresenta il suo lato più sconosciuto e personale, e arriva non a caso all’indomani della pubblicazione del suo primo romanzo (This Bird Has Flown), segno che forse è solo la prefazione di una nuova fase della sua carriera.

lunedì 23 dicembre 2024

Pixies

 I Pixies mettono da parte la nostalgia per The Night the Zombies Came.

La questione di fondo sulle discografie di questi anni delle band storiche che si sono ad un certo punto riunite per riprendere il discorso è solo una questione di peso del nome. Dici Pixies e pensi subito a un EP e 4 album entrati nel mito usciti tra il 1987 e il 1991, pensi a Where Is My Mind? e a come sembrava un brano importante allora, e lo è ancora oggi che pure i ragazzini lo conoscono a memoria. Dici insomma la band che ha scritto l’ABC di molto del rock alternativo di fine anni ottanta. Loro si erano riuniti già nel 2004, ma fino al 2013 hanno tenuta viva la sigla per qualche show senza mai abbandonare le proprie carriere soliste. Poi quando nel 2014 Black Francis ha deciso che era ora di ripartire anche con nuovi album, ha perso l’appoggio di Kim Deal, che era praticamente la costola fondamentale della sua creatura.

Un disco per Halloween

E così da Indie Cindy fino a questo The Night The Zombies Came (pubblicato non a caso a ridosso di Halloween) non esiste credo recensione o commento che non li paragoni al loro passato, una sorta di condanna che credo Francis avesse comunque calcolato, e che viene ripagata dal fatto che come Pixies i suoi concerti sono sempre sold-out, mentre prima la sua carriera solista stava sempre più scivolando nella marginalità, nonostante abbia prodotto parecchia musica interessante anche al di fuori della band. Il precedente Doggerel era stato il primo passo importante perché recuperava molto delle sue esperienze personali, compreso l’amore per un certo sound roots-rock (e qui basta ascoltare l’apertura di Primrose per capire di che parlo), ed è stato infatti il primo disco che probabilmente ha smesso di inseguire il tentativo di suonare per forza come un tempo, obiettivo che i tre album precedenti avevano fallito.

Pixies – The Night the Zombies Came: all’insegna del divertimento

The Night The Zombies Came è, se è possibile, ancora un passo oltre, cioè riesce finalmente a trovare un perfetto equilibrio tra il peso, inevitabile, di essere una band con una storia di cui essere sempre degni e all’altezza, con la voglia però di continuare a fare nuova musica, senza troppo cedere alla facile via del revival che ormai attanaglia tutta la loro generazione, e soprattutto con un unico imperativo: divertirsi.

I brani di questo disco ammiccano senza timore al glam-rock degli anni 70, e direi quasi più a Rocky Horror Picture Show visti i temi alla Romero trattati. Ci senti l’Iggy Pop più storico (Motoroller) o i Ramones più svaccati (You’re So Impatient), ma soprattutto quattro amici che si divertono, con Joey Santiago lasciato libero di mettere la sua chitarra in primo piano e la nuova bassista Emma Richardson che fa esattamente quello che facevano le sue precedenti colleghe anche con i controcanti, e David Lovering che di fatto non ha mai cambiato il suo stile di drumming dal 1986 ad oggi, anche se la produzione gli pompa un po’ il suono come è di nuovo di moda in questi tempi. The Vegas Suite è una degna malinconica chiusura di un album che no, non è né un capolavoro, né storico, né sensazionale. Sono solo i Pixies che suonano e si divertono, e davvero non è poca cosa.

martedì 17 dicembre 2024

Michael Kiwanuka

 

Michael Kiwanuka

Small Changes

[Polydor 2024]

 Sulla rete: michaelkiwanuka.com

 File Under: soulman's cruising speed

di Nicola Gervasini (01/12/2024)

Anche gli aerei che decollano a grandissima velocità prima o poi devono assestarsi a una velocità di crociera, e così è anche per i giovani artisti che nei primi album esprimono tutto il meglio della loro arte: pensare che possano ogni volta far di meglio è storicamente improbabile. Con questo pensiero abbiamo tutti accolto il nuovo album di Michael Kiwanuka, il quarto in studio, ma soprattutto il titolo che avrà il malaugurato compito di venire dopo due dischi pressoché perfetti come Love & Hate (2016) e Kiwanuka (2019), il che però non costituisce un difetto reale, quanto solo percepito. La storia della musica è piena di esempi di album validissimi accolti freddamente solo perché paragonati a predecessori troppo illustri, eppure oggi ci rendiamo conto di quanto anche mantenere un certo livello non sia per nulla scontato.


Con questa introduzione vi ho già anticipato il giudizio e il senso di questo Small Changes, titolo che sembra quasi volersi giustificare sul fatto che sì, c’è qualche piccola novità, ma sostanzialmente si tratta “solo“ del nuovo atteso album di Michael Kiwanuka. Anche la struttura del disco tradisce una certa paura dell’autore nel presentare qualcosa che non potesse essere accettato dalla buona fanbase guadagnata in più di dieci anni, e così la prima parte dell’album è sicuramente la migliore, perché paradossalmente suona come un addendum ai due album precedenti, fin dal rassicurante singolo Floating Parade e dalla title-track, una di quelle splendide, eteree ballate soul che ci aspettiamo da lui.

La parte finale invece prova a buttarla un po’ su un mix di classe ed emozioni (da cui il continuo paragonarlo a Bill Withers che si legge ovunque), con brani di sicuro impatto melodico come Follow Your Dreams o The Rest Of Me, ma se il livello resta comunque sopra la media del new soul di questi tempi, la sensazione è che stavolta Kiwanuka non abbia trovato il brano-killer che renda il tutto sensazionale. Anzi, in un paio di casi quel poco di sperimentazione in più pare non sortire gli effetti desiderati (per esempio la poco riuscita Stay By My Side), in altri, come l’accoppiata centrale con echi quasi pinkfloydiani di Lowdown, centra invece in pieno il bersaglio. Ripeto, normalissimo che sia così, Small Changes sarà accolto con qualche tono di sufficienza come è destino per i seguiti dei grandi titoli, ma poi in fondo anche oggi siamo qui a scrivere a posteriori di quanto si era esagerato nel giudicare male titoli quali Goats Head Soup dei Rolling Stones o, stando nei nostri meandri, mi viene in mente l’ottimo, ma ai tempi quasi ignorato, Three Snakes and One Charm dei Black Crowes.

Producono ancora una volta Inflo (dei Sault) e Danger Mouse, e il non aver voluto cambiare il team produttivo indica quanto forse Kiwanuka temesse di fare un passo falso. Non lo ha commesso assolutamente perché è andato sul sicuro, e al massimo ha fatto qualche passettino in più verso un elegante smooth-soul un po’ démodé, ma questo basta a dire che Small Changes lo conferma, per quanto ci riguarda, come uno degli artisti migliori della nuova era di quella black music tinta di soul che piace alle nostre pagine.

lunedì 16 dicembre 2024

Carla Torgerson

 

Carla Torgerson dei Walkabouts torna con Beckonings.

Ci sono alchimie tra artisti che restano irripetibili, tanto che, se si rompe la formula, qualcosa sembrerà sempre mancare. Per cui sarà anche sicuramente per la nostra tendenza ad innamorarci (o abituarci) a qualcosa che ci ha dato emozioni tempo fa, ma è evidente che il sodalizio artistico tra Chris Eckman e Carla Torgerson, sia come Walkabouts che come Chris & Carla, resti una delle espressioni artistiche più belle e feconde del mondo indipendente americano degli anni novanta e duemila. E che quindi per quanto soprattutto Eckman si sia prodigato in avventure su terreni nuovi e inesplorati, quando si ascoltano i loro dischi prodotti in separate sedi non riusciamo ma a non pensare che manchi una parte.

La carriera solista della vocalist Carla Torgerson non è mai stata una sua priorità, forse un po’ per la pacificata constatazione di essere destinata a deludere qualcuno, anche se quello che a oggi era la sua unica produzione (l’album Saint Stranger del 2004) risulti ancora oggi un interessante esperimento di folk bagnato in terra greca con produttori e musicisti del luogo.

Vent’anni dopo arriva Beckonings (Drums & Wires Recordings), album che non deve rendere conto a nessuno probabilmente, e che Carla ha infatti registrato in tutta tranquillità con un gruppo di amici, come dimostra una copertina che la mostra in camera tra le amate chitarre, dozzine di vinili e il santino di Robert Johnson appeso al muro, giusto per non avere dubbi su a chi (e di che età) si rivolge l’album.  Che inizia con una cover un po’ a sorpresa, una Happy pescata tra gli episodi meno appetibili della raccolta di inediti Tracks di Bruce Springsteen, eppure fatta sua con grande classe e savoir faire.

Un disco fra cover e autografi

E proprio questa canzone posta all’inizio in qualche moda avverte su dove si vuole andare a parare, e cioè se non è più facile trovare nuove grandi canzoni, resta la possibilità di nuove grandi interpretazioni. E su questo campo, Eckman o non Eckman (comunque presente alla chitarra in Land of Plenty, brano di Terry Lee Hale, e come autore della splendida title-track), la Torgerson non teme grande concorrenza, con quel suo tono indolente un po’ sospeso tra Nico e una jazz-singer che ha fatto scuola tra molte vocalist degli anni ’90.

Oltre le tre cover (la quarta è Please Leave a Light on When You Go di Beck), ci sono cinque brani autografi in cui lo spleen esistenzialista della sua voce si trasmette anche a testi malinconici e un po’ disillusi, sebbene nel disco si respiri un’aria di pace e di una maturità più rasserenata che rassegnata (“Qualcuno una volta ha provato a dirmelo che tutti sono strani e la vita è un casino, ma c’è sempre spazio per insegnare a un pesce a volare, tocchiamo il cuore più che l’occhio”)

Sebbene la band e gli ospiti facciano tutti il loro compito più che egregiamente, manca forse il momento musicale che interrompa quella sorta di rilassato torpore che non ti molla mai fin dalla prima nota. Ma d’altronde questa è la musica che sappiamo di poterci aspettare da lei, e sicuramente, sebbene non scriva una pagina decisiva della sua carriera, Beckonings è un ritorno comunque gradito e più che piacevole.

TERENCE TRENT D'ARBY

  Se vi state chiedendo chi diavolo sia Sananda Maitreya , fatto del tutto comprensibile visto che dal suo unico successo internazionale pub...