mercoledì 25 febbraio 2015

MUSEE MECANIQUE

MUSEE MECANIQUE
FROM SHORES OF SLEEP
Glitterhouse
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Le vicende che hanno preceduto la pubblicazione di questo From Shores Of Sleep hanno rappresentato un piccolo argomento da tam-tam mediatico nel mondo indie. I Musèe Mècanique sono una band di Portland che nel 2008 registrarono un album divenuto presto un cult-record del mondo indipendente americano. Hold This Ghost, infatti uscì solo nel 2010 dopo due anni di incessanti passaparola tra appassionati su questa produzione casalinga, e da allora è stato un susseguirsi di concerti a seguito di grandi nomi del genere (Iron & Wine, Beach House e M Ward) e di attestati di stima. Ma il fatidico secondo disco, quello che poi davvero serve a confermare la statura di una band, è stato registrato solo nel 2012, ed esce finalmente solo oggi, ben sei anni dopo l’esordio. Difficile capire le ragioni di tali ritardi, se non entrando nei meriti di una band pare anche abbastanza litigiosa e non sempre unita. Conseguenza della coabitazioni di due menti pensanti come quelle di Sean Ogilvie e Micah Rabin, autori di tutti i brani anche di questo nuovo disco. Che conferma statura ma anche limiti della loro proposta, ancorata fedelmente all’idea di un nuovo folk a largo raggio che trova radici nella musica dei Neutral Milk Hotel e tanti altri esempi, non ultimi i Fleet Foxes, a cui finiscono spesso per somigliare quando arrangiano i cori. I Musèe Mècanique infatti hanno una particolare propensione per l’arrangiamento pieno e pomposo, seppur applicato su brani leggeri e sempre di taglio decisamente soft-folk. L’utilizzo di una sezione d’archi e dei corni infatti riempie sempre il sottofondo di brani come The Lighthouse and The Hourglass o The Opens Sea, con il suo finale in crescendo dove davvero tra violini, fiati e cori aperti creano un wall of sound di spectoriana memoria. In Castle Walls si rasenta addirittura l’atmosfera da colonna sonora da film fantasy, ma basta l’iniziale O Astoria per rendersi conto che quando vogliono sanno anche porre l’attenzione sulla canzone e sulla sua struttura. La sensazione è che a volte la voglia di trovare sempre l’arrangiamento pieno diventi stucchevole e non faccia sempre bene a brani come  The World Of Science o Cast in The Brine, che avrebbero magari trovato la propria ragion d’essere anche in veste più scarna.  Da notare la presenza di Alela Diane ai cori e un largo stuolo di session-man impegnati in un’opera forse fin troppo appesantita, ma di sicuro interesse.


Nicola Gervasini

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