venerdì 27 febbraio 2015

MARK OLSON



 Mark Olson 
Good-bye Lizelle 
[
Glitterhouse/ Goodfellas 
2014]
www.markolsonmusic.com

 File Under: feel hippie & folkie
La doppia reunion con il vecchio compare Gary Louris non si può dire che sia andata benissimo (un disco a due mani, discreto ma non fondamentale, e una poco acclamata reunion dei Jayhwaks all’attivo), e così Mark Olson ritorna nel suo brodo, mentre Louris tiene in vita la gloriosa sigla per un nostalgico tour a supporto delle nuove ristampe. Si può semplificare così il tema artistico di questo  Good-bye Lizelle, album che arriva quattro anni dopo il loffio Many Coloured Kite. Il disco nasce dalla collaborazione artistica e di vita con l’artista norvegese Ingunn Ringvold (nota in patria anche come Sailorine), che di fatto pur non condividendo la paternità del disco, compare in copertina con il nostro Mark per prendersi gli onori del caso. E sua è infatti la band che suona nel disco (da notare l’ottima pianista Karine Aambo), registrato in Norvegia all’aperto con musicisti locali e con l’unica aggiunta della chitarra di Neal Casal (che ha comunque registrato separatamente a Los Angeles), probabilmente una rifinitura decisa per rendere meno oltranzista il suono del disco. Che si discosta molto dalle produzioni country-oriented di Olson per abbracciare un folk psichedelico e decisamente vintage, che più che ai Jayhawks fa pensare alla Incredible String band. L’apertura dell’album infatti è anche abbastanza ostica, con le trame complicate di Lizelle Djan e una ballata da folk acido come Running Circles a far capire subito che stavolta ci vorrà più impegno per digerire queste folk-songs, ma anticipiamo già che ne varrà la pena. Casal poi però ci mette del suo in Poison Oleander, in cui spolvera le stesse chitarre che usa per i dischi di Chris Robinson per produrre un brano che pare davvero uscito da uno dei cofanetti Nuggets per il suo tono sixties-garage. E’ un caso però, perché già Heaven’s Shelter sembra un episodio più rurale dei Beatles, All These Games una di quelle soffici poesiole folk alla Simon & Garfunkel, solo più imbevuta di suoni hippie. Lo schema comunque è quello a due voci, con la Ringvold a recitare un ruolo che in passato è stato di Louris prima e Victoria Williams poi, ma anche caratterizzando parecchio il suono con le pianole e piccoli clavicembali elettrici e soprattutto il Quanon, tipico strumento a corde indiano. Il disco è comunque di spessore e forse una delle cose migliori prodotte dalla altalenante carriera solista di Olson, solo come al solito un poco calibrato tra momenti riflessivi (troppi) e momenti svago. Nel finale manca infatti un brano che spezzi un po’ la tensione, ma Olson non è mai stato molto attento alla costruzione dei suoi album solisti. In ogni caso un buon ritorno alla forma di un autore che, seppur non più in prima linea da tempo, resta un nome importante del firmamento roots americano.
Nicola Gervasini

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