domenica 1 marzo 2015

KEVIN LEE FLORENCE

KEVIN LEE FLORENCE
GIVEN
Fluff & Gravy
***

La prima domanda che sorge ascoltando Given, disco di esordio del californiano Kevin Lee Florence, è dove possa stare la novità. La risposta che si trova, arrivando alla fine di questi nove brani, è che di novità non se ne vede neanche l’ombra ( o sarebbe più corretto dire che non se ne sente una nota…), ma di belle canzoni, quelle fortunatamente sì. E così abbiamo già inquadrato il personaggio, un po’ cantautore folk indie-oriented alla Bon Iver, con tanto di barba e cappellino nerd d’ordinanza, un po’ hobo dal tono lamentoso alla Joe Purdy, in ogni caso un nuovo nome da aggiungere alla folta schiera di artisti intimisti e abituati a viaggiare sul soffice. Florence d’altronde è uno che ama dare un colpo al cerchio e uno alla botte: da un lato inizia il disco in tono sofferto, come si comanda ad un vero indie-folker, con due brani come Alone & Everything e Shining Shining, poi però infila una baldanzosa cover di Peace Like A River di Paul Simon che strizza l’occhio al modo di M. Ward di realizzare brani altrui, ma che sciorina una band da classic-rock che vede impegnato nientemeno che l’organo di Garth Hudson della Band. E’ il segnale che a quel punto il disco prenderà una nuova direzione, entrando in zona Ray Lamontagne con Could Today Be The Day e invadendo il campo della ballata folk alla Iron & Wine con All I’d Ask. Registrato a Los Angeles negli stessi studi usati da Bonnie Prince Billy e Father John Misty, in un certo senso l’album è un campionario di tutte le idee sentite in questi anni nel mondo del folk indipendente e non solo (Ryan Adams farebbe sua una Cold & Still), con omaggi anche evidenti come la cover di Ohio, un brano del primissimo Damien Jurado  (era su Rehearsals For Departure del 1999), forse il nome a cui è in fin dei conti più accostabile. Finale più corale con Kindness First (qui l’omaggio è forse ai Fleet Foxes) e tutti a casa dopo durata breve da disco di altri tempi, ben suonato da una band di professionisti in cui vanno notati le chitarre di Danny Donnelly, il basso di John Button (della band di Sheryl Crow) e la batteria di James McAlister (Sufjan Stevens, Bill Frisell). Resta il dubbio su quale possa essere il futuro di un nuovo artista così poco personale, seppur davvero bravo nel ruolo di fedele seguace di una traduzione. Il presente intanto è Given, disco che comunque può trovare di diritto uno spazio nella vostra programmazione autunnale.

Nicola Gervasini


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