lunedì 16 marzo 2015

JOHN MELLENCAMP

Ultimamente nelle schiere dei grandi dinosauri del rock serpeggia un’idea: se il classic-rock è davvero arrivato ad un punto morto della sua crescita creativa, allora la tradizione salverà tutti. E John Mellecamp è uno di quelli che ormai da tre dischi ribadisce il concetto, facendo di folk virtù. Se Life, Death, Love and Freedom nel 2008 aveva fatto pieno centro abbandonando il connubio chitarre rock / batterie pestate che caratterizzava il suono della maggior parte dei suoi dischi del passato, No Better Than This nel 2010 aveva forse estremizzato troppo il senso, beandosi dell’assenza di suoni in maniera stancante. Plain Spoken (Republic) invece rimette ordine nella nuova fase, e si presenta come il suo disco più calibrato e completo da molti anni a questa parte. Meno temi sociali (ma Freedom Of Speech abusa in retorica in questo senso), più introspezione (Tears In Vain), per un album fatto di tormenti che, per ironia della sorte, ha in copertina una foto scattata da Meg Ryan, fidanzata abbandonata proprio nei giorni dell’uscita. Parla ormai da padre - per non dire da nonno - il vecchio John, racconta la società americana attraverso i suoi patemi come un novello Steinbeck del rock, e riesce pure ad essere credibile. Il piccolo bastardo e la rabbia sono ormai storia passata, Mellencamp non salverà il rock, ma gli regala le ultime storie che vale ancora la pena di ascoltare.


Nicola Gervasini

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