lunedì 23 febbraio 2015

BONNIE PRINCE BILLY


 Bonnie Prince Billy
Singer's Grave A Sea of Tongues
[
Domino/ Self 
2014]
dominorecordco.com/artists/bonnie-prince-billy

 File Under: An easy ride

di Nicola Gervasini (15/10/2014)
Si fa un grande errore ad immaginare Will Oldham, alias Bonnie Prince Billy, come un solitario eremita dedito ad una autoreferenziale produzione in massa di materiale folk da camera, o come un eroe del tutto sprezzante delle più elementari regole del mercato discografico. Billy infatti sa benissimo quando è il momento di concedersi al pubblico, nonostante rimanga ancora oggi indiscusso maestro di filosofia indipendente. E così, dopo una lunga serie di produzioni disordinate e del tutto invendibili se non al suo piccolo ma affezionato seguito (dal 2009 ad oggi, all'indomani dell'acclamato Beware, si contano due album solisti, tre album in coabitazione con altri artisti, e ben otto EP), Billy torna con Singer's Grave a Sea of Tongues ad una produzione precisa e decisamente non ostica o ostile anche ad un pubblico meno avvezzo alle sue stravaganze.

Il disco anzi si pone come terzo tardivo capitolo di una ideale trilogia iniziata nel 2008 con lo straordinario Lie Down in The Light, e proseguita con l'altrettanto riuscito Beware. Un trittico di album in cui Oldham ha adattato il proprio songwriting ad un sound da outlaw di Nashville da metà anni settanta, con pedal steel suadenti (There Will Be Spring), violini taglienti (la straordinaria Quail And Dumpings), cori (Old Match) e ariose e malinconiche ballatone country (We Are UnhappyWhipped). Brani molto spesso già editi (la maggior parte proviene dal disco Wolfroy Goes to Town del 2011), ma qui riproposti con nuovi scintillanti arrangiamenti, e già l'operazione di re-make la dice lunga sulla natura del progetto. Niente che suoni convenzionale ovviamente, lo stile di Bonnie Prince Billy resta inconfondibile nel suo stralunato marchio di fabbrica, anche quando cavalca sentieri che potremmo (con non poco coraggio) definire "mainstream". Ma è indubbio che questo album sia un suo modo per riconciliarsi con i fans persi per strada con gli ultimi ermetici album, forse non esaltanti solo per chi non ha avuto la pazienza di ascoltarli, ma innegabilmente usciti in una veste produttiva poco accattivante.

A essere severi addirittura si potrebbe notare come a livello di scrittura qui Billy abbia scelto solo le vie più elementari, finendo magari per impantanarsi in qualche brano a cui manca l'intensità dei giorni migliori (It's Time To Be Clear), ed in generale il disco manca l'obiettivo di eguagliare i due più riusciti predecessori. Ma resta il gran piacere di sentirlo alle prese con brani semplici e lineari come Mindlessness o l'iniziale Night Noises. Le zampate da grande ci sono, come l'oscura So Far And Here We Are o la title-track che chiude l'album, ma sono pronto a scommettere che, vista l'orecchiabilità di tutti i brani presenti, molti di voi sceglierebbero altri brani per la propria compilation dell'anno. Proprio come succede ai dischi "facili", termine che per Bonnie Prince Billy potrebbe sembrare quasi un insulto, se non fosse che in questo caso lui stesso lo riterrà un gran complimento.


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