martedì 12 giugno 2018

JOSH T PEARSON

Josh T Pearson
The Straight Hits!
[
Mute Records
 2018]
facebook.com/joshtpearson
 File Under: Listen without prejudice

di Nicola Gervasini (07/05/2018)

A distanza di quasi sette anni, si può dire che il più grande merito di Last of the Country Gentlemen, disco d'esordio del texano Josh T. Pearson, sia stato quello di essere uno dei pochi motivi di vera discussione nel mondo musicale arrivato dalla scena della roots music più recente. Con quell'aria a metà tra un indie-freak alla Devendra Banhart, un neo-hippie alla Jonathan Wilson o un rude cowboy moderno alla Chris Stapleton, e con quella copertina così eroticamente trendy, Pearson realizzò un disco coraggioso, con una serie di lunghi, strascicati e, per molti, anche estenuanti brani che facevano tesoro di anni di indie-folk, ma anche di una tradizione country-folk comunque viva ed evidente nelle sue note.

Non ho sentito troppa gente in questi anni chiedersi che fine avesse fatto quello strano personaggio, e lui si è preso tutto il tempo necessario per farsi un po' dimenticare, prima di tornare con questo The Straight Hits!. Immagino lo scoramento di tanti ambienti non certo abituati a questo country-rock ubriaco e disarmonico, che più che al mondo indie-folk, guarda all'irriverenza traditional di Kinky Friedman o Mojo Nixon. Un cambio stilistico imprevedibile, una retromarcia nella tradizione che poteva anche limitarsi ad un disco della serie "guardate che anche se faccio cose strane, un disco normale lo so fare anche io". Invece Pearson gioca d'intelligenza inserendo un elemento che nel suo primo album mancava totalmente: l'ironia. L'ironia di una suadente lenta ballata alla Jonathan Richman intitolata The Dire Straits of Love, ancor più ironicamente unico brano del disco a non contenere la parola "Straight" (secondo un regolamento auto-imposto che prevede anche presenza di ritornello, bridge e testo e titolo breve), visto che già il nome della band di Knopfler ne contiene un'assonanza. Oppure l'ironia programmatica di Damn Straight, scritta dall'amico Jonathan Terrell, altra giovane leva di quello che potremmo quasi definire un "new-alternative-country" che non so se potrà dare frutti succosi, ma che perlomeno ci prova a tenere viva una scena che ha innegabilmente il fiato grosso.

E l'ironia anche nel lanciarsi in scalcagnate bars-songs in tutta la prima parte del disco, per poi spegnere mano a mano il ritmo nel finale con oscure folk-ballads che ancora nulla hanno da spartire con quanto sentito nel primo album. Dal nostro punto di vista, fattaci la risata che lui voleva suscitare e ripresoci dalla sorpresa, siamo però contenti di vedere che al di là dei giochi di prestigio, l'artista c'è, e lo si sente in un pezzo come A Love Song (Set Me Straight), più di sei minuti di crescendo drammatico che potrebbe anche farmi scomodare gli Okkervil River per la sua vocalità un po' aspra alla Will Sheff e per il wall of sound di strumenti acustici costruito pian piano intorno ad una batteria elettronica. Insomma, se il lato A è pane per vecchi irriducibili rootsofili, il lato B stuzzica quei musicofili intellettualoidi che tanto lo avevano apprezzato anni fa. Il tutto in soli 42 minuti stavolta, una durata più ragionevole che sicuramente metterà d'accordo le due opposte fazioni, nel caso il disco non ci riesca ancora una volta.

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GRAHAM PARKER

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