

di Nicola Gervasini
Se dico Folkstudio, voi giustamente pensate a De Gregori e Venditti, ma prima di loro in quel gruppo di giovani cantautori della Roma di fine anni sessanta c’era anche Ernesto Bassignano. Autore che poi ha preferito altro tipo di carriere (soprattutto conduttore radiofonico, ma anche attivista politico), pur non smettendo mai di sentirsi prima di tutto un cantautore. Il Mestiere di Vivere è infatti solo il nono album dal 1973 ad oggi, una carriera lenta ma importante (il secondo album Moby Dick venne prodotto da Rino Gaetano) di autore “impegnato” come si diceva un tempo, o interessato alla coscienza sociale come preferisco definirlo oggi. Il tema principale è quello di un vecchio attivista sociale alle prese con i tempi moderni, subito espressa in Amiamoci di Più che apre con un accorato appello a mantenere l’umanità di un tempo, un tema ripreso anche dal pittore solitario di Commesso Viaggiatore, intento a dipingere paesaggi immaginari in mezzo al grigiore della sua città. Il tema dell’eredità morale si fa poi evidente in Gli Occhi di mio Figlio, sorta di Father And Son all’italiana rivolta forse più ad una generazione che solo al proprio figlio, prima dei resoconti personali della title-track e del momento da teatranti di strada di Il Giullare Verticale, che vede l’intervento di David Riondino. Al mondo degli artisti sono dedicate la disillusa Gli Artisti e anche La Vita l’è quel che l’è, dedicata al gruppo di amici del Derby di Milano, mentre si chiude con il canto di resistenza di Un paese Vuol Dire ispirata da La Luna e il Falò di Cesare Pavese. Il mestiere di vivere è un prodotto da vecchia guardia anche negli arrangiamenti (producono Stefano Ciuffi e Edoardo Petretti) ma decisamente ancora attuale nelle riflessioni.
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