martedì 26 novembre 2024

Steve Wynn

 

Steve Wynn
Make It Right
[Fire Records/ Goodfellas 2024]

 Sulla rete: stevewynn.net

 File Under: true stories


di Nicola Gervasini (02/09/2024)

Sembrava ormai essere stata messa in soffitta la carriera solista di Steve Wynn, ferma al 2010 e a quel Northern Aggression che non aveva poi scatenato troppe reazioni entusiaste. Poi la riuscitissima ripartenza dei Dream Syndicate e la constatazione che persino i dischi dei Baseball Project vendono meglio di quelli a suo nome, lo ha spinto a ritornare a una dimensione da band-leader, con esiti creativi più che incoraggianti. Per questo Make It Right arriva un po’ a sorpresa, ma la ragione di un ritorno al sentiero solitario è la contestuale pubblicazione di una autobiografia (I Wouldn’t Say It If It Wasn’t True), in cui Steve si lascia andare a storie e aneddoti di una carriera ormai più che quarantennale.

E le canzoni di Make It Right sono nate proprio durante la stesura del libro, quasi che ogni tanto un ricordo abbia scatenato anche la voglia di scriverci il testo di una canzone. E sebbene esca a suo nome, è anche una occasione di riunire in studio parecchi amici e collaboratori storici come Stephen McCarthy, Scott McCaughey, Vicki Peterson delle Bangles, Jason Victor, Mike Mills dei R.E.M., fino a Chris Schlarb (Psychic Temple) e Emil Nikolaisen (Serena Maneesh), oltre all’immancabile compagna di vita Linda Pitmon. A produrre il tutto nessun nome giovane o alla moda, ma bensì il vecchio Eric “Roscoe” Ambel (fu chitarrista dei Del Lords), uno che in studio è ancora in grado di ricreare quel suono da rock carbonaro degli anni 80 senza apparire pateticamente stanco e sorpassato.

Non si tratta di passatismo spinto, quanto più della constatazione che alla fine il nome Steve Wynn è da sempre legato ad un suono ben preciso, fatto di chitarre acide, sporche, con i suoni dei garage delle band anni 60 nel motore, e una marca personale ormai riconoscibile in qualunque progetto abbia preso parte. Il disco andrebbe ascoltato quindi durante la lettura del libro (in UK e Usa è appena uscito, se volete invece leggerlo in italiano, la benemerita Jimenez ne ha già annunciato la pubblicazione per gennaio 2025), ma, anche senza, Make It Right riprende il suo discorso solista esattamente là dove lo aveva interrotto, ma con più varietà di elementi e stili.

Troviamo così steel-guitars a dare un tocco quasi country alla title-track o a You’re Halfway There, i fiati e cori che puntellano l’iniziale Santa Monica, i violini che addolciscono la ballata Madly, o ancora la tromba al sapore tex-mex di Cherry Avenue, tutto concorre a rendere più avvincente un album che conferma comunque lo stile-Wynn al 100%. Persino la drum-machine che affiora in What Were You Expecting, o una Then Again che lo riporta alle atmosfere intime e acustiche che furono di un album come Fluorescent non spostano di troppo la sensazione che Steve non abbia molto di nuovo da proporci, ma tantissimo ancora da raccontarci di una favola rock tra le più belle e artisticamente felici della musica americana.

Nel gran finale un po’ acido e lo-fi di Roosevelt Avenue c’è tutto quello spirito da musica da garage che permane intatto anche in un disco che rappresenta uno degli sforzi produttivi più studiati e attenti ai particolari della sua lunga carriera.

venerdì 15 novembre 2024

Nick Cave & The Bad Seeds

 

Nick Cave & The Bad Seeds
Wild God
[Pias/ Self 2024]

 Sulla rete: nickcave.com

 File Under: Slow train coming


di Nicola Gervasini (09/09/2024)

Quando vi dicono “ho una buona notizia e una cattiva” quale vorreste sapere per prima? Facciamo che decido io e per parlarvi di Wild God, un album di cui avrete ormai sentito parlare alla nausea (e magari avete già anche sentito l’album stesso, se siete sopravvissuti al tour de force di Ghosteen nel 2019), parto da una constatazione a posteriori decisamente positiva: Nick Cave ha ricominciato a scrivere canzoni. Che è un mestiere diverso dal riversare fiumi di parole in musica per raccontare la propria esperienza umana, mai così intensa nel bene e nel male come nei suoi ultimi quindici anni, ma è un difficile lavoro di costruzione e incastro di versi e melodie che il nostro pareva sempre più essersi dimenticato, o più semplicemente se ne era disinteressato.

E’ stato un processo di lento abbandono dell’aspetto musicale come elemento centrale nella sua arte, nato forse all’indomani dell’abbandono dei Bad Seeds da parte di Blixa Bargeld, che non era uno che pesava in termini di quantità, ma chi li ha visti in azione assieme sul palco si ricorderà di come Blixa sembrava essere di ispirazione a Nick anche solo con la sua presenza e il suo sguardo, quasi che lo controllasse dicendogli che “va bene fare canzoni verbosissime Nick, ma ricordarti che sei prima di tutto un musicista”. Ma soprattutto relegando sempre più i Bad Seeds non più a laboratorio di idee e talenti, bensì a semplice band di accompagnamento, in cui il solo Warren Ellis pare avere diritto di parola e può permettersi di rubare la scena al titolare, strabordando non poco con la sua presenza.

Wild God
 invece continua il percorso di racconto di viaggio umano personale di Cave, che ha smesso da tempo di inventarsi storie (come paiono lontane le Murder Ballads dal suo scrivere di oggi!), e pensa ormai solo a completare una lunga autobiografia spirituale. Qui siamo al momento della conversione, e stavolta perlomeno ce la racconta recuperando la voglia di scrivere anche melodie (Joy) e di riesumare magari la sua marca stilistica più amata (il giro di piano di Final Rescue Attempt per esempio), e tornando, se non ai tempi d’oro, perlomeno a quell’idea personale di soul dei tempi di Abattoir Blues/The Lyre of Orpheus.

Ma c’è quella cattiva notizia: se il musicista è ritornato e gliene siamo grati, qualcosa ancora non gira del tutto a dovere. E non è tanto il discorso che non ha più l’ispirazione di un tempo, che tanto nessuno la pretenderebbe, quanto che il nostro pare avere un po’ le idee confuse su quale direzione prendere per affrontare la parte finale della sua carriera. E così Wild God si agita con arrangiamenti magniloquenti tra soluzioni varie, non certo sperimentali, se consideriamo che la scelta di buttarla sui gospel, con cori e controcanti da chiesa, per raccontare il suo stato spirituale, suona scontato al limite del banale (ma voi direte, pure Bob Dylan ci cascò, per cui…) e da lui forse ci aspetteremmo qualche provocazione in più, ma poi anche quando ritrova il suono dei Bad Seeds (soprattutto nella seconda parte del disco), al massimo vengono in mente i bozzetti minori di Nocturama, e non certo i classici.

Il problema è che se Nick Cave con questo album dimostra comunque di essere vivissimo (intendiamoci, la “faccetta gialla” è perché da lui pretendiamo di più, perché fosse un esordiente, saremmo al bacio accademico), molto meno lo dimostrano i suoi compagni di viaggio. E a questo punto mi chiedo se non sia il caso di abbandonare la sigla Bad Seeds al suo destino, perché ormai qui è tutto troppo personale e tutto troppo “suo” per poterlo condividere con partners non più in grado di aggiungere benzina ad un fuoco che resta comunque caldissimo.

venerdì 8 novembre 2024

CLAUDIO MILANO

 

I Sincopatici Ft. Claudio Milano – Decimo Cerchio

(Snowdonia, 2024)

NichelOdeon & borda – Quigyat

(Snowdonia, 2024)

Nemo, Milano, Clemente -  Frattura, Comparsa, Dissolvenza

(Autoprodotto, 2024)

 

Per presentare a chi non lo conoscesse il personaggio di Claudio Milano verrebbe la tentazione di fare mille premesse, distinguo e avvertenze, ma la tragedia per chi scrive di lui è che alla fine riuscire a cogliere tutto l’insieme delle sue esperienze e delle sue espressioni artistiche sta diventando sempre più impossibile. In più di vent’anni ha collezionato una lunga serie di pubblicazioni, spettacoli, progetti multimediali e collaborazioni tale che la lista diventerebbe illeggibile, ma è forse il modo di fotografare meglio la sua idea di arte come un continuo connubio di tradizione e sperimentazione. Non sorprende quindi che nel giro di pochi mesi di questo 2024 siano usciti ben 3 progetti in cui è coinvolto in prima persona, ma stavolta sembra che nei 3 album ci sia una sorta di filo conduttore in cui la voce, vista come strumento sia melodico che declamatorio e teatrale, è la protagonista principale.

 Lo è ad esempio nel progetto uscito a nome I Sincopatici Ft. Claudio Milano, una rilettura dell’Infermo Dantesco tra suoni spettrali e voci sofferte, nata in verità come esecuzione live per accompagnare la proiezione del film  L'Inferno" del 1911 (monumentale opera dei registi Francesco Bertolini, Giuseppe De Liguoro e Adolfo Padovan). Quella di offrire spettacoli con film muti accompagnati da una composizione scritta appositamente è una specialità chiamata Cineconcerto  dei Sincopatici, trio composto da Francesca Badalini (autrice delle musiche), Andrea Grumelli e Luca Casiraghi, che hanno invitato Milano a condire con i suoi viaggi vocali in svariate ottave il tutto. Risultato sicuramente suggestivo, con musiche pensate per 26 passi dell’opera con soluzioni molto interessanti tra elettronica e musica elettro-acustica, che ovviamente sarebbe stato bello godersi dal vivo (quella sul disco è la registrazione della performance tenutasi a Varese).

Il secondo progetto è invece uscito a nome NichelOdeon, che è uno dei nickname più usati da Milano, che condivide la paternità di Quigyat  con borda, alias di Teo Ravelli. Il disco riprende un recital tenutosi a Stradella nel 2023 (A.N.F.O.R.E. – A New Form Of European Recital), ma i due hanno poi lavorato di addizione anche in studio sfruttando il talento con l’elettronica di borda. 5 lunghi brani che sperimentano l’intreccio di suoni e voce scritti da Milano, eccezion fatta per una coraggiosa versione di  Los Pajaros Perdido di Astor Piazzolla, mentre la lunga title-track che apre il disco (con il sottotitolo di a Little Symphony For Frozen Soildiers, ma il titolo si riferisce alle aurore che per i popoli nordici sarebbero lo spirito dei bambini morti violentemente nel giorno del loro compleanno), scritta a due mani con Ravelli, vuole rappresentare gli orrori della guerra grazie ad una idea di resistenza culturale condotta attraverso la perfomance musicale e vocale. Disco sicuramente concettuale, ma con momenti musicali in cui la melodia, per quanto destrutturata alla maniera di Milano, torna a farsi evidente.

Il terzo e ultimo progetto è uscito in questo settembre 2024 ed è il più curioso. Il cd esce a nome di un trio di artisti, Claudio Milano ovviamente (comunque supportato ancora una volta da borda/Teo Ravelli, per l’occasione ribattezzati assieme RaMi), Alberto Nemo  e Niccolò “Whale” Clemente  , entrambi pianoforte e voce, tutti e tre impegnati a personificare con la loro esecuzione una riflessione sulla perdita della capacità dell’uomo moderno di trasmettere correttamente nel tempo il proprio sapere. Alberto Nemo  apre e chiude l’opera con Frattura con la sua voce tenorile e i suoi giri di pianoforte impersonificando “Il mistico”, mentre Clemente con vocalità baritonale si intromette in Comparsa come “uomo di scienza “. A MIlano è affidata la drammaturgia della parte più emotivamente forte della sceneggiatura (Dissolvenza, canto di violazione fisica che si risolve simbolicamente in un Pater Noster) , per un’opera in 4 tempi davvero affascinante, anche qui idealmente da gustarsi come perfomance teatrale. Le note di copertina ci dicono che la registrazione è avvenuta in un ormai scomparsa pompa di benzina di Prato che fu per un certo periodo trasformata in una galleria d’arte e luogo per piccoli spettacoli. Da notare anche il bel libretto che accompagna il CD,  che spiega molto meglio di quanto possa farlo una qualsiasi recensione il senso e il sentimento che muove queste esecuzioni che sfociano in una musica d’avanguardia che rappresenta un modo di espressione tutto sommato senza tempo e slegato da qualsiasi logica di rapporto di dipendenza musicista-spettatore.

In questi tre album c’è sempre un concetto alla base di tutto, e c’è una o più voci che lo esprimono con il dolore, il pathos e anche grande tecnica. Non chiedetevi che genere siano questi tre album, immergetevi ad occhi chiusi e ve lo sveleranno loro.

Nicola Gervasini

 

https://www.youtube.com/watch?v=grvZ5Icy6N8
https://www.youtube.com/watch?v=0sRkVkJ0GkU

 

https://claudiomilano.bandcamp.com/album/quigyat

venerdì 4 ottobre 2024

LOS CAMPESINOS!

 

Los Campesinos! – All Hell

2024, Heart Swells

Non mancava certo anche una dose di ironia nella scelta del nome dei Los Campesinos!, traducibile un po’ liberamente come ”i campagnoli”, visto che è questa un po’ la definizione che darebbe un qualsiasi londinese se gli chiedete cosa ne pensa degli abitanti del Galles. Loro vengono infatti da Cardiff, e nel 2008 il loro primo album Hold on Now, Youngster... pareva il preludio di una felice carriera da hit-makers. Sebbene la band abbia un seguito ormai consolidato nel corso di 15 anni circa di carriera, le cose non sono poi andate così, visto che gli album successivi non hanno incrementato le vendite, e fatto perdere un po’ di entusiasmo anche nella critica specializzata che li aveva promossi in partenza.

Alla band è sempre stata un po’ contestata la propria indole un po’ grezza e adolescenziale, sia nella produzione dei dischi, sempre molto più di pancia che di testa come approccio, sia nei testi, sempre ironici e irriverenti (basta anche solo leggere titoli degli album e delle canzoni), al limite della sboccata goliardia. All Hell è il loro settimo album, e arriva più di sette anni dopo Sick Scenes, che era stato accolto un po’ freddamente,  e porta importanti novità come l’autopromozione (dopo anni di contratto con la Wichita, il disco esce per la Heart Swells, fondata da loro stessi), ma soprattutto un cambio di marcia decisivo nella produzione, affidata all’arrangiatore Tom Bromley, che ha portato una decisa sgrossatura dei suoni a favore di un indie-pop più sofisticato del loro solito.

Ascoltate A Psychic Wound per credere, ma anche altri brani come Long Throes  e persino episodi più power-pop come To Hell in a Handjob risultano più studiati del solito. Non che la band abbia del tutto perso la naïveté per cui erano famosi, ma, dopo una lunga pausa, è chiaro l’intento di fare un passo più in là verso un pop più elaborato e adulto. Il risultato è incoraggiante, in patria già gridano al grande ritorno, e sicuramente All Hell segna una importante ripartenza di una band che necessitava una rinfrescata nella propria proposta, anche se ancora affiorano alcune sbavature, e i testi continuano a esprimere una sorta di filosofia dal basso, con metafore che coinvolgono sempre riferimenti ai video games, al calcio, all’alcoolismo, al wrestling e ovviamente al sesso, esattamente tutto quello di cui potrete discutere in un qualsiasi pub del Regno Unito sicuri di trovare veri esperti in materia.

Insomma, i Los Campesinos! continuano a parlare la lingua di un popolo non più giovanissimo e perso in una nuova idea di “No Future” (“A 37 anni senza figli e un lavoro sono un morto che cammina” cantano), e, soprattutto, di non appartenenza al mondo di oggi, con il continuo riferimento ad un “Loro “ lontano (il verso “Non comprano le birre che bevo/E non bevono le birre che compro” direi che esprime tutto), eppure musicalmente il disco si lega ad un sound più da brit-pop anni 90 in maniera convincente. Qualcuno potrebbe lamentarsi per la perdita di innocenza, ma All Hell è forse il disco che apre un futuro che non era troppo sicuro fino a qualche tempo fa .

 

Nicola Gervasini

VOTO: 7.5

lunedì 30 settembre 2024

SOUTHLANDS

 

Southlands
Still Play'n
[Appaloosa Records 2024]

 Sulla rete: facebook.com/SouthlandsRock

 File Under: no surrender


di Nicola Gervasini (26/08/2024)


Ci sono realtà della scena roots nostrana che durano ormai da parecchi anni, più o meno campandoci, o comunque inesorabili per pura passione. Facile citare i Mandolin' Brothers, che di decenni di attività ormai ne hanno più di quattro (e che qui presenziano come ospiti, non a caso), inevitabile ricordare i Cheap Wine, ma forse meno immediato è farsi venire in mente i Southlands, band che fin dal 2001 bazzica la suddetta scena, non cambiando mai di una virgola la propria proposta fatta di immaginario da heartland rock americano. L’occasione per fissarli bene in testa è sicuramente questo nuovo album Still Play’n, pubblicato dall’Appaloosa Records, un album che sicuramente li porta ad affiancarsi all’ormai consolidato buon livello raggiunto dai nomi che da anni vi proponiamo sulle nostre pagine.

La formazione dei Southlands ha avuto nel tempo qualche cambio di guardia, ma oggi si è ormai consolidata intorno alla chitarra di Roberto Semini e alla voce di Dario Savini, con Michele Romani e Riccardo Caldin nel motore ritmico, e la seconda chitarra di Fabrizio Sgorbini, anche se la vocalist Sara Cantatore può tranquillamente essere considerata un sesto membro aggiunto, vista la sua presenza determinante nell’album.

Dopo una breve intro con il brano Don’t Knock, il disco entra subito nel vivo con le chitarre in bella evidenza di It’s A Mess e By My Side, intervallate dalla prima ariosa ballad On The Border che da sola racchiude tutti gli elementi per una bella storia di fughe e fuorilegge da libro di Willy Vlautin. M
olto frizzante il duetto in puro rockabilly-sound con la Cantatore di Sweet ’49, che poi prende pieno possesso del microfono per un’altra bella ballata come The Way I FeelYou Are the Sun è un bel pezzo di pura Americana anni 90, cantato sempre a due voci, mentre la programmatica title-track racconta cosa spinge a continuare a battere le strade del rock degli attempati uomini di famiglia con figli e cani al seguito, probabilmente un piccolo inno alla normalizzazione dell’immaginario da rockstar nell’era dell’autoproduzione.

Con le sue 14 canzoni l’album va oltre la nuova moda di durate al limite dell’EP per venire incontro alle esigenze delle piattaforme streaming, perché qui si ragiona alla vecchia maniera, e ci si prende il tempo necessario a raccontare tutte le proprie storie. A voi scoprire poi le altre, come quella di Jim in Brilliant o la romantica Best Of You. Il gioco di voci e il tocco southern rock delle chitarre funzionano bene per tutto l’album, che si chiude con la corale Be My Countryside, a testimoniare quel senso di appartenenza ad una comunità che la nostra scena rock mantiene da tempo.

martedì 27 agosto 2024

BETH GIBBONS

 Il primo album solista di Beth Gibbons: Lives Outgrown.

Parla poco, ma quando parla fa parecchio rumore Beth Gibbons. Musa indiscussa della fiorente stagione del trip-hop degli anni 90, la Gibbons ha poi centellinato le uscite sia con la sua band (solo 3 album in studio più un eccezionale live con i Portishead), che da solista (un album a due mani con l’ex Talk Talk Rustin Man che è già entrato nel novero dei cult-record, e un esperimento sinfonico con tanto di orchestra). Insomma, a quasi 60 anni di età e con più di 35 anni di carriera, Lives Outgrown (Domino) è non solo il suo primo vero album solista, ma anche il suo quinto album di inediti in studio in carriera.


Suoni e atmosfere

Detta così fa impressione, ma la sua musica fa capire quanto la fretta e l’urgenza non siano esattamente la leva che la muove , quanto la ricerca di una musica che si adatti ad una sorta di spiritualità laica. La Gibbons ha avuto circa quindici anni per scrivere le canzoni, tutte di suo pugno con qualche sporadica correzione del batterista e produttore Lee Harris (anche lui ex Talk Talk). Non ci sono grandi sorprese in quello che la Gibbons ha elaborato, semplicemente ha cementato tutto il percorso di una vita in uno stile che riesce ad unire le lezioni di Sandy Denny e dei Cocteau Twins in un’unica soluzione. Dark-folk, chamber-folk, chiamatelo pure come volete, che tanto la sostanza è tutta sua. Pur avendo una voce che potrebbe richiamare almeno una decina di altre eteree vocalist della storia della nostra musica, il timbro di Beth appare subito inconfondibile, ma l’intelligenza di questo album è stata quella di non farsela bastare, chiedendo ad un produttore ben scafato come Jim Ford (Pet Shop Boys, Blur, Artic Monkeys) di dare qualche idea in più per dare vigore al tutto.


Beth Gibbons – Lives Outgrown: un disco importante

C’era il rischio molto alto di trovarci alle prese con un lungo trip lisergico, se non proprio soporifero, ma ci ritroviamo nello stereo un album dove i suoni e gli arrangiamenti rivelano ascolto dopo ascolto, con testi che parlano della propria vita di madre e di donna matura, quasi a rispondere con una sequenza da concept album alla domanda posta dal primo brano, Tell Me Who You Are Today.

Ma brani come Lost Changes o Rewind, con la loro per nulla semplice costruzione melodica, e le orchestrazioni degne del miglior Robert Kirby di Burden of Life e di altri brani, dimostrano che la Gibbons non ha sprecato il suo tempo perché il risultato giustifica il considerarla una di prima classe. Ma anche le chitarre e le percussioni giocano ogni volta una partita diversa in Oceans o in For Sale, fino al gran finale di Whispering Love. Con Lives Outgrown  Beth Gibbons pone una pietra importante nella sua parca ma sempre significativa produzione, e se anche dovremo aspettare altri quindici anni, ne varrà sicuramente la pena.


BLACK SNAKE MOAN

 

Black Snake Moan
Lost in Time
[Area Pirata 2024]

 Sulla rete: areapiratarec.bandcamp.com

 File Under: Lost in the desert


di Nicola Gervasini (24/05/2024)


Ogni volta che leggo il nome di Black Snake Moan non riesco a non pensare a un vecchio film dallo stesso titolo del 2006 del regista Craig Brewer (purtroppo successivamente colpevole del remake di Footloose e dell’inguardabile seguito de Il Principe Cerca Moglie), in cui una conturbante Christina Ricci cercava in un vecchio bluesman (un Samuel L. Jackson ispirato da Blind Lemon Jefferson) la salvezza dalla propria ninfomania, simbolicamente risolta nelle braccia della popstar Justin Timberlake. Non certo un film da cinefili, se non per le atmosfere che ben coglievano l’anima tormentata del blues di Jefferson, le stesse che mi vengono ispirate dalla musica di questo Lost In Time. Ed è proprio dalla canzone di Jefferson che prende anche il nome d’arte il musicista viterbese Marco Contestabile, che con questo nickname arriva a pubblicare il suo terzo album.

Lo attendevamo a questo appuntamento, dopo che lo scorso anno gli avevamo dedicato una intervista (a cura di Sara Fabrizi) utile a capire cosa spinge ancora un musicista nostrano ad abbracciare così fortemente una cultura lontana come quella americana. Lost In Time non delude affatto le attese, e anzi attesta la sua continua crescita musicale dopo i già interessanti Spiritual Awakening del 2017 e Phantasmagoria del 2019. Nove canzoni, trenta minuti scarsi, ma sufficienti a completare un viaggio lisergico che mi immagino, con buona dose di scontati luoghi comuni, come quello di un giovane hippie che sperimenta peyote in un deserto americano nel 1969.

Il titolo d’altronde dice già tutto, il suono creato da Blake Snake Moan ha perso ormai molto delle sue radici blues dei primi anni, quando si esibiva come one-man-band delle 12 battute, acquistando in sapori che uniscono melodie West Coast e sonorità da piena Summer of Love ‘67. Ancora una volta Contestabile fa tutto da solo, o quasi, giusto due interventi di tastiera di Gabriele Ripa in Come On Down Put Your Flowers e il pulsante basso e voce offerti da Roberto Dell'Era (Afterhours, The Winstons, Calibro35). Eppure dallo stereo esce un muro di chitarre e voci che pare di sentire impegnata una intera comune freak alla Incredible String Band, fin dalla breve Dirty Ground che introduce al viaggio, alle chitarre quasi da dark-era di Light The Incense all’organo psych-pop di Come On Down, o ancora alle mille ipnotiche percussioni che reggono Put Your Flowes o alle voci filtrate nella programmatica West Coast Song, qui tutto sa di antico, eppure fatto in casa con grande conoscenza della materia e capacità di trasformarla in canzoni più che convincenti.

Lo chiameremmo Desert Rock, anche se a Viterbo fortunatamente la siccità ancora non ne ha creato uno, ma d’altronde la musica serve a viaggiare con l’immaginazione, e quella di Black Snake Moan riesce particolarmente bene ad accompagnarci in questo “trip”.

JJ GREY & MOFRO

 

JJ Grey & Mofro

Olustee

(Alligator, 2024)

File Under: Swamp Music

 

Non sarebbe facile spiegare al pubblico italiano, anche quello più musicofilo, perché noi di Rootshighway abbiamo patito non poco per la lunga assenza discografica di JJ Grey & Mofro. Innanzitutto perché probabilmente dovremmo anche prima spiegare di chi diavolo stiamo parlando, perché sebbene il combo sia nato anche prima del 2000, ad oggi la sua popolarità è parecchio limitata agli ambiti della scena post-Jam-bands, categoria a cui subito furono associati fin dal primo album Blackwater (che ancora usciva con la semplice sigla Mofro). E dovremmo spiegare come mai se su quella scena abbiamo un po’ mollato il colpo anche noi in quanto ad attenzione, perché riteniamo abbia generalmente esaurito la propria carica creativa (sebbene in USA resti un fenomeno ancora più che vivo dal punto di vista dei riscontri di pubblico presente ai concerti), loro invece non hanno mai smesso di suscitare la nostra più piena ammirazione, se non proprio entusiasmo, E questo nonostante si portino nel DNA il difetto di fondo di molte jam-bands nate nei 90, e cioè una scarsa originalità nel fare un gran minestrone di generi e influenze. Non c’è infatti nulla di straordinariamente nuovo nel mix di southern–rock, soul e funky-music che hanno portato in alto nelle nostre classifiche dischi come Country Ghetto (2007) o This River (2013), sempre pubblicati per la storica etichetta di Chicago Alligator che li ha riaccolti in questa occasione, c’è però un suono splendido, positivamente condizionato dall’uso dei fiati, una voce adatta al genere, e un pugno di canzoni che, seppur non scevre di citazionismi e pesanti debiti col passato, suonano fresche e convincenti.

Dopo 9 anni di pausa da Ol Glory del 2015, Olustee (nome di un piccolo centro abitato dove nel 1864 venne combattuta una delle più sanguinarie e decisive battaglie della Guerra Civile Americana) paradossalmente sembra voler spiazzare con l’iniziale The Sea, maestosa soul-ballad immersa negli archi che paiono un ingrediente nuovo al loro menu, ma è solo un diversivo che significativamente verrà ripetuto col simile finale di Deeper Than Belief. Ma tra i due brani è festa di ritmi, suoni del sud, chitarre ancor più in evidenza del solito (da mettere in repeat la title-track per puro godimento d’udito), brani ancora più semplici e diretti persino negli ermetici titoli (Rooster, Wonderland, ecc..). Il cuore di Olustee è un disco che riparte esattamente da dove si erano fermati, con nuovi brani da mettere in una ideale compilation per un viaggio da “On the Road” (Seminole Wind, Top Of The World), e accorate soul-ballads col santino di Otis Redding nella tasca (On A Breeze, Starry Night, Waiting). Ma, soprattutto, con l’ennesimo rammarico di avere poche speranze di poter portare in Italia un gruppo così numeroso che non avrebbe senso ascoltare in forma ridotta, e oltretutto con scarse possibilità di conquistare tanti cuori tra i nostri conterranei che questa musica, siamo convinti a torto, la danno ormai per scontata. E’ proprio il caso di dirlo: bentornati.

 

Nicola Gervasini

mercoledì 14 agosto 2024

ANY OTHER

 

Any Other

Stillness, Stop: You Have a Right To Remember

(42 Records, 2024)

File Under: Stop & Think

Personaggio poliedrico e camaleontico come pochi altri quello di Any Other, nome d’arte che Adele Altro ha scelto per una sua interessantissima attività solista a lato di una intensissima carriera da turnista per altri artisti. Polistrumentista con gran attenzione alle svariate espressività degli strumenti in cui si cimenta (dalla chitarra al sax, passando per altri strumenti che la rendono una potenziale one-girl-band), Any Other si regala per i suoi 30 anni un terzo album che si attendeva non poco, dopo il coro di applausi riscosso ormai sei anni fa dal secondo Two, Geography. Il titolo Stillness, Stop: You Have a Right To Remember è dunque una sorta di esortazione a sé stessa a fare un primo punto della situazione della propria vita raggiunta una cifra tonda che ormai identifichiamo come il vero passaggio alla vita adulta. Per cui si mette ordine tra i ricordi e si lascia spazio a flashback mentali in queste sette canzoni, più uno strumentale (Indistinct Chatter) a chiudere. Non nascondiamo una certa delusione (anacronistica, ce ne rendiamo conto) non sulla qualità, che anzi spinge ancora più avanti la già alta asticella del suo predecessore, quanto sulla quantità, visto che il disco raggiunge a malapena la mezz’ora, ma lei stessa spiega che l’album arriva dopo anni di side-projects e impegni spesso per conto terzi, primo fra tutti quello che l’ha portata in tour con il duo Colapesce (qui presente nei cori di Second Thought) e Dimartino affrontando folle ben più ampie di quelle a cui si era abituata, ma rubandole non poche energie.

Per cui, sebbene la gestazione in sede di scrittura sia stata lunga, il disco è stato registrato e chiuso in breve tempo, assecondando una certa urgenza a scrivere una nuova pagina in questa sorta di suo diario di bordo personale che è diventata la sua carriera personale. Lo stile del disco è sempre più lanciato in un sound elettro-acustico con grande attenzione ai particolari, e se nella recensione che scrissi nel 2018 per Two. Geography già citavo Emma Tricca per pensare ad italiane anglofone che stavano crescendo di statura internazionale, qui la citerei pure come stile se ascoltate questo album di seguito al recente Asprin Sun di Emma, sebbene le due vengano da background musicali ben differenti. Sono pochi ma tutti significativi i brani, con particolare menzione a Need Of Affirmation con i suoi splendidi ricami chitarristici, l’intensa e melodica Zoe’s Seeds e la particolarmente ben prodotta Awful Thread con i suoi intrecci d’archi.  Prodotto a due mani con Marco Giudici, il disco va ascoltato attentamente e più volte per apprezzarne tutte le sfumature, come il particolare drumming che sostiene il piano dell’iniziale Stillness,Stop, o il sound rarefatto di If I Don’t Care. Si ha sempre un po’ la sensazione che parli più a sé stessa che a noi Any Other, ma se entrate senza troppo disturbare, la sua camera dei ricordi può diventare la vostra.

Nicola Gervasini

ED HARCOURT

 

Ed Harcourt – El Magnifico

2024, Deathless Recordings

Avevo un po’ mollato la pesa sulla carriera di Ed Harcourt, enfant prodige del mondo indie di inizio dei 2000, quando registrò l’album Here to Be Monster, uscito nel 2001 e ancora oggi una delle pietre miliari del cantautorato moderno. Non perché poi il ragazzo, oggi quarantasettenne, non abbia più saputo ripetersi, visto che poi anche i successivi From Every Sphere e Strangers confermarono che se magari la sorprendente freschezza dell’esordio era difficile da ripetere, comunque avevamo guadagnato un nuovo autore prolifico e importante da seguire. Negli anni Dieci però la sua produzione si è sviluppata al di fuori dei clamori, il suo nome non richiama più recensioni che urlano al miracolo ormai da tempo, e, se ci fate caso, ogni sua nuova uscita serve sempre a ribadire quanto fosse bellissimo “quel disco là e non quel disco qua”. Destino amaro di quegli artisti che arrivano all’esordio con un carico di anni di felice ispirazione nata senza pressione, e soffrono poi invece il peso delle aspettative accese.

El Magnifico è uscito il 29 marzo scorso ormai, e viene dopo quattro anni di silenzio, e con una spavalda copertina che lo fa sembrare quasi un personaggio da narcos-movie, quasi a voler ribadire che l’artista c’è ancora. Da allora non ho letto grandi lodi, nonostante alcune riviste come Uncut lo abbiano salutato come un felice ritorno, a cui fa però da voce opposta un Mojo che gli ha praticamente dato delle minestra riscaldata. Invece El Magnifico non sarà certo un disco che metteremo nelle classifiche dei dischi migliori del decennio, ma è sicuramente un album su cui vale la pena ritornare anche dopo tre mesi (che con la velocità con sui si bruciano le discussioni e reazioni ai dischi oggigiorno, pare un abisso temporale), perché comunque dimostra che Harcourt ha ancor parecchie frecce da scagliare.

Il concept stilistico dell’album è quello di una serie di canzoni nate e suonate al piano su cui però Harcourt, con l’aiuto del produttore Dave Izumi Lynch, costruisce un impianto di barocche orchestrazioni, unite a toni più teatrali del solito. Mi verrebbe da citare il Marc Almond più innamorato della canzone classica o il Rufus Wainwright più istrionico, ma forse il paragone più azzeccato potrebbe essere con la Regina Specktor dei tempi d’oro, che un brano come 1987 lo avrebbe sicuramente amato. Ma val la pena notare che di questi tempi l’idea che si possa tornare ad un pop da camera più costruito e “pieno” la stiamo notando anche in tanti giovani autori, penso ad esempio a Ramona di Grace Cummings.

Per cui sia che lavori di voluta sovra-produzione come in Broken Keys, Seraphina o My Heart Can’t Keep Up With My Mind, sia che rimanga nei meandri della scarna piano-song come The Violence Of The Rose, Harcourt semplicemente spinge all’estremo le proprie peculiarità vocali e di musicista per riscrivere la grammatica di un nuovo indie-pop, che quando incontra anche un songwriting perfetto come nel caso di Strange Beauty, spiega perché è ancora presto per archiviare El Magnifico.

 

VOTO: 7

Nicola Gervasini

RICHARD THOMPSON

 

Richard Thompson

Ship to Shore

(New West, 2024)

File Under: The Return of the Human Fly

Sebbene sia “in pista” dal 1966, Richard Thompson ha “solo” 75 anni, e se avete letto la sua autobiografia (Beeswing, in Italia tradotta e pubblicata dalla Jimenez), vi sarete resi conto che a 20 anni aveva già fatto abbastanza per entrare nella storia della musica, anche se per i tempi era abbastanza usuale (pensiamo a Steve Winwood). Questo per dire che il fatto che per la prima volta nella sua lunga carriera si sia preso una pausa discografica di ben 6 anni dal precedente 13 Rivers, davvero irrituale per uno stacanovista discografico come lui, non deve suonare come un sintomo di stanchezza, ma di giusta calma di qualcuno che, ancora pieno di forze, non ha bisogno più di correre per sfogarle.

Thompson fa parte di quella schiera di autori stranieri (penso ad esempio anche a Bruce Cockburn) dalla carriera praticamente perfetta, eppure oggetto di un culto quasi carbonaro in Italia. Non è però per pura abitudine di parlarne bene (forse giusto per Front Parlour Ballads nel 2005 siamo stati freddini su queste pagine) che ve lo proponiamo come disco del mese, ma solo perché Ship To Shore ribadisce, se mai ce ne fosse bisogno, come si scrive e come si deve suonare una canzone folk-rock. E come magari, pur ovviamente lavorando ormai molto anche di mestiere come nell’iniziale Freeze o in Turnstile Casanova, che entrano nel suo lungo catalogo di veloci cavalcate alla Tear Stained Letter (per citarne una divenuta anche famosa e riletta da molti), già una The Fear Never Leaves you o una What’s Left To Lose appaiono come piccole opere d’arte di songwriting, e visto che parliamo di un maestro in tutti i sensi (da sempre svolge anche l’attività di insegnate di chitarra e musica), direi anche un vero e proprio manuale d’istruzioni per i cantautori più giovani (e ce ne sono che sicuramente hanno i suoi dischi in bacheca, penso a Sam Amidon o Steve Gunn).

 Per il resto chi lo segue da tempo e legge i credits (si torna all’autoproduzione stavolta, dopo una serie di incontri con produttori importanti come Jeff Tweedy o Buddy Miller) sa che prima o poi lo splendido batterista Michael Jerome darà spettacolo (accade ad esempio in Trust), sa che il violino di David Mansfield entra sempre con tatto e gran gusto nella canzone senza invadere il campo (Singapore Sadie), e che quando Richard si siede con l’acustica e intona una triste ballata come The Day That I Give In ci ricorda quanto sia un raro miracolo che un musicista tecnicamente perfetto sia anche una autore e interprete così sensibile. Visto che i complimenti si sprecano, poi magari togliamo un po’ di eccessiva benevolenza alla recensione notando che dopo il brillantissimo Sweet Warrior del 2007, anche lui ha un po’ smesso di cercare variazioni al tema e viaggia sempre sul sicuro (brani come The Old Pack Mule o il lungo assolo di Maybe potremmo dire che esistevano già nel suo repertorio, ma repetita iuvant insomma), ma non è più tempo di rischiare per nessuno ormai, e basta una Lost In The Crowd a renderci felici che Thomspon sia sempre qui con noi a raccontarci le sue storie.

 

Nicola Gervasini

TERENCE TRENT D'ARBY

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