AJ CROCE


 A.J. Croce Twelve Tales
[Compass/ IRD 
2014]
www.ajcrocemusic.com

 File Under: That's him in the same bar

di Nicola Gervasini (12/03/2014)


In un era ormai lontana, in cui l'invasione dei figli d'arte era ancora considerata una curiosa moda del momento e non la logica evoluzione della specie del rock and roll, A.J. Croce è stato uno di quei nomi su cui tutti abbiamo scommesso qualcosa. Dopo un esordio già promettente (prodotto da T-Bone Burnett), dischi come That's Me in the Bar (1995) e Fit to Serve (1998) lo avevano lanciato come una sorta di evoluzione moderna di Dr. John, grazie al suo stile a metà tra il tipico sound di New Orleans e il Tom Waits degli esordi. Poi però il ragazzo si è un po' perso nel tentativo di accedere agli anni 2000 con un investitura più pop e un sound meno sporco. Forse Transit del 2000 è stato anche ingiustamente ignorato dai più, ma è innegabile che il nostro eroe non si è più ripreso, cadendo in un inaspettato oblio.

Per questo Twelve Tales va salutato un po' come un comeback-record, non tanto perché lui se ne sia mai andato (da allora ha prodotto altri tre album), quanto perché comunque il suo tentativo di suonare e apparire più cool non ha avuto effetti positivi né in termini di critica che di nuovo pubblico. Guardarsi alle spalle può anche suonare come una sconfitta, eppure Twelve Tales non è solo un completo ritorno al sound dei suoi anni 90, ma anche un intelligente modo per trovare una sintesi tra le sue diverse nature. I brani sono molto differenti tra loro, risultato anche di diverse session in tre città differenti (Nashville, New Orleans, Los Angeles), con un cast stellare in cabina di produzione quanto variopinto. Allen Toussaint, il mitologico "Cowboy" Jack Clement (morto l'anno scorso, proprio poco dopo queste incisioni), il redivivo Mitchell Froom, il contrabassista Greg Cohen e esperti veterani come Kevin Killen e Tony Berg si sono riuniti per ridare nuova linfa vitale a dodici brani che lo rilanciano se non altro come autore da seguire.

Croce intanto torna ad esaltarsi al piano (Call Of Love e Easy Money stanno in piedi praticamente grazie allo scorrere fluido delle sue dita sulla tastiera), ma ritrova anche il suono dei suoi esordi grazie ai fiati di Shining o nella splendida ballata finale di The Time Is Up (quanto sarebbe piaciuto ad Eddie Hinton un brano così?). Spesso si concede qualche variazione sul tema (Momentary Lapse of Judgement si nutre dell'aria di Nashville, What Is Love lo vede addirittura calpestare le orme del padre Jim), ma l'album inizia alla grande con il delizioso singolo Right On Time e una ballatona roots come Always Evermore, e già alla seconda canzone ci si sente come quando si ritrova un amico dopo lungo tempo. Anche se poi, alla fine, Dr John continua ad essere più moderno di lui.

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