martedì 1 novembre 2016

FELICE BROTHERS

Felice Brothers
Life in the Dark
(2016, Yep Roc Records)
File Under: Still searchin’ for the Ghost of Tom Joad

Sullo stato dell’arte dei Felice Brothers in questa metà degli anni dieci vi rimanderei al sunto di carriera fatto in occasione del precedente album Favorite Waitress del 2014. Anche solo per ribadire che il corso intrapreso dalla band con quell’album pare essere quello definitivo, ben confermato dal nuovo Life In The Dark. La sbornia modernista del 2012 è dunque sotterrata e dimenticata: non esiste più un mercato da conquistare, e forse neanche più un mondo artistico da riscrivere, e allora perché non chiudersi in un garage affittato per l’occasione nella Hudson Valley, trasformandolo in uno studio di registrazione grazie a confezioni di uova, proprio come si faceva artigianalmente “ai vecchi tempi”. Ian Felice, assecondato da una nuova line-up ormai consolidata intorno al fratello James, sempre inchiodato sulla sua fisarmonica, il bassista Josh "Christmas Clapton" Rawson, il violinista Greg Farley e il batterista David Estabrook, continua un suo viaggio personale nella tradizione americana, ponendosi forse come la formazione attualmente più vicina alla lezione purista della Band di Robbie Robertson, pur con le debite distanze. Realizzato con il gusto dell’improvvisazione e di un rural-sound iper-conservatore, Life In The Dark è un piccolo viaggio nelle contraddizioni dell’America moderna, lette con taglio tra il cinico e il sarcastico. Prima parte dedicata a brani brevi: il singolo posto in apertura Aerosol Ball è accompagnato da un video fatto da spezzoni di filmini su come si divertivano grandi (con una svestita pin-up vintage) e piccini (giochi di strada di bambini) in America anni fa, ed è un brano che si barcamena tra l’ironico (Every tooth in Duluth is Baby Ruth-proof) e il nostalgico con grande maestria. Sul duello fisarmonica-violino è basata anche la successiva Jack At The Asylum, mentre è con la title-track che si ha il primo acuto del disco, ballatona roots di risaputa ma pur sempre efficace fattura, così come anche la più difficoltosa Triumph ’73 che la segue. Con Plunder arriva il primo azzardo elettrico, con la chitarra di Ian che si lancia in un assolo volutamente stonato, momento quasi rock che si chiude nel minuto e mezzo strumentale di Sally. Il disco prende il volo nell’ipotetico lato b: tre brani che mostrano tutta la grandezza di songwriting di Ian, prima con una Diamond Bell che sembra essere spuntata dalle sessions di Desire di Dylan, lungo racconto di frontiera che anticipa la line-dance di Dancing on the Wing. Finale in tono mesto con Sell The House, storia di miseria di cent’anni fa ancora buona per raccontare un presente basato su un futuro per nulla roseo. L’ America dei Felice Brothers è in fondo ancora la stessa raccontata da Furore di Steinbeck, una continua lunga ricerca di una felicità sottratta dagli eventi e da una società che da terra promessa sta sempre più diventando l’inferno da cui fuggire.


Nicola Gervasini

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