sabato 10 gennaio 2026

Jesse Harris

 

Jesse Harris

If You Believed In Me

Artwork Records

***1/2

Storico collaboratore di Norah Jones, ma anche di Emmylou Harris Willie Nelson, Cat Power, e Black Keys, il chitarrista Jesse Harris prova a riportare in auge la nobile arte dell’orchestrazione.

Di Nicola Gervasini

Il destino, al tempo stesso felice e ingrato, di Jesse Harris, è che qualunque articolo lo riguardi da anni, deve per forza citare la canzone famosa di cui lui fu autore. La celeberrima Don’t Know Why con cui Norah Jones si fece conoscere nel mondo, vincendo anche un Grammy Award nel lontano 2002, era sua infatti, ed era già stata registrata in un suo album di tre anni prima a nome Jesse Harris and the Ferdinandos, ma la portò in dote quando fu poi assunto come chitarrista dalla nota figlia di Ravi Shankar. Da allora va detto che il nostro non ha poi sfruttato troppo la possibile notorietà, se la sua carriera solista è poi proseguita regolare sia nelle uscite, sia nel venire spesso ignorata dalle grandi testate musicali.  If You Believed In Me sembra invece chiedere di dargli nuova fiducia fin dal titolo, perché è una raccolta di dieci brani brevi, ma davvero finemente prodotti e arrangiati, dove chi ama le atmosfere a cavallo tra cantautorato folk e soluzioni jazzy di Norah Jones si troverà a casa, ma in più aggiungerei anche un gusto raffinato, e quasi “alla Randy Newman”, nel gestire le orchestrazioni (meravigliosamente condotte dal brasiliano Maycon Ananias). E questo sia quando sono evidenti protagoniste (There's a Real World), sia quando fanno da sfondo e controcanto a deliziosi bozzetti acustici come I’m Not Sure.

Disco quindi autunnale e gentile, a cui forse manca ancora il guizzo autoriale distintivo che lo ha reso in carriera un bravo outsider e non un protagonista, ma sicuramente pieno di melodie sapientemente costruite, unendo spleen crepuscolare e cantabilità (ascoltate Like a Leaf, qualcosa dalle parti del primissimo Bill Fay), o ballate acustiche semplici, quasi alla Cat Stevens, come Dolores. La scelta di chiamare l’amica Norah Jones a duettare nel singolo Having a Ball, melliflua ballata sul modello di Something Stupid di Frank e Nancy Sinatra, testimonia un rapporto duraturo ma anche ingombrante, ed è un peccato perché in fondo anche brani strumentali come Nobody Else (lo aiuta qui il pianista Jake Sherman) lo confermano chitarrista acustico di sicuro interesse. C’è tempo anche per un momento in francese con Marine Quéméré, che mette la sua suadente voce in Rose du Ciel, prima di chiudere con Where’s Your Shadow un disco da ascoltare rigorosamente guardando le foglie cadere.

lunedì 5 gennaio 2026

THE HIVES

 

The Hives - The Hives Forever Forever The Hives

2025, PIAS Recordings

C’è stato un momento, a fine anni Novanta, in cui l’attenzione che le Major avevano dato all’inizio del decennio al mondo alternative-rock si spostò verso i mondi ancora più estremi di certo garage rock. In quello che molti videro comunque come un revival di un modo antico di intendere il rock and roll (la ricetta era la stessa, chitarre sferraglianti, produzione ridotta al minimo, rabbia e istinto come must creativo e two/three-minute songs senza toppe complicazioni), la Svezia giocò un ruolo a sorpresa determinante con band come gli Hellacopters e soprattutto gli Hives, tutti figli artistici di band come Nomads o Wylde Mammoths che avevano inaugurato la scena un decennio prima.

La parabola degli Hives li ha visti toccare anche il successo internazionale con gli album Veni Vidi Vicious del 2000 (mai titolo fu più chiaro sul contenuto del disco) e Tyrannosaurus Hives del 2004 (e anche qui i riferimenti storici erano palesi), poi il calo, sia creativo che di vendite, ha portato la band a mollare il colpo nel 2012 dopo altri due album. Ma siccome il fuoco del rock brucia sempre anche quando intorno tutto gela, il leader Howlin' Pelle Almqvist ha rimesso assieme quasi tutti i pezzi (solo il bassista Dr. Matt Destruction non è più tornato in attività per mai specificati problemi di salute), e nel 2023 è ripartito con la pubblicazione del sesto album The Death of Randy Fitzsimmons.

The Hives Forever Forever the Hives, con il suo titolo e foto di copertina ironicamente autocelebrativi, è l’immediato seguito, come a dire che i “ragazzi” non hanno più intenzione di fermarsi. Sul contenuto del disco (13 brani in 32 minuti in pura tradizione Ramones) non c’è molto da dire, il genere suonato dalla band è, al pari di certo Heavy Metal, una espressione obbligata che deve assolutamente rispettare certi parametri, e loro di certo non si mettono alla loro età, e in uno scenario musicale globale che ormai ha abbandonato l’idea di un possibile continuo progresso, a stravolgere tutto.  Anzi, paradossalmente proprio la brevità richiesta dalle nuove modalità di ascolto in streaming paiono proprio fatte ad hoc per valorizzare i loro brani, che dopo un minuto circa hanno già detto tutto quello che volevano esprimere.

Bene così, la band gira a mille, e i brani (dal singolo Enough Is Enough all’ottima Legalize Living, fino alla polemica di They Can't Hear the Music) sembrano adatti a quello che suona come una antica conferma che, con due chitarre e una sezione ritmica che non perde un colpo, una buona mezz’oretta di energia la si può garantire. La presenza del Beastie Boys Mike D nel ruolo di produttore a fianco dello svedese Pelle Gunnerfeldt, e di Josh Homme in quella di “consulente”, non paiono poi aver portato grandi rivoluzioni, gli Hives sono vivi, e con loro sopravvive un certo antico spirito rock che non meritiamo di perdere nel caos della rete.

 

VOTO: 7

Nicola Gervasini

lunedì 29 dicembre 2025

The Who

 

The Who

Who Are You (Super Deluxe Edition)

Universal Music

****

 

Per gli amanti di quell’esoterismo rock che vorrebbe ad esempio Paul McCartney essere morto da quasi 60 anni (e quello che vediamo sarebbe un abile sosia), la copertina dell’album Who Are You degli Who prediceva misteriosamente la morte del batterista Keith Moon (avvenuta circa un mese dopo la pubblicazione del disco), ritraendolo seduto su una sedia con la scritta “da non portare via”. Per i più realisti invece fu solo che il fotografo trovò casualmente una sedia che fosse adatta a nascondergli la pancia da cirrotico. La curiosità serve per capire molto di quell’album e del materiale offerto da questa lussuosa edizione. Who Are You, ottavo disco degli Who uscito nel 1978, è nel tempo diventato un classico della band, pare secondo solo a Who's Next come album più venduto della loro storia, dato curioso per un disco considerato da molti alquanto deludente (anzi, quando uscì, fu anche piuttosto massacrato per la sua sovrabbondanza di archi e tastiere).

Di certo quindi ai tempi non si ipotizzava che l’album potesse invece reggere il confronto con il tempo, e oggi viene addirittura celebrato con una mastodontico box di 7 cd e un blue-ray, e, giusto perché il feticismo degli appassionati non rimanga deluso, è possibile anche reperire un cofanetto deluxe di 4 LP, un'edizione ridotta di 2 CD, una edizione limitata in vinile colorato e pure una “half speed”.

I numeri da sciorinare sono di 71 brani inediti, un libro di 100 pagine, con un programma che prevede il disco originale rimasterizzato da Jon Astley, i mix originali registrati da Glyn Johns nelle prime disastrose session per l’album (alcuni rimaneggiati da Steven Wilson), con incidenti di ogni sorta e livelli di litigiosità oltre la soglia del vivibile che interruppero i lavori per più di un anno. Il vero grosso problema era che lo stato di salute e attenzione mentale di Keith Moon rendeva impossibile programmare session fruttuose. Il resto del menu infatti vede ulteriori session e demo, la maggior parte gestiti dal bassista John Entwistle, che si arrabattò non poco per portare avanti un progetto che pareva ormai irrimediabilmente arenato.

Il quarto CD infatti ci offre le prove studio del 1977, quando la band riuscì finalmente a concentrarsi negli studi di Shepperton, stesso luogo dove vennero poi gestite le prove per il tour successivo, che sono documentate nel quinto CD, e che vedono ormai già l’ex Faces Kenney Jones alla batteria. Chiudono due CD che documentano le esibizioni live del tour americano del 1979, vera chicca del box, visto che mancava nella loro discografia ufficiale un report dettagliato di quel periodo. Il blue-ray invece vede intervenire sui brani nuovamente Steven Wilson, ormai specialista in re-mix di classici del rock britannico.

Come si vede, un’operazione ben confezionata che unisce la necessità di storicizzare il lunghissimo e travagliato iter produttivo di un album comunque valido, con l’interessante recupero di materiale live che, trattandosi di una delle migliori band da palco della storia, sapete bene quanto sia sempre benvenuta, oltre a quella ossessiva esigenza di rimettere mano ai mix di registrazioni del passato che caratterizza le ristampe “deluxe” di questi anni (e qui non nascondo un certo scetticismo sull’opportunità di simili operazioni). Dando per scontato che gli amanti degli Who abbiano già una copia del disco in casa, l’edizione si giustifica comunque con molto materiale inedito di grande interesse.

Nicola Gervasini

domenica 21 dicembre 2025

Neko Case

 

Neko Case

Neon Grey Midnight Green

Anti-, 2025

File Under: Musician's life

Ammetto subito in apertura di recensione di avere un certo rapporto conflittuale con la musica, e in generale la carriera, di Neko Case. Cantautrice di matrice country all’esordio (ma prima c’erano state le esperienze con le punk-band Cub e Meow), la Case si è via via allontanata dalla grammatica classicista esibita nel 1997 in The Virginian, arrivando a produrre dischi davvero belli, quanto anche stimolanti dal punto di vista delle soluzioni nuove, come  Blacklisted o Fox Confessor Brings the Flood, ma dal controverso Middle Cyclone del 2009 (n verità il suo album più venduto) in poi ha secondo me faticato a trovare il giusto equilibrio tra classico e moderno. Se la parallela carriera con la band dei New Pornographers in qualche modo doveva servire a darle sfogo in ambiti più indie-pop (e nel campo la sigla ha prodotto album interessantissimi), i suoi album solisti The Worse Things Get, the Harder I Fight, the Harder I Fight, the More I Love You del 2013 e Hell-on del 2018 avevano lasciato la sensazione di grandi idee confuse.

Il fatto che poi abbia pubblicato poi poco a suo nome (questo Neon Grey Midnight Green è solo l’ottavo album in quasi trent’anni di carriera, non comprendendo i live e la retrospettiva di Wild Creatures pubblicata nel 2022), fa capire come l’artista non abbia la sua storia solista come interesse principale. In ogni caso Neon Grey Midnight Green è sicuramente un buon disco, ed appare subito più a fuoco dei suoi predecessori, pur confermando sempre quelle sbavature che lasciano perplessi.  Che possono essere esprimenti vocali senza troppo senso come Tomboy Gold, ma anche ottimi brani come Wreck, un mid-tempo roots in stile Kathleen Edwards, che viene però sommerso da fiati e archi non del tutto necessari.  D’altronde la lista di session-men coinvolti conta più di 30 musicisti, con qualche nome importante come Steve Berlin, John Convertino o Sebastian Steinberg dei mai dimenticati Soul Coughing, numeri grossi per un disco che infatti la Case ha definito “una lettera d’amore per i musicisti e la loro vita”.

La sensazione di grande riunione di famiglia regna un po’ sovrana, come se su ogni brano in tanti, a volte troppi, abbiano voluto lasciare per forza un segno, appesantendo un disco che, se leggermente prosciugato, avrebbe avuto tutti i numeri (leggasi: le canzoni giuste) per essere visto come un suo grande ritorno. In ogni caso anche Louise, Rusty Mountain e la stessa title-track entrano di diritto nel novero della sua miglior produzione, e questa è la buona notizia, perché comunque recuperano una essenzialità nella scrittura che si era un po’ persa nella voglia di strabiliare a tutti i costi sciorinata negli ultimi anni. Accontentiamoci così quindi, Neon Grey Midnight Green è un album consigliabile nonostante le sue esagerazioni, e ci restituisce in buona forma una autrice su cui avevamo davvero puntato molto ormai vent’ani fa.   

 

Nicola Gervasini

mercoledì 17 dicembre 2025

Nero Kane

 Nero Kane

For the Love, the Death and the Poetry

(Subsound Records, 2025)

File Under: Black Mass

Ci sarebbe da dividere la presentazione di For the Love, the Death and the Poetry, il nuovo album di Nero Kane, in due parti: una rivolta a chi già conosce i suoi precedenti lavori, una invece rivolta a chi ancora non ha incontrato la sua musica. Per i primi consiglierei di partire dal titolo e dalle tre parole chiave, Amore, Morte, Poesia, perché poi il suo “psych dark folk” (questa è la descrizione che si trova subito online, indicativa, ma non esaustiva, del suo stile) è effettivamente animato da un continuo rapportare amore e morte, e da un atteggiamento (e un suono) decisamente etereo che sa di poesia ancora prima di leggere poi i versi delle sue canzoni.

Per i secondi invece direi di partire dalle conferme rispetto ai 3 album precedenti, innanzitutto della partner in crime Samantha Stella, al solito presente sia come musicista, vocalist e autrice (e pure promoter aggiungerei), e dalla conferma di Matt Bordin come unico terzo musicista e co-produttore dell’album. Il che fa subito capire che For the Love, the Death and the Poetry persegue, fin dalla quasi a campana a morto suonata dal piano nell’iniziale As An Angel’s Voice, la strada di realizzare colonne sonore per quella sorta di messa laica che sono i loro concerti, dove gli effetti della chitarra di Nero e le tastiere di Samantha compongono lo stesso muro di suoni oscuri qui riproposti. 

E se il primo brano mostra tutto il loro background intriso di dark-music anni Ottanta, già la chitarra immersa in echi morriconiani ed evocativi tocchi di slide alla 16 Horsepower della successiva My Pain Will Come Back To You, riporta in evidenza invece la cultura di musica americana di Kane, che qui si cimenta in una ballata epica che si sarebbe potuta tranquillamente proporre al Johnny Cash degli American Recordings. Sta in questo contrasto la particolarità, e direi tranquillamente unicità, della proposta di Nero Kane, che sicuramente gioca molto sul fattore “atmosfera”, come dimostrano lo strumentale Unto Thee On Lord e seguente Land Of Nothing, cantata da Samantha Stella in pure “Nico-style”. Ma c’è comunque spazio per il Kane songwriter, come nella dolente ballata acustica Mountain Of Sin, puro folk d’altri tempi, o per le soluzioni anche più dark-prog di The World Heedless Of Our Pain (ai Dead Can Dance sarebbe piaciuta molto), che spiega anche perché il set live del duo Kane-Stella sia molto apprezzato anche in ambiti europei del mondo del prog/dark  metal, nonostante la mancanza di molti segni distintivi del genere nella loro proposta, 

Il disco, anche nel suo seguito con Receive My Tears, There Is No End e Untile The Light Of Heaven Comes (credo che i titoli bastino per spiegare e far immaginare il mood dei brani), non porta comunque particolari stravolgimenti nella loro musica, se non una continua maturazione di una idea che resta intrigante, anche se non per tutti (se cercate l’energia positiva del rock è forse meglio girare alla larga da questi paraggi), e che conferma Nero Kane come uno dei nomi che possiamo davvero pretendere di esportare anche fuori dai nostri confini.


lunedì 15 dicembre 2025

Mirador

 

Mirador

Mirador

Universal

**1/2

 

C’è da anni una profonda discussione tra i fans del rock “old style” riguardo i Greta Van Fleet. Le opinioni sulla band spaziano tra gli estremi di “Meri plagiari/pataccari dei Led Zeppelin” a “La dimostrazione vivente che il rock non morirà mai”, e sta a voi decidere in quale punto della linea posizionare la vostra opinione. Tra l’altro è lo stesso tipo di diatriba che ha accolto i loro contemporanei di casa nostra Måneskin, e anche qui lascio ad altre occasioni la discussione sulle debite distanze da porre tra i due gruppi.

In ogni caso, su una cosa è possibile concordare tutti riguardo ai Greta Van Fleet, e cioè che hanno studiato bene i classici, e sicuramente li sanno suonare con quella dovuta maestria che gli ha garantito un grande successo, anche tra le giovani generazioni. Per cui c’è poco da storcere il naso per questo side-project chiamato Mirador del loro chitarrista Jake Kiszka, che ha unito le forze con Chris Turpin degli Ida Mae, interessante duo di folk-blues elettrico sponsorizzato da Ethan Johns qualche anno fa.

Qui si respira aria da nuovo hard-blues bidimensionale alla White Stripes o Black Keys prima maniera direi, con “riffoni” subito in bella mostra fin dall’iniziale Feels Like Gold, e con una sezione ritmica, formata dai session-men Mikey Sorbello e Nick Pini, che picchia e pulsa come richiesto dal genere. Oppure altra ispirazione viene dalla frequentazione di Turpin con Marcus King, visto che lo strascicato blues Roving Blade gira da quelle parti, o forse ancor più li avvicina ai Gov’t Mule.

Il problema è che, esaurite le presentazioni sul “da dove veniamo”, la band si arena poi nel resto del disco su un “cosa facciamo” che sa davvero troppo di déjà vu per noi vecchi frequentatori del genere. E, più che altro, il duo non risolve il dilemma se essere una semplice hard-blues-band da bassifondi, o una possibile proposta da magniloquente “Style rock di Virgin Radio”, con tutto il dovuto rispetto per la loro programmazione.

Anche la ballatona acustica Must I Go Bound, con tanto di echi di Irish music, o una Dream Seller sommersa da archi sintetizzati, sanno un po’ di vecchio FM Rock, mentre il doveroso “momento alla Zeppelin” di Fortunes’ Fate, ricorda quanto il disco assomigli alla collaborazione di metà anni 90 tra Jimmy Page e David Coverdale. Produce Dave Cobb, ma il suo tocco solitamente al servizio di artisti del nuovo country (Chris Stapleton, Jamey Johnson, Colter Wall,...) si sente poco. In ogni caso se cercate chitarre e riff di un tempo, tra slide-guitars sferraglianti (Blood and Custard, Heels of The Hunt), qualche deviazione pseudo-grunge quasi alla Soundgarden (Ten Thousand More To Ride), e epiche e sofferte ballatone (Skyway Drifter), qui c’è un edibile pane per i vostri denti.

 

Nicola Gervasini

 

venerdì 5 dicembre 2025

Pete Droge

 

Pete Droge

Fade Away Blue

Puzzle Tree Records

°°°1/2

Nel delirio collettivo da super-vendite della scena di Seattle degli anni Novanta, pochi oggi si ricordano anche di un piccolo sotto-fenomeno che con grande fantasia potremmo definire “il cantautorato grunge”. In sé la definizione non dice nulla, se non che ad un certo punto bastava suonare in qualche club di Seattle per essere definito tale, come è successo ad esempio a Terry Lee Hale, ma successivamente il termine “grunge” fu appioppato anche a Jeff Buckley o al canadese Hayden. E soprattutto a Pete Droge, autore che nel 1994 pubblicò un album per l’American Recordings di George Drakoulias (Necktie Second) che girò parecchio tra la fanbase dei Pearl jam, vuoi perché prodotto da Brendan O’Brien e sponsorizzato dallo stesso Mike Mcready, vuoi perché Droge aveva condiviso anni di gavetta con molti eroi di Seattle. Ebbe il suo “warholiano quarto d’ora di notorietà” con il singolo If You Don't Love Me (I'll Kill Myself), che appariva anche nella colonna sonora del film Scemo & Più Scemo, ma finita la festa a Seattle, è rimasto relegato ad una lunga carriera da outsider, in cui nemmeno l’effimera superband dei Thorns nel 2003 (un trio formato con Matthew Sweet e Shawn Mullins) riuscì a riportarlo nel mirino di qualche grande etichetta.

Eppure, lui con pochi mezzi ha continuato a scrivere le sue canzoni, che hanno con tutta evidenza Tom Petty nel motore, e forse anche nella carrozzeria. Per cui non c’è nessun “ritorno” da annunciare per questo Fade Away Blue, quanto però l’opportunità di trovare un vecchio amico in buona forma, e soprattutto impegnato in un personalissimo album la cui importanza è sottolineata anche dalla cura spesa in sede di produzione e registrazione. A testimonianza abbiamo anche la lista di musicisti coinvolti, gente come Greg Leisz, Jay Bellerose, Rusty Anderson, il pianista Lee Pardini (Dawes, Chris Stapleton), nomi di session-men di lusso che dovrebbero risvegliare qualche buon ricordo nei nostri lettori. Le dieci canzoni che compongono l’album sono invece quanto di più intimo e personale abbia mai scritto, fin dall'apertura di You Called Me kid dedicata al da poco scomparso padre, ma anche in Song for Barbara Ann e Skeleton Crew non mancano gli elementi autobiografici. Musicalmente è un album riuscito nella sua semplicità elettro-acustica, nel presentarlo Droge ha citato la filosofia del “Three chords and the truth” e vi ha tenuto fede. Ma è evidentemente la ricetta giusta, perché senza suscitare particolari clamori, questo Fade Away Blue potrebbe diventare il suo disco migliore dopo i primi due, che dalla loro parte in più avevano forse solo il fatto di aver anche scritto una piccola riga della storia della musica americana, mentre qui si scrivono molti paragrafi della sua vita.

 

Nicola Gervasini

lunedì 1 dicembre 2025

BANGLES

 

The Bangles

Watching the Sky: The Bangles Box Set

Chery reed

°°°1/2

Tempo di valorizzazione del catalogo anche in casa Bangles, il quartetto “all-girls” formato da Vicki Peterson, Susanna Hoffs, Debbi Peterson e l’ex Runaways Michael Steele. Watching the Sky: The Bangles Box Set riunisce i primi 3 album della band, con un quarto cd che riprende il loro EP del 1982, qualche singolo come il loro vero e proprio esordio del 1981 (Getting Out of Hand), la poderosa cover di Hazy Shade of Winter di Simon & Garfunkel presente nella colonna sonora del film Less Than Zero, e forse troppi remix o extended version dei singoli più noti.

Occasione buona, comunque, per ricordare una band nata nel contesto del Paisley Underground di Los Angeles, con complice amicizia con gruppi come Dream Syndicate, Rain Parade e Three O'Clock, un’unione di anime e intenti celebrata col supergruppo Rainy Day nel 1983, e ancora, nel 2019, nell’album a quattro mani 3 x 4. Complice l’interesse che una band al femminile suscitò in un decennio così attento all’immagine come gli anni Ottanta (e l’affannosa ricerca delle nuove Go-Go’s), la storia musicale delle Bangles racconta di un gruppo di amiche sinceramente innamorate di una musica fatta di chitarre e rimandi al sixty-sound dei Byrds, che era stata un po’ forzata a diventare una pop-band da video musicali.

Riascoltiamo comunque con piacere All Over the Place del 1984, che si fece apprezzare per la freschezza del suono tutto chitarre e per le due cover, Live, un brano del 1967 dei Merry-Go Round, e il loro primo singolo di un certo richiamo, Going Down to Liverpool, una cover di Katrina and The Waves scritta dal loro chitarrista Kimberly Rew (un ex Soft Boys con Robyn Hitchcock, giusto per confermare la matrice del loro suono). Il best-seller però fu Different Light del 1986, quasi 4 milioni di copie vendute nel mondo grazie a tre singoli ancora oggi super-noti, ma significativamente anche gli unici tre brani non autografi del disco, a parte la solita cover di alto livello per ribadire le loro origini artistiche (in questo caso una pregevole September Gurls dei Big Star).

Ma pareva ovvio che le pur irresistibili Manic Monday (uno “scarto” di Prince), Walk Like An Egyptian (scritta da Liam Sternberg, archivista della Stiff Records), e If She Knew What She Wants (opera di Jules Shear, che ricordiamo poi negli anni Novanta come presentatrice degli Unplugged di MTV), erano scelte che sapevano molto di imposta strategia marketing per far di loro delle star del pop. In particolare, Susanna Hoffs tentò a anche una carriera cinematografica (interpretò una ben poco memorabile commedia balneare diretta da sua madre), che tardò la pubblicazione del più coraggioso Everything, uscito nel 1988 per la prima volta lanciato da due singoli di loro pugno (In Your Room e Eternal Flame), che conquistarono complimenti dalla critica, ma un successo decisamente più contenuto. Fine della storia per quanto riguarda il Box, anche perché il seguito, carriere soliste a parte, vede solo due dignitosi album pubblicati nel 2003 e 2011, e tanti tour nostalgici, tutt’ora in corso.

 

Nicola Gervasini

 

venerdì 28 novembre 2025

Tift Merritt

 

Tift Merritt

Time And Patience/Tambourine (Vinyl Reissue)

One Riot Music

***/****

La scorsa estate Andrew Bird ha suonato alcune date in Italia (una al Castello Sforzesco di Milano) facendosi accompagnare da Tift Merritt, e il poco clamore per l’avvenimento ci conferma, se mai ce ne fosse stato bisogno, quanto poco conosciute siano le cantautrici americane nel nostro paese. Il discorso è sempre lo stesso, la Merritt in Italia da sola potrebbe al massimo riempire i locali, in USA è comunque un nome di primo livello nella scena del cantautorato di stampo country-roots. Per provare a farla riscoprire potrebbe essere utile approfittare di questa operazione della One Riot Music, che ristampa in vinile (potete scegliere tra versione “Gold Flare” o Translucent Red”) Tambourine, il suo secondo album del 2005 che la impose sulla scena (con tanto di nomination ai Grammy Awards per il miglior album country dell’anno), con una nuova raccolta di demo e inediti intitolata Time and Patience. La seconda pubblicazione è sottotitolata “Tambourine Kitchen Recordings”, ed è una raccolta con scaletta molto diversa da quella uscita nel 2005 col titolo Home Is Loud. Le due nuove edizioni sono vendute separatamente, ma assieme fanno capire quanto pesò il lavoro del produttore George Drakoulias sulla versione finale di Tambourine, complice una band di studio che vedeva chitarristi di primo livello come Mike Campbell degli Heartbreakers e Neal Casal, a cui, tra l’altro, è dedicata la ristampa.

Col senno di poi sappiamo che il suono decisamente “tompettyano” del disco, che le portò ovvi paragoni con Stevie Nicks, non era esattamente la sua marca stilistica più personale, che infatti nei dischi successivi si attestò su un cantautorato a metà tra l’eleganza melodica di Carole King e il country evoluto di Emmylou Harris, con un piglio decisamente meno votato al rock e a quelle chitarre che in Tambourine suonavano così forti e vigorose.

Interessante comunque anche ascoltare Time And Patience, con i 6 demo casalinghi che mostrano che brani come Plainest Thing e Still Pretending erano nati con uno spirito decisamente più intimo, mentre la raccolta prevede qualche traccia registrata live (ottima, ad esempio, 4th Street Windowsill con i fiati), e nel finale offre un vero e proprio inedito delle session del disco, la rockeggiante e tirata Last Day I Knew What To Do. Tambourine apparì fin dall’inizio come il risultato del lavoro di un team e non di una singola artista, ma questa nuova raccolta dimostra la validità di queste canzoni anche nella loro versione più nuda e cruda. Il che non toglie meriti ad un disco che a distanza di vent’anni suona ancora benissimo, con quel suono esplosivo e cristallino tipico di qualsiasi produzione di Drakoulias fin dai suoi gloriosi anni 90 (Jayhawks, Black Crowes, Maria McKee,…).

Nicola Gervasini

mercoledì 26 novembre 2025

The Bravo Maestros

 

The Bravo Maestros - Keep It Simple, Stupid!

Vina Records - 2025

Se lavorate nel mondo dell’informatica, l’espressione Keep It Simple, Stupid! che dà il nome al primo album dei Bravo Maestros vi sarà familiare, magari con l’acronimo KISS, ed è una sorta di regola base dello sviluppo software che invita a considerare l’intuitività e la “user friendliness” (come si dice in gergo) dell’interfaccia sviluppata. Come dire, non basta che funzioni, deve anche essere facile da capire e usare. Trasportata in ambito rock non sorprende dunque che la proposta di questi ragazzi si traduca in un rock semplice e diretto, “Rock e cassa dritta a 160 bpm” per dirla con la loro stessa definizione, tipica di un trio chitarra-basso-batteria formato da Matteo Buranello, Davide Diomede e Luca Buranello.

Keep It Simple, Stupid! è una raccolta dii 11 brani che paiono registrati nel 1979, che sanno di Jam e Pop Group nel DNA, ma che non disdegnano di guardare anche al punk anni Novanta dei Green Day se vogliamo, tutto suonato con una attitudine “live” e “garage” che vi sarà facile immaginare. Vi basterà anche solo ascoltare il singolo Jungle Jingle che apre il disco per riservare al disco un passaggio in macchina a tutto volume, perché qui c’è energia, chitarre, e tanto power-pop d’annata, anche finemente scritto, come nel caso di The Love Conspiracy. La voce di Matteo Brunello è adatta al genere, giustamente un po’ stridula ma in grado di cesellare bene le melodie, perché poi alla fine brani anche polemici come Out of the Game o la letteraria When the Black Night Falls (con tanto di citazione di versi in spagnolo di Federico Garcia Lorca) sono innanzitutto dei pezzi che cercano la cantabilità e l’immediatezza.

I testi, come nel pezzo più rock and roll del disco (Pest), sono disincantati e aspri come richiede comunque il genere, anche se c’è spazio per parlare di amori (Lost) e addirittura di citare i classici del rock con una Lucy Sin Diamantes che, su un giro alla London Calling dei Clash, omaggia i Beatles di Lucy in the Sky With Diamonds. Particolarmente interessante il finale di Los Amigos, più o meno quello che potrebbero suonare gli Oasis se fossero stati una band di bassifondi di Londra nel 1966, tra echi di Kinks e primi Pretty Things. 40 minuti scarsi senza sosta, senza magari troppe variazioni sul tema, ma con una ottima padronanza di tutto l’armamentario di quei riff classici che hanno alimentato anche la scena degli anni ‘80 con band come Chesterfield Kings o Fleshtones. Sono forse in ritardo d 40 anni, ma che escano ancora dischi con questo sapore di puro rock da cantina consola non poco.

Voto: 7

Nicola Gervasini

lunedì 17 novembre 2025

Emma Swift

 

Emma Swift

The Resurrection Game

(2025, Tiny Ghost Records)

File Under: Sophisticated Lady

Il rock non è più materiale da bruciare solo in anni giovanili, e così non pare troppo strano che l’australiana Emma Swift pubblichi il suo vero album d’esordio a 44 anni. Intendiamoci, The Resurrection Game non è la sua primissima pubblicazione, perché dopo anni passati in terra natia come speaker radiofonica, già nel 2014 Emma si era recata a Nashville per registrare un Ep omonimo di 6 brani, e nel 2020 aveva dato alle stampe un cover-record interamente dedicato a Bob Dylan (tappa obbligata per molti, ma solitamente a carriera avanzata), genialmente intitolato Blonde On The Tracks. Ma questo è il primo vero album di materiale autografo, e c’era una certa curiosità nel cercare di immaginarsi quale stile avrebbe abbracciato.

E anche qui tutto sommato la particolarità è che il disco pare davvero uno di quei momenti di riflessione e introspezione personale che di solito capitano agli artisti dopo un lungo percorso artistico, quasi che Emma stia ripercorrendo le più comuni fasi creative al contrario, partendo dall’album in cui racconta la fatica di ritrovarsi, senza averci mai cantato prima di quando si era persa. Si tratta davvero di una raccolta di canzoni che parlano di resurrezione, dalla depressione e da una mancanza di fiducia in sé stessa. Il compagno Robyn Htchcock è stato giustamente tenuto fuori da questo percorso così personale, anche perché lo stile da sontuoso chamber-folk di questi brani non è certo nelle sue corde, ma va notato che il merchandising collegato all’album e al tour mantiene il loro gattone grigio Ringo come icona e testimonial, lo stesso felino che già abbiamo visto nelle recenti copertine dei dischi di Robyn.

Registrato con un quartetto di musicisti che offre una base asciutta e priva di qualsiasi virtuosismo (Juan Solorzano alla chitarra, Spencer Cullum alla pedal steel e Dominic Billet alle percussioni), The Resurrection Game poggia tutto il suo impianto sonoro sulle orchestrazioni pensate dal tastierista e produttore Jordan Lehning, figlio d’arte (suo padre Kyle Lehning è un vecchio produttore e session man della scena country di Nashville, lo trovate nei dischi migliori di Waylon Jennings degli anni Settanta ad esempio) che ha condiviso con Emma la passione per l’arte dell’arrangiamento d’archi in puro stile Lee Hazlewood o Harry Nilsson, anche se lo spleen oscuro che permea queste canzoni potrebbe anche far tirare in ballo Scott Walker.

Ne esce un album affascinante e ben scritto, con brani davvero notevoli come Nothing and Forever, No Happy Endings e How To be Small, ma forse ancora troppo monolitico nel proprio concept produttivo, e paradossalmente aveva dimostrato più versatilità alle prese con il mondo di Dylan, che con il suo personale. Ma se amate i dischi di Angel Olsen, per dire un nome in qualche modo assimilabile, o ancor più avete amato l’album Ramona di Grace Cummings lo scorso anno, potrete trovare in questo mondo sofferto e sognante il vostro terreno naturale. Resta la sensazione che possa sviluppare ancora meglio certe idee e intuizioni da autrice per nulla alle prime armi, per cui per ora diamole la fiducia che comunque merita.

 

Nicola Gervasini

Jesse Harris

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