giovedì 18 febbraio 2010

FREEDY JOHNSTON - Rain on the city


Febbraio 2010
Buscadero


Vi diremmo forse una bugia se dicessimo che aspettavamo con ansia questo Rain On The City di Freedy Johnston, uno che nelle nostre menti è un uomo del decennio scorso, un artista da citare quando ricordiamo quanta bella musica riusciva a passare nei trituranti ingranaggi delle major negli anni 90 (i suoi dischi uscivano per la Elektra). E il riferimento alla casa discografica in questo caso non deve essere letto come un mero nozionismo da critici musicali in cerca di argomenti per riempire una recensione, ma come la fondamentale ragione della scomparsa di questo autore, piombato nel silenzio nel 2001 dopo che il suo facoltoso datore di lavoro lo scaricò perché giudicato non sufficientemente redditizio. Fare una pausa era doveroso in effetti, visto che se titoli come This Perfect World del 1994 e Never Home del 1997 sono ancora oggi dei must have del periodo, i due successivi dischi buttarono un po’ al vento tutto il prestigio raccolto e l’idea che anche nell’era moderna potesse esistere un originale e capace prosecutore delle idee pop-rock di Elvis Costello e Graham Parker. Ma da allora a suo nome sono usciti solo dei dischi interlocutori (un live e un cover-album), e ora Johnston finalmente decide di tornare allo scoperto e provare le vie indipendenti di una piccola etichetta. Unidici brani brevi, che recuperano lo stile elettroacustico del suo primo periodo e schiacciano l’acceleratore sui toni più melodici, dimentichi quindi di certe asprezze rock provate ai tempi di Never Home. Il produttore Richard McLaurin d’altronde è uno dei nuovi artigiani della Nashville più smussata, ma questo non toglie che il pub-rock ante-litteram di Johnston riesca ancora a trovare zampate vincenti come Venus Is Her Name, The Other Side Of Love (ma qui c’è il wurlitzer di David Briggs che fa miracoli) e l’irresistibile singolo (ma ha senso parlare ancora di “singoli” oggi?) Don’t Fall In Love With A Lonely Girl. E in generale è tutto il disco che appare essere un piacevole e convincente gioiellino, che magari non riuscirà a far tornare gli “heydays” di This Perfect World, ma perlomeno ci recapita il pop-rock sopraffino di The Devil Raises His Own o il roots-rock alla Mellencamp di Livin’ Too Close To The Rio Grande, tutto materiale didattico utile per le nuove generazioni di indie-rockers. Dove Johnston non convince appieno è nella sue inedite versioni da folk singer (Lonely Penny, Central Station) o da club-jazzer (la quasi samba The Kind Of Love We’re In), quasi a dimostrare quanto i suoi giri armonici abbiano bisogno di ritmo per risplendere. In ogni caso bentornato Freedy, abbiamo passato questo decennio senza di te, e solo ora ci rendiamo conto che qualcosa effettivamente ci mancava.
Nicola Gervasini

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