sabato 11 giugno 2011

CALVIN RUSSELL: Le Voyageur Monografia in suo ricordo



“Sono nato dalla parte sbagliata delle rotaie, con sempre qualcuno che m’insegue, sempre sulla lista nera per qualcosa” (Behind The 8 Ball)

Appare evidente come ben pochi giornalisti si siano occupati di Calvin Russell, perché a ben guardare, nei vent’anni e poco più di carriera che il destino gli ha concesso, nessuno è riuscito mai a scavare veramente nel suo passato. Ormai è tardi per chiedersi cosa abbia realmente combinato nei primi quarant’anni della sua vita questo cowboy di Austin, lo scorso 3 aprile infatti il solito maledetto cancro si è portato i suoi segreti nella tomba, e oggi siamo qui a tributargli questo mesto saluto. Ricordiamocelo allora così Russell, secondo una biografia che sa più di leggenda che di realtà, che lo vuole già chitarrista in una band (i Cavemen) nel 1961 a soli 13 anni, e poi girovago per gli Stati Uniti su una Harley Davidson per lungo tempo, fin quando le cronache lo attestano galeotto nelle prigioni del New Mexico nell’inverno del 1985. 24 anni di buco biografico in cui magari ci ha preso tutti in giro e ha in verità fatto l’impiegato delle poste o l’esattore delle tasse, perché in qualche modo avrà pure tirato a campare quest’uomo, e ci sarebbe anche da chiedersi come mai ad Austin nessuno gli abbia mai dato credito anche quando poi per quattro anni ha cercato un contratto discografico e ha rotto le scatole a tutti per poter aprire i concerti di Townes Van Zandt. Invece i tedeschi della Blue Rose nel 1989 gli hanno creduto subito e gli hanno pubblicato senza batter ciglio il primo disco, presentandolo a tutti come l’outlaw definitivo, l’avanzo di galera che gli anni 70 non hanno avuto l’occasione di scoprire. Era simpatico anche per questo Calvin Russell, perché a 40 anni aveva il viso scavato di chi ne aveva già viste di tutti i colori, perché era il tipico texano che probabilmente s’ispirava più agli spaghetti western che alla vera moda della sua terra per presentarsi al pubblico, e perché, comunque sia, era solo un avanzo di magazzino della bella e sfortunata scena del nuovo roots-rock di Austin di fine anni 80. Quando uscì A Crack in Time nel 1990 in Italia, come in Europa, non potevamo credere che gli americani neanche volessero distribuire un disco così perfettamente yankee, in cui il mito americano del fuorilegge on the road era così perfettamente spiegato in chiare e dirette parole. Aveva il dono della semplicità Calvin Russell, andava dritto al concetto, “parlava come la gente comune” direbbe qualcuno, soprattutto quando prendeva le distanze dall’incomprensibile mondo politico americano. Ma soprattutto aveva la capacità di azzeccare le metafore per illustrare la propria poetica dell’insuccesso, come quella dell’uomo nato a ridosso della palla numero 8 del biliardo descritta in Behind The 8 Ball, vale a dire quella sfortunata posizione in cui è matematicamente impossibile non fare mosse sbagliate. L’ineluttabilità del destino avverso alla gente comune resta la tematica su cui ha costruito una carriera, con nessuna concessione alla speranza, anche quando in Crossroads ammetterà che le possibilità di fare la mossa giusta ci sarebbero, perché capita di finire ad un crocicchio e dover scegliere tra strade che portano alla libertà o al paradiso, ma anche in quel caso il fato beffardo le rende perfettamente uguali a quelle che portano al dolore, al sacrificio o alla vergogna, lasciando nessuna chance di una scelta consapevole e ottime probabilità di sbagliare strada. In questa sorta di versione rock della legge di Murphy c’era comunque sempre un nemico con cui prendersela, ed erano i “loro” del potere, quelli che cercavano di controllarlo (Big Brother), quelli che si potevano combattere solo a colpi di rock and roll (All We Got Is Rock And Roll), quelli che non potevano comunque capirlo e salvarlo dai suoi demoni interni (Nothin’ Can Save Me). In ogni caso nei suoi testi c’era sempre quel fiero autocompiacimento dell’uomo alternativo, sempre “contro”, contento di fare della propria vita disgraziata un mito da raccontare (A Crack In Time, My Way e This Is My Life è il trittico che nel primo album ci presenta il personaggio in questi termini). A Crack In Time, nonostante qualche pecca produttiva, resta ancora oggi un disco perfetto anche per la sua grande varietà, un mix di southern-rock (con Living At The End Of The Gun si sfora in piena zona ZZTop), cantautorato (appare Nothin’ di Townes Van Zandt, e non resterà l’unico omaggio reso al maestro), country di Nashville (Moments). L’Europa applaudì convinta, l’America restò sorda, allora la Blue Rose insistette, confermando la squadra capitanata dal produttore Joe Gracy e forte di un chitarrista rumoroso e giustamente poco attento ai particolari come Gary Craft, e pubblicando il sorprendente Sounds From The Fourth World. Logica prosecuzione del primo lavoro, il disco gode di un sound più definito e di una distribuzione più capillare, stavolta anche in terra patria, e anche se parlare di successo resta sempre un eufemismo, è comunque con questo disco che il nome di Calvin Russell comincia a circolare nei salotti buoni della musica rock. D’altronde quando si azzecca una canzone come Crossroads, 7 minuti acustici di pura filosofia da strada, si potrebbe anche evitare di azzeccare il resto, ma tra queste dieci canzoni comparivano una Last Night di Rich Minus da applausi, rock trascinanti come May Be Someday o le sue solite riuscite metafore della sfiga umana (One Meat Ball). Tra graffiate politiche (Rockin The Republicans dichiara senza mezzi termini la propria non-parte) e ballate romantiche (Baby I Love You è semplice e perfetta), il disco non presentava in verità nessuna novità rispetto al predecessore, anzi già forse evidenziava qualche cartuccia leggermente bagnata, ma Russell rappresentò in quel momento il sogno europeo di poter avere un mito di frontiera come quello americano all’indomani degli anni 80 che conosciamo e poco prima dei depressi anni 90.



L’America continuò a non applaudire, ma almeno ad Austin i colleghi si accorsero di lui, è per produrre Soldier si fece avanti nientemeno che Jim Dickinson, che non cambiò la band di base (ci aggiunse solo il mandolino del figlio Luther), e probabilmente questo fu il suo errore. Nel tentativo di razionalizzare il suono veemente e sporco dei primi due dischi, Dickinson tentò infatti di alzare le chitarre acustiche, con il risultato che il suono né uscì poco incisivo, per non dire loffio. Si aggiunga il fatto che, in mancanza di una nuova Crossroads, il songwriting di Russell cominciò ad evidenziare i propri limiti, sebbene poi nel proseguo della sua carriera egli dimostrerà di amare molto brani come la title-track, Rats & Roaches o This Is Your World, che finiranno spesso nelle scalette dei suoi concerti. Soldier però non ottiene il successo sperato, e Russell decide allora di provare a cambiare i giocatori del team. Dream Of The Dog esce nel 1995 con la produzione di Mike Stewart, fratello del grande songwriter John Stewart e produttore di opere di successo come Piano Man di Billy Joel. Ma la sua scelta fu solo una delle condizioni poste dal chitarrista Jon Dee Graham, che aveva conosciuto Stewart perché produttore del primo mitico disco dei suoi True Believers, band omaggiata anche in questo album con la ripresa di So Blue (About You), uno scarto del mai pubblicato secondo disco della band. La presenza di Graham pesa sul disco nel bene e nel male, è in grado di nascondere qualche pecca compositiva o qualche cover non proprio adatta alle sue corde (It’s My Life degli Animals), diventa protagonista assoluta nella selvaggia All We Got Is Rock And Roll, ma alla fine non cambia l’economia del risultato. Dream Of The Dog è un buon disco, ma a quel punto a seguirlo eravamo già rimasti in pochi fedeli adepti. Il capitolo finale della nostra storia arriva nel 1997, quando Russell ci riprova con Jim Dickinson e assolda nientemeno che Chuck Prophet per quello che risulterà essere il suo disco migliore come suono. Peccato che Calvin Russell, disco registrato a Memphis e formalmente perfetto, finisse per evidenziare come non mai la perdita della mano del Russell scrittore, e alla fin del disco si finisce per ricordare più volentieri le due cover (il solito Townes Van Zandt di Mr Mudd And Mr. Gold e una sorprendente Desperation degli Steppenwolf). Resta comunque l’ultimo disco del nostro consigliabile per chi voglia recuperare la sua storia, ma da qui in poi ci siamo tutti fermati. La carriera di Russell è continuata con persistente successo solo in Francia, dove persino dischi davvero bruttini o inutili come Sam (1999), Rebel Radio (2002) o In Spite Of It All (2005) hanno continuato ad avere un seguito. Ultimamente lo stavamo lentamente riabbracciando, perché Dawg Eat Dawg del 2009 la buttava sul blues e la mossa non sembrava neanche così sbagliata (ci aveva provato anche il precedente Unrepentant, ma con esiti imbarazzanti), e perché il più recente live Contrabendo ha fatto in tempo a ricordarci che l’uomo sarà magari stato un fanfarone, ma ci sapeva comunque fare. Per cui addio Calvin, un giorno forse andremo tutti ad Austin a spiegare ai texani che cosa si sono persi non dandoti troppa retta. Oppure continueremo così, felici di considerarti “cosa nostra”, con la stessa strafottente sicumera che solo i francesi sanno avere quando decidono di avere ragione.
Nicola Gervasini

1 commento:

Anonimo ha detto...

Conosciuto e ascoltato ai tempi di Crack in Time, visto dal vivo al Livello (Bologna)..... un grande rock/bluesman molto e inspiegabilmente sottovalutato (potere dei media e dei buoni sponsor), lui sicuramente non ha mai calato le braghe per il successo.

DON BRYANT

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