lunedì 23 luglio 2012

SIMONE FELICE





Il passo era prevedibile: uscito dai Felice Brothers (anche se non si capisce bene se definitivamente o no), il (fu) batterista Simone Felice approda all’esordio solista dopo aver archiviato in soli due interessantissimi album l’esperienza con i The Duke & The King. Schiacciato dall’impossibilità di far valere il suo spessore artistico all’interno della sua band d’origine, Simone si è fatto paladino di una roots-music sempre più sbilanciata verso atmosfere indie-pop malinconiche e lontanissime del fragore rock. Nessun vero taglio netto con il passato comunque: in session compaiono comunque i “fratelli” Ian e James Felice, e l’utilizzo costante di un coro scolastico delle montagne di Catskill, (regione da cui tutti provengono) evidenziano come comunque la sua opera è ancora legata al passato. Ancor meno differenze si notano con quanto prodotto come The Duke & The King, anche se si registra un aumento di orchestrazioni e arrangiamenti barocchi, quasi a voler combattere la concorrenza di John Grant sullo stesso terreno (e la somiglianza tra i due comincia ad essere più che evidente). Tra gospel camuffati (You & I Belong), ispirate piano-ballads (le sad news raccontate in New York Times) e dediche in acustico ai miti di gioventù (Courtney Love, con quel eloquente “hai un brutto modo d’amare Courtney”), il disco stenta forse a trovare il proprio highlight, ma mantiene sempre un livello invidiabile. Si nota anche una certa normalizzazione di certe trame, con una Stormy-eyed Sarah che comincia a battere i terreni classici di Ray LaMontagne nel ricordare vecchie fiamme estive di gioventù (“cantavamo Eleonor Rigby, ci facevamo una canna, e poi…”), o una splendida Charade che batte gli bassifondi emotivi di certe ballate marcate Felice Brothers (“Hai gli occhi più tristi che abbia mai visto e ti piace Roy Orbison…”). Il taglio dei testi è sempre in linea con il mood crepuscolare delle melodie, con storie di tragedie familiari (Dawn Brady’s Son) o più noti episodi di cronaca nera dello spettacolo (Ballad Of Sharon Tate, che mette l’accento proprio su come l’assassino in questione fosse stato accettato nella cerchia delle star televisive proprio in quanto cantautore di belle speranze). Lui punta il dito anche contro le sue pessime condizioni di salute (nonostante la giovane età, nel 2010 ha dovuto applicarsi una sorta di pacemaker per problemi al cuore), ma alla fine se Simone Felice risulta un buon album ma non il botto che speravamo è proprio per una troppa autoindulgenza verso il proprio dolore che lo rende fin troppo monolitico e senza momenti di respiro. Ma c’è abbonante spazio per crescere ancora.
Nicola Gervasini

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