lunedì 2 luglio 2012

THE WALKMEN - HEAVEN



The Walkmen

Heaven


La fine degli anni zero è stata davvero un momento d’oro per i Walkmen. La band newyorkese, che mette d’accordo spesso mondo indipendente e ascoltatori più classic-oriented. ha fatto il colpo con la ben venduta e altrettanto ben criticata accoppiata di album You And Me del 2008 e soprattutto Lisbon di due anni dopo, un disco che il quintetto ha suonato a lungo nei tanti concerti tenuti in questo biennio, nato da un momento creativo fortissimo che ha fatto sì che ben 17 brani venissero scartati dalla versione finale . Difficile dunque non pensare che Heaven peschi linfa vitale da quel momento felice, primo perché arriva in fretta a battere il chiodo finchè scotta, secondo perché la somiglianza con il predecessore è netta a dispetto dei proclami di rinnovamento delle prime interviste. Heaven nasce dunque un po’ come figlio minore di Lisbon, nonostante tenti di spiazzare tutti infilando in apertura due brani quasi-folk come We Can’t Be Beat e Love Is Luck. Ma già con la veemente Heartbreaker e l’ipnotica The Witch la band guidata dalla voce di Hamilton Leithauser ritrova la propria verve elettrica, anche se è solo un momento, perché subito Southern Heart e il lungo arpeggio alla Radiohead vecchia maniera di Line By Line richiedono più attenzione all’ascoltatore. Bisogna aspettare Song For Leigh per incontrare la prima jingle-jangle song che fa battere il piedino, ed è qui che lo spessore della band torna alla ribalta, capace di suonare semplice e fruibile senza perdere in profondità. Heaven vive dunque questa contraddizione, perennemente in bilico tra la voglia di trovare la pop-song da radio-play alla Coldplay (i fastidiosi coretti di Nightingales vanno da quella parte…) e la voglia di dimostrarsi “maturi” come il discreto finale di Dreamboat. Ma il paio di accordi messi in croce di The Love You Love o l’elementare giro della title-track dovrebbero insegnargli che a volte basta davvero poco per trovare la giusta via per il loro power-pop, senza doversi avventurare troppo in strade troppo impervie. Heaven resta un disco di spessore anche se sa di opera di passaggio, un tentativo parzialmente riuscito di ripulire ulteriormente il loro suono grazie alle cure del produttore Phil Ek (collaboratore dei Fleet Foxes, e non a caso Robin Pecknold contribuisce ai cori), anche se sarà il tempo a dirci se la direzione intrapresa porterà frutti ancora migliori.
Nicola Gervasini

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