venerdì 20 dicembre 2013

ROD PICOTT


 Rod Picott Hang Your Hopes On A Croocked Nail
[
Welding Rod Records 
2013]
www.rodpicott.com

 File Under: lo-fi folk

di Nicola Gervasini (13/11/2013)
Rod Picott rappresenta da anni il perfetto esempio di singer-songwriter americano "tipo". Titolare di una ormai lunga discografia costellata di gran belle canzoni, i dischi di Picott si sono sempre caratterizzati per produzioni che spesso si accontentano del delicato tran-tran della roots music d'autore. Come Slaid Cleaves o Greg Trooper, Picott è uno che non delude mai in fondo: nelle sue raccolte ci si ritrova sempre a gustare il brano azzeccato, il testo che colpisce nel segno, la melodia che si imprime subito nella memoria. Ma anche qualche soluzione musicale magari fin troppo prevedibile e senza personalità, che rappresenta forse la vera ragione della limitata audience di cui gode (in Italia è scontato, ma anche in patria fa non poca fatica ad emergere). Hang Your Hopes On a Croocked Nail non fa eccezione, e se conferma il momento di grazia della sua penna, già evidenziato dal precedente Welding Burns, persevera in una certa piattezza di suoni e soluzioni che non giova troppo al complesso.

Il team stavolta vede RS Field alla produzione, uno che già nella storia (gli esordi di Steve Earle, ma ultimamente collaboratore del figlio Justin Townes e di Mando Saenz) ci ha abituato ad un certo suono levigato e spesso fin troppo gentile, mentre la band vede la chitarra di Dave Coleman troppo spesso lasciata in disparte a favore dell'ottima steel di Joe Pisapia. Picott non ha grandi numeri nella voce da offrire, per cui come al solito qui la differenza la fanno e canzoni, e ce ne sono abbastanza per consigliare anche questa raccolta, anche se va notato che il meglio arriva proprio dalle collaborazioni in fase di scrittura con le penne di Slaid Cleaves e Amanda Shires (la splendida Dreams, ma anche la love song You're Not Missing Anyhthing e la country-ballad Might Be Broken Now).

Altrove però Picott scivola in alcuni dejà vu abbastanza risaputi come l'abusatissimo incedere alla Neil Young di Where No One Knows My Name (peccato, perché il testo è interessante) o ballate acustiche alla John Prine come Mobile Home o Just A Memory che non trovano il colpo di genio in mezzo a tanto buon mestiere. E se poi anche i brani che prendono subito al primo ascolto, come All The Broken Parts, ti rendi conto che si basano su un motivetto già sentito altrove (in questo caso Waitin On A sunny Day di papà Springsteen), allora la sensazione di disco minore aumenta non poco. Resta un album che consigliamo tranquillamente a chi ama il personaggio, che rimane persona che sa come farsi amare per chi ha avuto modo di conoscerlo e vederlo in azione dal vivo, ma sullo stesso terreno quest'anno l'amico Slaid Cleaves ha fatto capire come si possano fare dischi importanti anche conservando questo understatement-style da loser d'altri tempi.


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