sabato 23 febbraio 2013

TED MORRIS

Ted Morris
It's All About You And The Rest's About Me 
(Blonde & Monkey Music  2012)
 songs for the cold

A dispetto del nome americano, Ted Morris viene da Stoccolma. Artista tardivo che ha deciso di diventare songwriter a tempo pieno solo a 23 anni, Morris prova il grande salto nel mondo della roots-music con questo suo secondo album dal lungo titolo. It's All About You And The Rest's About Me è un album che segue la via dolce ma sofferta del Ryan Adams stile Ashes And Fire, con intrecci di chitarre acustiche, elettriche e pianoforti a seguire una voce melodica e tendente ad un tono lamentoso. Nulla che non si era già sentito dieci anni fa ai tempi dell'esplosione di Damien Rice, ma pur sempre godibile quando, come in questo caso, il compito è ben svolto. Tra le tante si evidenziano la tesissima I Wish, brano che parte etereo grazie ad una voce femminile si sviluppa in una cavalcata che ricorda tanto i suoi connazionali Washington. Tra alti (bella la piano-song God Knows) e bassi (noiosetta I'd Love To Be You), il disco potrebbe essere una piacevole scoperta per gli amanti degli outsider cupi ma romantici alla Alan Gregory Isakov.
(Nicola Gervasini)

www.tedmorrismusic.com

giovedì 21 febbraio 2013

MARC CARROLL

MARC CARROLL
STONE BEADS AND SILVER
One Little Indian/Self
***1/2

Pare un esordiente, ma Marc Carroll fa di mestiere l’hobo e l’outsider fin dal 1989.  Ex leader degli Hormones, oscura band inglese attiva tra il 1995 e il 1999, e poi solista giunto con questo Stone Beads And Silver al sesto album, Carroll sta faticosamente guadagnando riscontri grazie ad una serie di prodotti ben scritti e confezionati (da recuperare Dust Of Rumour del 2009 e In Silence del 2011). La One Little Indian lo sta promuovendo a gran voce, forte di un apprezzamento della sua musica espresso “nientepopòdimenochè” da sua Maestà Bob Dylan e pare pure da Brian Wilson. Tutto credibile visto che a suonare in questo disco ci troviamo lo storico collaboratore di Mr. Zimmerman Larry Campbell e altri musicisti come Nelson Bragg e Propbyn Gregory che vengono dal mondo Brian Wilson. Anche il produttore (Marc Testa, un Grammy Award vinto per i servigi resi ai Band Of Horses) sa di scelta non proprio economica e da outsider, ed è anche abbastanza strano, perché se è vero che il nome di Carroll è fino ad oggi circolato più nei mondi indie-rock alternativi, le dieci canzoni che compongono questo disco più che l’ovvio rimando a Dylan, fanno tanto tornare in mente le migliori produzioni di un loser per eccellenza come Tom Ovans, per chi là fuori ancora si ricorda di lui (in particolare nel singolo The Fool Disguised in Beggars Clothes, che ha una strofa che ricorda molto The Ghost Of Tom Joad di Springsteen). Ma Carroll non si limita ad un rock-folk urbano alla Ovans (gli manca in session un chitarrista di taglio puramente rock per poterlo fare), ma allarga il raggio macinando generi e stili diversi, come la giga brit-folk di Sat Neath Her Window (pare di sentire il Bob Geldof innamorato del folk di fine anni ottanta) o l’oscura partenza di Muskingum River.  Ma anche jingle-jangle rock alla Tom Petty (Lust Not Love e If Only To remind Her), i cori evocativi di The Silcence I Command (che cercano Brian Wilson ma trovano più che altro i Fleet Floxes). Il Dylan più recente lo si ritrova semmai nei sette minuti di You Can Never Go Home, bel tour de force lirico e brano in due tempi con un sound che non avrebbe stonato neppure in Tempest, mentre la conclusiva Delicate Grace potrebbe essere un demo acustico di Matthew Ryan. I riferimenti li avete, nella sua assoluta prevedibilità Stone Beads And Silver si rileva come una delle prime uscite da notare del 2013 in termini di cantautorato rock.
Nicola Gervasini

lunedì 18 febbraio 2013

GRANT LEE PHILLIPS


GRANT LEE PHILLIPS
WALKING ON THE GREEN CORN
Magnetic Field
**

Non è facile sbagliare completamente un album oggigiorno. Esperienza e manierismo imperano in quest’era di opere medie, eppure ci sono ancora artisti che hanno il coraggio di provarci, e dunque di sbagliare. Stavolta tocca a Grant Lee Phillips, uno che a metà anni novanta dopo la strepitosa doppietta iniziale a nome Grant lee Buffalo (Fuzzy e Mighty Joe Moon) pensavamo destinato all’olimpo dei grandi, e che invece da allora si barcamena come può tra alti e bassi, che, a parte qualche raro caso (l’ottimo Virginia Creeper del 2004), hanno sempre e solo fatto rimpiangere quei due riuscitissimi album. Ultimamente con gli album Strangelet (2007) e Little Moon (2009) si è era fatto prendere da una neanche troppo fastidiosa vena poppish che lo rendeva leggero ma ancora gradevole visto che la voce resta quella di un tempo, ma con questo nuovo Walking in the Green Corn Phillips tenta una via indie-roots da cantautore triste e disturbato che non gli appare poi troppo congeniale. A questi dieci brani manca volutamente ritmo, luce, vita, e non basta ad animarli la poesia cercata dai testi che narrano del suo sentirsi americano attraverso l’amore per la vita rurale (la title-track è una sorta di dichiarazione filosofica in tal senso), qualche stoccata politica in vista delle ormai passate elezioni statunitensi e molta descrizione del proprio isolamento in una dimensione di copia (vive con la cantante/fotografa Denise Siegel). Quello che un po’ spiace è proprio che sia l’insieme che non regge, perché poi magari prese ad una ad una si scopre che The Straighten Outer potrebbe far  parte del songbook dei suoi giorni migliori, e che alcune interpretazioni vocali che cercano non poco certe cose più intimiste di Eddie Vedder lo attestano come uno dei migliori interpreti sulla piazza. Quello che manca è una costruzione musicale che vada al di là della sua chitarra acustica e qualche mandolino mai troppo invadente, con la voce e il violino di Sara Watkins a rappresentare l’unica variazione sul tema. Resta la classe e la capacità comunque di piazzare quel paio di colpi che valgono comunque lo scomodarsi a dargli retta, ma il ricordo del potente muro del suono che erano i Grant Lee Buffalo dal vivo negli anni d’oro è ancora troppo vivo per poter accettare a cuor leggero un disco del genere.
Nicola Gervasini

mercoledì 13 febbraio 2013

BEN HARPER & CHARLIE MUSSELWHITE


Ben Harper with Charlie MusselwhiteGet Up!
[Stax/ Concord 
2013]
www.benharper.com
www.charliemusselwhite.com

 File Under: back to the roots 

di Nicola Gervasini (30/01/2013)

Tra i nomi più in auge negli ultimi quindici anni in termini di musica delle radici, quello di Ben Harper è sicuramente uno dei più discussi. Grazie alla notorietà acquisita ai tempi del vendutissimo Diamonds On The Inside, la sua arte ha collezionato sì miriadi di fans improvvisati (che sono gli unici che possono "fare mercato" oggigiorno), ma ha richiamato anche l'attenzione di tanti accaniti detrattori. E' il destino inevitabile di chi ce l'ha fatta ad uscire da una nicchia senza aver poi particolari meriti né demeriti, se non magari quello di essere arrivato molto prima di altri ad anticipare un modo di fare roots-music che più che agli anni 90 appartiene al duemila. Chi lo tratta con sufficienza si fa forte di una discografia che, dopo il buon livello tenuto per i primi cinque titoli, si è barcamenata con prove non sempre degne del suo buon nome.

Fa riflettere soprattutto che l'unico album dei suoi anni zero ad aver convinto tutti sia stata la collaborazione con i Blind Boys Of Alabama nel gospel-oriented There Will Be a Light del 2004 (vale a dire il suo disco teoricamente più classico e prevedibile), mentre quando il nostro ha tentato vie più rivolte al nuovo indie-rock, i risultati hanno raggiunto anche il disastroso (Give Till It's Gone ). Lo conferma anche Get Up!, collaborazione a lungo cercata con l'armonicista Charlie Musselwhite, arrivata a confermare che forse Harper dovrebbe arrendersi all'evidenza di essere un ottimo performer di gospel-blues e non certo un innovatore o un grande autore rock. Qui non siamo ai livelli d'intensità di There Will Be a light, ma appare subito chiaro che questi dieci brani ristabiliscono un contatto più umano tra la sua musica e le nostre orecchie, grazie soprattutto alla scelta di non voler strafare e di seguire giri blues classici (I'm In I'm Out And I'm Gone) e spaziare dal blues più nero (la lunga e strascicata title-track) a soluzioni più "bianche", quasi da "brit-blues" alla John Mayall (She Got Kick).

La bravura di Harper in questo caso sta tutta nel far risaltare una voce non certo potente e da vero bluesman, mentre Musselwhite come al solito conferma di essere uno dei pochi armonicisti blues ad aver capito quanto "less is better" con uno strumento che, se abusato, può stancare facilmente. Nell'economia del buon risultato manca forse il brano killer, ma nel complesso il mix di episodi rilassati (Don't Look TwiceYou Found Another Lover) alternati a veementi sfuriate (l'incattivita I Don't Believe A Word You Say e la rauca Blood Side Out) piace non poco, soprattutto se condito con qualche variazione gospel (We Can't End This Way) che non guasta mai. Normalmente se un artista si rifugia in un disco "di genere" non è mai un buon segno di vitalità artistica, ma nel caso di Harper potremmo fare un'eccezione e consigliare un più frequente "back to the roots" .

   

venerdì 8 febbraio 2013

LOCAL NATIVES - HUMMINGBIRD


LOCAL NATIVES
HUMMINGBIRD
Frenchkiss
***
Autori di uno di quegli smash-first-records che hanno ravvivato la scena indie-folk nel 2009 (Gorilla Manor), i Local Natives sono un quartetto di Salt Lake City formato da Taylor Rice, Kelcey Ayer, Ryan Hahn e Matt Frazier. Anticipato dal singolo Breakers, dopo ben quattro anni di travagliata gestazione arriva finalmente il secondo album, semplicemente intitolato Hummingbird. Fin dall’iniziale You And I (ma ancor più evidente nella successiva Heavy Feat) appare l’intenzione di spostare il sound della band da il psych-folk dell’esordio che ha portato complimenti ma anche qualche buona vendita (sono comunque entrati nella billboard americana, anche se solo al centosessantesimo posto), verso un suono più sofisticato, dove stavolta sono le tastiere a prendere spesso il sopravvento. Fate conto una versione meno radiofonica dei Coldplay odierni con qualche influenza Fleet Foxes o dei Grizzly Bear. Forse solo la logica conseguenza di aver affidato la produzione ad Aaron Dessner dei National, l’uomo giusto per confezionare suoni perfetti per accontentare un pubblico giovane ma esigente e al tempo stesso avere possibilità di airplay nelle radio americane. Voce eterea, grande attenzione alle melodie, abile intrecci tra tastiere e chitarre, basi ritmiche che cercano spesso una via alternativa (il singolo Breakers appare decisamente elaborato in tal senso), Hummingbird è un disco sognante e per sognatori, dove c’è spazio per momenti di sofferta riflessione (Black Spot, Three Months) ma anche per lo spensierato svago di un motivo da fischiettare (Mt Washington) o per cavalcate evocative che ricordano anche gli Shearwater (Wooly Mammoth). Manca forse il brano che rompe il ritmo, ma è elemento comune del genere quello di non spaziare troppo tra i generi in nome di un’identità stilistica ben precisa, e la produzione di Dessner a volte esagera con qualche svolazzo estetico di troppo, ma è innegabile che i Local Natives si confermano come una delle realtà più vive e in prospettiva più promettenti del mondo sotterraneo della West Coast. Magari ripartendo dal fondo, da quella Bewday che chiude il disco lasciando intravedere con i suoi cambi di ritmo nuovi intriganti sviluppi.
Nicola Gervasini

mercoledì 6 febbraio 2013

RAYMOND BYRON AND THE WHITE FREIGHTER - LITTLE DEATH SHAKER


RAYMOND BYRON AND THE WHITE FREIGHTER
LITTLE DEATH SHAKER
Asthmatic Kitty Records
***1/2
E avanti un altro. Non si placa la moda tutta anni 2000 del frontman che si fa crescere una lunga barba da eremita e si veste di nuovi panni in puro indie-style (copertina da manuale in questo senso…). Stavolta tocca a Raymond Raposa, leader (se non unico one-man band) dei Castanets (anche qui la moda 2000 dell’eterno dubbio “ma è un gruppo o una persona sola?” lo ha colto fin dal suo esordio del 2003), che cambia nome e fonda i Raymond Byron and the White Freighter , nickname probabilmente estemporaneo nato per dare paternità ad una manciata di brani che sembravano essere fuori contesto rispetto alla sua solita produzione.  Little Death Shaker è un bell’insieme di dark-songs lente e spesso alquanto elettriche nel sound, qualcosa che più che dall’indie-folk degli anni 2000 va a pescare nell’underground degli anni precedenti, prendendo un po’ a prestito la strascicata elettricità di Jason Molina e certa poesia da blues distorto dei Gun Club. Tra country obliqui (Don’t That Lake , Just Shine, con un toy-piano decisamente alla Neil Young), folk disturbati (Turnpike Bedsheet) e brani rauchi basati su una chitarra elettrica iper-amplificata (Allegiance), l’album evidenza buona ispirazione e una penna spesso notevole (ad esempio l’ottima Some Of My Friends, riflessione sulle false amicizie di superficie che popolano la nostra esistenza, con un testo che non lesina battute di spirito come “alcuni miei amici sono gelosi l’uno del manager dell’altro”). La lezione da folk intimista (se non proprio “depresso”) affiora più nella parte centrale, con l’intensa Whipporwill, cantata con voce rotta e impreziosita da una crescente sezione fiati. Quello che più si apprezza di Little Death Shaker è che proprio nella sua monolitica assenza di ritmo, non è comunque avaro di soluzioni e strumenti, con alcuni importanti interventi come quello di Matthew Houck alias Phosphorescent che ingentilisce l’incedere oscuro di Some Kind OF Fool e Meridian,MS., oppure la soffice voce di Talia Gordon  che ridona nuova linfa alla bella You’re Not Standing Like You Used To di Kate Wolf (l’altra cover presente è You’ll Never Surf Again del folksinger Dan Reeder). Talvolta si esagera, come in una State Line che pare registrata negli inferi in compagnia di un giovane Nick Cave e che risulta un po’ faticosa, ma sono particolari. Disco intrigante per la sua tetra veste sonora,  Little Death Shaker è opera da suonare rigorosamente di notte, stando però bene attenti che i vicini siano già in sonno profondo. Potreste essere causa dei loro incubi.
Nicola Gervasini

lunedì 4 febbraio 2013

SACRI CUORI - Rosario


Sacri Cuori Rosario
[Decor Records/Interbang 
2012]
www.sacricuori.com

 File Under: Lido's Rock

di Nicola Gervasini (14/01/2013)
Partiamo dai convenevoli da recensione: Sacri Cuori è una sigla che cela le personalità di Antonio Gramentieri (chitarre) Francesco Checco Giampaoli (basso) Christian Ravaglioli (tastiere e fiati) e Diego Sapignoli (batteria), più altri collaboratori estemporanei ((Denis Valentini e Enrico Mao Bocchini), hanno già realizzato un album nel 2010 (Douglas and Dawn) e da almeno due anni sono una delle backing-band preferite da artisti dai nomi (per noi) altisonanti come Dan Stuart (compreso il progetto degli Slummers), Hugo Race Fatalists, Richard Buckner e altri. Da qualche mese stanno facendo molto rumore grazie a Rosario, il loro secondo album, registrato tra Richmond e Hollywood con uno stuolo di ospiti da sogno. Ora passiamo a quello che non vorremmo essere costretti a dirvi perché tanto ve lo hanno già detto tutti: non vorremmo ad esempio farvi passare questi quasi 60 minuti di musica per "la versione italiana dei Calexico", nonostante si tratti di un disco principalmente strumentale, nonostante la capacità evocativa di questi brani conservi lo stesso taglio cinematografico della band di Joey Burns (ascoltate Fortuna ad esempio), nonostante il medesimo amore per le melodie di frontiera e il suono del deserto. E aggiungiamoci nonostante la presenza di John Convertino a dare la benedizione al tutto.

Gramentieri e soci sono evidentemente nati masticando roots-music e film di Quentin Tarantino (che tranquillamente avrebbe potuto usare brani come El Gone o El Conte per commentare la sua ultima fatica Django), ma Rosario si spinge oltre, in un orizzonte sconfinato che persino gli stessi Calexico ultimamente sembra facciano fatica a vedere. E cioè in una concezione nuova di musica a 360 gradi, dove le definizioni e gli steccati stilistici svaniscono in arditi mix culturali e dove gli elementi "americani" convivono perfettamente con quelli europei (Quattro Passi sa di tema da commedia italiana), dove la musica dei circhi dei Balcani (Sipario!) viene portata in Romagna (Lido) attraverso danze gioiose (Teresita, sorta di versione virata a liscio di Tequila) o tristi passeggiate da mare in inverno (Out Of Grace). Album da ascoltare preferibilmente sollecitati da un degno contraltare visivo (un tramonto, un quadro, una strada, il vostro partner, scegliete voi…), Rosario scorre senza intoppi, trovando varietà nella sua unitarietà sonora, con brani che via via tengono alta la tensione (SundownRosa), si fanno minacciosi (Steamer), giocosi (Lee-show) o rilassati (Where We Left).

A questo suggestivo pastiche di generi (ma non "di genere") partecipano divertiti musicisti come David Hidalgo, Jim Keltner, Marc Ribot, l'ex Long Ryders Stephen McCarthy e una Isobel Campbell che dona voce alla sognante Silver Dollar che apre il disco, ma se la lista dona prestigio all'operazione, non deve far sfuggire la bravura dei padroni di casa. Non "italiani che fanno gli americani", nemmeno "italiani che vanno in America", ma musicisti di un mondo musicale che sta diventando sempre più vasto, dove nulla più si può inventare, ma tanto ancora c'è da incontrare, scoprire, conoscere e interiorizzare.


    

martedì 29 gennaio 2013

RACHEL SAGE - Haunted By You

Rachel Sage Haunted By You
[MPress records 
2012]
www.sageandsequins.com

 File Under: morbid romantic

di Nicola Gervasini (04/01/2013)
Un profilo che non passa inosservato quello della newyorkese Rachael Sage, forse nemmeno a sé stessa visto come ama metterlo in evidenza nelle foto e nella copertina di Haunted By You, decimo album di una lunga ma anche abbastanza oscura carriera. Rachael è nata artisticamente nei primi anni 90 (Morbid Romantic, esordio programmatico fin dal titolo, è del 1995), tempi in cui questo modo etereo di fare canzone al femminile era un'assoluta novità e Tori Amos raccoglieva più di lei i frutti della lezione del decennio 80 di Kate Bush. Lei è un personaggio eccentrico e affascinante, decisamente all'avanguardia a suo tempo, ma sfortunatamente rimasta senza dischi da poter esibire come pietre miliari.

Haunted By You segue l'incerto e debole Delancey Street, recuperando sicuramente una maggiore consapevolezza d'autrice (notevole in questo senso la title-track). Se Invisible Light pare un inizio un po' leggerino (ma verrà riproposta nel finale in versione più convincente), Abby Would You Wait (impreziosita dall'intervento vocale di Seth Glier) pare subito trovare il perfetto equilibrio tra testo e melodia, mentre California dimostra che forse anche le giovani folksinger alla Anais Mitchell devono molto alla sua generazione di chanteuse. L'album conserva comunque la tipica eleganza delle sue produzioni, con grande sfoggio di archi (The Sequin Song deve molto al violino di Jacob Lawson), del suo immancabile pianoforte (in grande evidenza in Performance Art, tour de force con un testo notevole fin dall'originale incipt "Oggi è il primo giorno del resto della mia morte") e il solito stuolo di session-man e amici che popola da sempre i suoi dischi.

Si trovano le voci di Dar Williams e della procace Lucy Woodward, si sprecano le chitarre d'oro di James Mastro,David Immergluck dei Counting Crows, Mark Bosch (Ian Hunter Band) e addirittura del redivivo Shane Fontayne (Lone Justice e Springsteen era Human Touch) per un disco dove le sei corde restano comunque sempre relegate sullo sfondo per paura di rovinare il pathos di brani come Ready (dove Fontayne comunque prova a gettare elettricità nelle acque chete di un sound levigatissimo) o Confession. Inevitabile il paragone più che con la Tori Amos già citata, con la Regina Spektor più stilosa o con la Sarah McLachlan più evocativa. Album interessante ma decisamente troppo lungo e senza variazioni sul tema, Haunted By You conferma la Sage come personaggio incapace di dire quella parola in più che zittisca tutti. E di fatto, intorno a lei, sentiamo un gran vociare di giovani e talentuose artiste che fanno decisamente più rumore. Ed è un peccato, perché è del silenzio che avrebbe bisogno Haunted By You per esprimersi al meglio.


     

mercoledì 23 gennaio 2013

GRAHAM PARKER & THE RUMOUR - Three Chords Good

   
 Graham Parker & The RumourThree Chords Good
[
Primary Wave 
2012]
www.grahamparker.net

 File Under: Do you remember when we were the new boys? 

di Nicola Gervasini (03/12/2012)

Non facciamo troppo gli schizzinosi, l'idea di una reunion dei Rumour ci piace e, anzi, arriva forse troppo tardi e magari sarebbe stata auspicabile già a fine anni Novanta, quando collaborando con i Figgs (che ancora oggi lo seguono comunque come gruppo spalla nella torunee) Graham Parker aveva in qualche modo ritrovato la voglia di un pub-rock più secco e stradaiolo. Nel 2012 invece il tempo è passato, le pance e i capelli bianchi sono aumentati (sorvoliamo sulla oscena copertina, ma GP ci ha abituato a simili obbrobri), ma i "ragazzi" hanno avuto voglia e energia di riprovarci a 32 anni di distanza da The Up Escalator del 1980, ultimo capitolo della storica saga. A dire il vero più o meno tutti i componenti della band hanno poi continuato a collaborare e a suonare nei dischi di Parker nel corso degli anni, ma mai tutti contemporaneamente.

Felici di quindi di ritrovare in un colpo solo le chitarre di Brinsley Schwarz e Martin Belmont, il battito di Steve Goulding, il basso di Andrew Bodnar e le tastiere nervose di Bob Andrews, ma saremmo stati ancora più felici seThree Chords Good avesse rappresentato un nuovo cambio di rotta. Invece quello che subito pare evidente è che sono davvero troppo poche le differenze in termini di sound tra questo album e tutta la produzione di Mister GP dal 1990 ad oggi, con quel sound elettro-acustico leggero e smussato che aveva già cominciato a stancare con il precedente (e debolissimo) Imaginary Television. Intendiamoci, il livello è buono e la band prova a ritrovare i ritmi di un tempo (il pub-reagge dell'inziale Snake Oil Capital Of the World, che, ahinoi, non è la nuova Hey Lord, Don't Ask Me Question) e sapori rock persi negli anni (Live In Shadows). Ma nulla qui ricorda anche solo lontanamente quel rock nervoso e adrenalinico sciorinato in album come Stick To Me e Squeezing Out The Sparks.

Siamo dunque al solito tran-tran parkeriano, sempre piacevole e lodevole quando la penna funziona (Arlington's Busy), ma anche sotto questo aspetto il nostro beniamino sembra aver perso un po' della capacità di scrivere la canzone giusta per ogni momento. Si apprezzano le sue classiche ballate (Long Emotional Ride e forse ancor di piùStop Cryin About The Rain), ma si sbadiglia anche un poco quando GP innesta il pilota automatico con brani come She Rocks Me o Old Soul. La sensazione è che se ci sono i Rumour, proprio non si sentono, se non in innocuo rock-blues come A Lie Gets Halfway 'Round the World (tour de force che finisce con un Parker con fiatone che dichiara "mi sono rotto una mano, meno male che ne ho due"), nel bar-rock di Coathangers (dove finalmente si sente un vero assolo di Schwarz) o magari nel tentativo di trovare una nuova Watch The Moon Come Down (qui si chiama The Moon Was Low). Resta la classe, la simpatia, le parole taglienti e sagaci, qualche buona canzone da aggiungere al suo songbook migliore (la title-track, la nostalgica Last Bookstore In Town) e la speranza che dal vivo sappiano tirar fuori qualcosa di meglio.

    

lunedì 21 gennaio 2013

MELISSA JAMES - DAY DAWNS

 
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Melissa James Day Dawns 
[Melissa James & Ross Lorraine  2012]
 


 File Under: Obsessed with Aretha

"Abbiamo un sacco di nuove cantanti ossessionate da Aretha, un sacco di nuove swingers che vorrebbero solo essere lei" cantava Graham Parker nel 1996, e a più di quindici album possiamo ben dire che quella che era una tendenza dell'allora crescente mondo del nuovo r&b, è ormai diventata una consuetudine nella nostra epoca di new-soul revival. Melissa Jamesè solo una delle tante, una ragazzina di Londra che con il proprio album d'esordio Day Dawns (uscito già prima dell'estate) cerca disperatamente il soul della Franklin che fu. Tentativo nobile, anche se, non potendo contare su una voce di egual potenza, finisce forse più per trovare la delicatezza della Roberta Flack prima-era. Tredici canzoni che inseguono suoni soul classici fatti di fiati-hammond e chitarre gentili (Don't You Keep Yourself Down), melodie che sembrano rubate da un inedito songbook di Carole King (Little Caged Bird), duetti da ufficio marketing Motown con il vocalist Kevin Leo (Sing), slow-songs strappalacrime alla Otis Redding (I Need You Here), blues acustici (Don't Ever Let Nobody), passaggi jazzy (You Make Me Feel Good I Get Along Without You Very Well) fino a tocchi d'autore alla Joan Armatrading (I Miss You). Nulla nasce per caso qui, la scolaretta ha studiato bene i classici ed esegue tutto con certosina precisione fin dal geometrico songwriting dei suoi brani. Manca forse non tanto la personalità, ma il colpo di genio che la sappia far risaltare (il produttore Joe Leach è solo un buon mestierante da studio), ma per essere la sua prima volta c'è sostanza su cui investire. Sempre che la black-music non si stanchi di questo (insperato fino a pochi anni fa) ritorno al passato.
(Nicola Gervasini)

www.melissa-james.com


venerdì 18 gennaio 2013

CHARLIE MARS - BLACKBERRY LIGHT

Charlie Mars 
Blackberry Light 
(Thirty Tigers 2012)
 looking for a hit
Per le cronache mondane Charlie Mars è soprattutto lo sconosciuto e misterioso boyfriend di Mary Louis Parker, la Nancy Botwin del telefilm Weeds. Poi il fatto che sia anche un musicista ha alimentato solo curiosità di qualche testata giornalistica. Charlie invece è sulla breccia da tanti anni, fin da quando nel 1992 la sua band seguiva il più noto country-hit-makers Jack Ingram. Dal 1997 ha poi dato il via ad una carriera solista all'insegna del nuovo root-pop alla Jack Johnson o Josh Rouse. Prodotto dal fido amico e chitarrista Billy Harvey (al mixer comunque l'espertissimo Tchad Blake),Blackberry Light è un disco che potrebbe avere anche i numeri per capitalizzare l'insperata attenzione attribuitagli dai media. Si tratta di dieci delicati brani country-folk con qualche melodia leggermente edulcorata per un pubblico pop, e soprattutto una scelta di arrangiamenti di batteria decisamente radiofonica (troppo a volte). E così brani che in macchina fanno il loro mestiere con gran dignità come Let The Meter RunBack Of The Room o la stessa title-track, finiscono poi a risultare un po' evanescenti alla prova di uno stereo serio e di un ascolto approfondito. Non che il ragazzo non abbia talento: c'è una bella voce e i brani sono finemente costruiti (Picture of an Island ad esempio attira l'attenzione più di altre), solo sembra evidente quale sia il suo target di pubblico.
(Nicola Gervasini)
www.charliemars.com
   

TERENCE TRENT D'ARBY

  Se vi state chiedendo chi diavolo sia Sananda Maitreya , fatto del tutto comprensibile visto che dal suo unico successo internazionale pub...