venerdì 6 marzo 2009

KENSINGTON HILLBILLYS - Tecumseh


23/02/2009
Rootshighway
VOTO: 6



Nome di quelli che tradiscono immediatamente stile e inclinazione quello dei Kensington Hillbillys, ensemble canadese proveniente da Toronto, giunto con questo Tecumseh al terzo album. Storia che parte da lontano la loro: nati nel 1996 come cover-band di classici country, trasformati in gruppo d'accompagnamento per le mire soliste del cantante (e autore di tutti i brani) Steve Ketchen, hanno realizzato il primo disco (Steve Ketchen & The Kensington Hillbillys) nel 2001, un album infarcito di cliché country&western, a cui ha fatto seguito Bones In The Backyard. Da sempre orbitanti nell'area di influenza dei Blue Rodeo, con cui nel tempo hanno condiviso anche membri, palchi e idee, Steve Ketchen (voce e chitarre), Mikey McCallum (chitarre, rigorosamente Telecaster), Lucky Pete Lambert (batteria), Greg Sweetland (basso) e Stew Crookes (chitarre e pedal steel) ora si presentano solo con il nome della band per sottolineare quanto questo Tecumseh sia il frutto di uno sforzo collettivo.

Non li scopriamo oggi in verità, nel 2004 li avevamo già notati per una spumeggiante versione di Straight To Hell dei Clash contenuta nella bella raccolta Start Your Own Country della britannica Loose Music, ma per ora gli anni e la tanta strada percorsa non sono bastati a farli uscire dal circuito indipendente. Le parentele con i Blue Rodeo sono fortissime, seppur con meno inclinazione alla melodia, e sono particolarmente evidenti negli episodi più tipicamente country del disco come Cowboys e Melody So Divine, ma alla band piace molto variare mischiando il meglio del dark-country moderno (si senta la black ballad Even The Good Times Are Bad), immaginari polverosi alla Giant Sand (Shadow Of A Doubt) e scalcagnate bar-songs (Turn Around Again, che potrebbe stare dalle parti degli Say ZuZu).

Tecumseh è un disco breve e diretto, la band non ha grosse pretese se non quelle di omaggiare la scena roots con una ricetta che prevede tutto l'occorrente in materia, compresa l'immancabile canzone da vita "on the road" (Highway Of Life, vale a dire il paradiso della Fender Stratocaster), la zoppicante country-song da locale di terza categoria (Lonely at The Bottom) e la triste porch-song (It Won't Be Pretty). Il finale si consuma tra voglie di suoni del Texas (Tiny Mine) e il sequel di Cowboys, intitolato ovviamente Indians, mentre The Edge si segnala come l'unico slancio oltre la media del songwritng di Ketchen. Tecumseh è un divertissement per appassionati di genere, senza molta storia se non quella che scriverebbero sicuramente meglio loro stessi versando anche il doveroso sudore sul palco. Consigliato solo per quei momenti di sana attitudine reazionaria che ogni tanto prende sicuramente i nostri lettori...
(Nicola Gervasini)

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