lunedì 16 marzo 2009

WES CHARLTON - World On Fire


Buscadero

Marzo 2009
VOTO: 6
Ci si scandalizza giustamente quando si legge che le nuove leve canore si scovano organizzando gare in programmi televisivi o reality show, eppure ci dimentichiamo che a Nashville da quattordici anni si organizza l’International Songwriting Competition, un contest di tutto rispetto che assegna premi a musicisti amatoriali, dividendoli in categorie di genere. Gara seria questa però, a partire dalle giurie, con nomi altisonanti impegnati a selezionare: per le sezioni di nostro interesse tra i giudici figurano Tom Waits e Ray Davies dei Kinks, per la musica country garantisce Loretta Lynn, per il blues John Mayall e James Cotton, dei nuovi jazzisti si occupano McCoy Tyner e John Scofield e così via. Wes Charlton però sono ormai cinque anni che nei comunicati stampa ricorda che nel 2004 è stato uno dei semifinalisti della competizione, una credenziale che aveva creato anche un certo interesse per il suo disco di esordio del 2005 intitolato AmericanBitterSweet. Ci ha messo quattro anni Wes per riordinare le idee e mettere insieme questo World On Fire, il fatidico secondo album che riesce pubblicare grazie all’interessamento di Judy Collins e della sua etichetta Wildflower. Una label questa che l’anno scorso ha azzeccato la promozione di un giovane interessante come Ali Eskanderian, e che ora ci ritenta anche con lui. Wes è un artista che qui dimostra sicuramente di avere la stoffa di autore e di essere folk singer sicuramente interessante, pur avendo nella voce, un po’ sforzata e soffocata, il proprio punto debole su cui lavorare in futuro per trovare un proprio timbro personale. In studio si fa aiutare dell’amico e co-produttore Cliff Gray, uomo con qualche passione di troppo per le tastiere e per i suoni di piano un po’ posticci, ma indubbiamente arrangiatore fantasioso e con tendenze a riempire il più possibile gli spazi con suoni e percussioni piuttosto che lasciare angoscianti vuoti. Si parte con l’acustica e tagliente Daytime Blues, brano che si piazza dalle parti del Ryan Adams più strascicato, e che ci accomoda preparati a qualche altra intima confessione, quando invece si viene poi travolti dalle elettriche che impazziscono di Still Here, poco più di due minuti di spigoloso rock urbano che cerca il Jesse Malin più scaltro, per trovare molta carica, ma anche molta confusione. Red Eyes, Blue Lights cerca il romantico con un bel violino a commento, e lo trova molto meglio del successivo teenage-rock di Jenny X-17, strano up-tempo tra chitarre anche molto mainstream e il banjo di Conor Lynch a battere il tempo. Più centrata Black Alice, volutamente sgangherata e zoppicante, come la storia raccontata nel testo, mentre TV Girl cerca la ballata epica e scade un po’ nello scontato, ma rimane pur sempre uno di quei brani da tipico songwriter americano che riempiono quotidianamente i nostri stereo. Con la successiva Southern Comfort Charlton cerca la scarna e sofferente ballata acustica alla Matthew Ryan, senza però riuscire a eguagliarne classe e struggimento. Il banjo, che bene o male regna sovrano nella struttura di quasi tutte le canzoni, riapre la danze con una Before I Die che prosegue la strada malinconica intrapresa dal disco, mente un piano a noi noto apre The Wait, quasi 8 minuti di un giro che si rivelerà essere quello che sembra fin dall’inizio, vale a dire una sorta di riscrittura, fatta più per passione che per plagio, di The Weight della Band. Bello il finale di Change Will Come, acoustic-song senza troppi orpelli, se non un po’ di suoni d’atmosfera, che dimostra come Charlton dovrebbe puntare più sulla forza delle sue canzoni, perlomeno finché non trova anche uno stile definitivo da cucirsi addosso. (Nicola Gervasini)

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