domenica 12 febbraio 2012

HAT CHECK GIRL - Six Bucks Shy


Hat Check Girl
Six Bucks Shy
[
Gallway Bay Music
2011]

www.hatcheckgirl.net


File Under: alternative folk

di Nicola Gervasini (12/01/2012)

Per qualche giorno ho maledetto (come ogni anno d'altronde) la necessità di stilare in fretta le classifiche di fine anno sentendo questo Six Bucks Shy. Poi alla fine meno male che non ho avuto il tempo di prenderlo in considerazione, avrei sopravvalutato uno dei tanti prodotti dei bassifondi dell'Americana che al primo colpo ammalia, incanta, ma alla fine non assesta mai il colpo vincente. GliHat Check Girl sono un duo che deve il proprio nome ad un vecchio film del 1932 con Ginger Rogers (il regista era Sidney Lanfield, famoso soprattutto per la fortunata serie tv dedicata alla Famiglia Addams), nati da l'incontro di un vecchio leone della musica americana come Peter Gallway (su queste pagine abbiamo parlato del suo Freedom Is del 2008) e l'eterea e profonda voce di Annie Gallup. Il primo è sulla strada dal 1969 senza aver mai combinato granché di memorabile, se non aver dato vita all'effimera Fifth Avenue Band e aver tentato una carriera solista sotto l'ala della Reprise (due album tra il 1971 e il 1972) che è oggetto di ricerche tra i collezionisti, mentre dagli anni 90 è titolare di una produzione solista di tutto rispetto, seppur condannata ai margini. Probabilmente la produzione dell'ultimo incompleto album di Laura Nyro (il "sarebbe stato splendido" Angel In The Dark del 2001) resta il suo contributo più importante.

La Gallup invece fa parte di quella schiera di folker nati a Seattle in piena esplosione grunge, attiva fin dal 1992 con una serie di album eleganti, caratterizzati dalla sua voce che si pone a metà tra una Marianne Faithfull con qualche sigaretta in meno nella gola e una Carla Torgerson meno allucinata. Quest'ultimo paragone con la metà rosa dei Walkabouts vi può benissimo indirizzare per capire lo stile di questo album, registrato con il solo contributo extra dell'esperto drummer Jerry Marotta (con Peter Gabriel nei suoi anni d'oro), ma anche la differenza tra un disco senza veri punti deboli (Travels In The Dustland dei citati Walkabouts), e uno a cui manca davvero qualcosa. Che non è la capacità dei due di rendere in maniera suggestiva i bei testi di Getaway Car, Cigarette Girl oWhat Hemingway Said (sul piano della scrittura niente da dire davvero…), quanto l'assenza di genio nel trovare soluzioni musicali che vadano al di là di un roots-folk di marca texana e le atmosfere cupe e desertiche dei migliori Walkabouts.

Gallway fa tutto da solo, probabilmente anche per necessità, ma il risultato manca di fatto di un controaltare che porti qualche intuizione in più. Occasione persa dunque di uscire allo scoperto dopo il già promettente esordio dello scorso anno (Tenderness), più che altro perché qui ogni brano ricorda sempre qualcosa di qualcun altro che lo faceva meglio, come ad esempio il divertente numero da vocal-gospel di Jake & The Five Plaids, roba che il Marc Cohn dei primi album o il Lyle Lovett in fugace visita alle chiese della contea macinavano con maggior scioltezza già vent'anni fa.



1 commento:

Holyriver ha detto...

Non li conoscevo ma dal brano che si puo ascoltare sul tuo post non mi sembrano male. Li cercherò. A presto.

DON BRYANT

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