venerdì 12 aprile 2013

JOHNNY MARR


Johnny Marr The Messenger
[Warner/ Audioglobe 
2013]
www.johnny-marr.com


 File Under: nostalgia rock

di Nicola Gervasini (27/02/2013)

Il capitolo sugli album solisti dei chitarristi è lungo e meriterebbe uno speciale a parte. Per presentare The Messenger di Johnny Marr basterebbe ricordare il luogo comune (supportato da una miriade di esempi reali) che vuole il chitarrista di una band capace di fare grande musica, ma solitamente limitato vocalmente e senza la forza scenica del frontman. Keith Richards insegna, il chitarrista può fare grandi album, ma anche i suoi dischi non sfuggivano alla sensazione di ascoltare un disco dei Rolling Stones registrato in un giorno di malattia di Mick Jagger. Marr non ha mai ceduto alla tentazione quando gli Smiths erano una delle realtà guida del rock britannico, ma neppure dopo, visto che da vent'anni fa il session man di lusso, prima per i The The, poi con il suo supergruppo Electronic, infine per tanti altri.

The Messenger è teoricamente il suo primo album, anche se bisognerebbe ricordare che nel 2003 uscì il criticato e ignorato Boomslang a nome Johnny Marr & The Healers. Curioso invece il fatto che esca poco dopo la prima uscita solista di Peter Buck dei REM, perché in qualche modo i due (insieme perlomeno a The Edge) rappresentano il modo di suonare la sei corde del rock 80, gli anti-guitar hero che fuggivano gli assoli spettacolari per far scoprire al mondo la potente forza comunicativa di un semplice arpeggio e di un melodico intreccio di chitarre acustiche e elettriche. Sebbene partiti da due mondi e sponde completamente differenti, la parentela concettuale tra i REM della prima ora e gli Smiths era proprio nel modo di suonare di questi due artisti. Se Buck però ha deluso, dimostrando di essere uomo forte solo nelle retrovie, Marr ci prova con un disco da primadonna che punta fortemente al pop e alla forza delle sue canzoni, riconducibile semmai alla recente sortita di Lee Ranaldo degli Sonic Youth.

Si riesuma il sound anni 80 approfittando del generale revival di questi tempi, si strizza l'occhio agli stessi Smiths (I Want The Heartbeat), si risentono anche forti echi new wave (Say Demesne) e dei Cure (il giro di European Mepotrebbe anche incuriosire gli avvocati di Robert Smith), si fanno omaggi ai REM (Upstarst), senza dimenticare certe spigolature dell'indie-rock più elettrico recente (Lockdown). Sembra quasi aver voluto dire alle nuove leve: "guardate che poi alla fin fine suonate la stessa roba che suonavamo noi trent'anni fa!". Alla fine il problema del disco è proprio l'averci voluto mettere troppo, esagerando con la ricerca di coretti radiofonici, inserti elettronici un po' a casaccio e soprattutto una vocalità che alla lunga fa davvero rimpiangere il povero Morrissey (che pare se la passi male in quanto a salute). Poi il gioco vale la candela anche solo per un brano come New Town Velocity, splendida canzone per costruzione, melodia (sembra la versione non-elettronica di un brano dei New Order) e effetto finale, ma The Messenger alla fine è davvero il classico disco del chitarrista: c'è tutto, ma sempre meno qualcosa.

      

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