martedì 18 giugno 2013

JOSH KRAJCIK

JOSH KRAJCIK
BLINDLY, LONELY, LOVELY
BMG
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Dobbiamo armarci sempre di buona volontà nel non avere pregiudizi quando si presenta un artista che negli Stati Uniti è noto soprattutto come uno dei talentuosi partecipanti dell’edizione 2011 di X Factor. Bisogna solo realizzare che forse oggi anche Smokey Robinson o Carole King sarebbero costretti a passare nelle fauci del talent-show per emergere. E va detto che Josh Krajcik aveva già due album all’attivo prima di diventare uno degli eroi della trasmissione, oltre ad una lunga gavetta da new-soul singer sui palchi di mezza America. Se vi presentiamo Blindly, Lonely, Lovely è dunque solo perché vorremmo evidenziare come anche in questi tempi in cui le vie di mezzo sono rare (pochissimi dischi prodotti da major generalmente fatti di spazzatura contro una miriade sconfinata di dischi autoprodotti o di piccole eroiche etichette che si fa a fatica a starci dietro), si può fare un prodotto di gusto, di valore…e di alto grado di commerciabilità. Prodotto da un pool di mestieranti della pop-music, capitanati dal veterano Steve Kipner, l’uomo che si è inventato Olivia Newton-John più di trent’anni fa insieme a molti successi della black-music anni settanta (oggi fa parte del team di Christina Aguilera), Blindly, Lonely, Lovely fa capire subito dove vuole andare a parare fin dalle percussioni iniziali di Nothing, che sono le stesse di Inner City Blues di Marvin Gaye. Ricetta già vista: un blue-eyed soul virato a pop moderno con grandi secchiate di Philly-sound, una voce profonda ma capace di seguire perfettamente le armonie per non uscire troppo dal seminato  in caso di programmazioni radiofoniche. Ma per fortuna anche brani con spina dorsale abbastanza solida per reggere il tempo come Back Where We Belong e una produzione comunque attenta a non sforare nel pacchiano anche quando si passa alla ballata romantica (No Better Lovers). soul-ballad classiche (The Remedy) o acustiche (Close Your Eyes) accompagnano l’ascolto senza scossoni ma con stile (solo Don’t Make Me Hopeful forse scivola in arrangiamenti poppish un po’ troppo scontati). Su tutto svetta la sua bella voce, figlia legittima della lezione di Teddy  Pendergrass e Lionel Richie. Non è certo un disco fondamentale, ma sono pur sempre 35 minuti di buon soul-pop, oltretutto tutti scritto di suo pugno (e quando sfiora atmosfere alla Terry Callier come in One Thing She’ll Never Know qualche applauso lo strappa). Fossero così tutti gli artisti sfoggiati dall’X-Factor nostrano saremmo anche più felici…
Nicola Gervasini


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