giovedì 9 ottobre 2014

HOYEM


 Höyem
Endless Love 
[
Hektor Grammofon/ Audioglobe 
2014]
www.siverthoyem.com

 File Under: 90s in Norway

di Nicola Gervasini (26/09/2014)
Cercare di proporre anche i nomi più interessanti dell'immenso sottobosco discografico mondiale fa parte della missione, se non proprio del DNA, del nostro sito, ma, credeteci o no, il compito è sempre più arduo, vista la vastità di materiale in cui dobbiamo pescare. Anche perché poi capita che a volte le cose più interessanti arrivino da dove meno te lo aspetti, magari dalla Norvegia, dove Sivert Hoyem è ormai una sorta di leggenda del rock alternativo locale. Prima a capo dei mitici Madrugada (da ricercare il loro Industrial Silence del 1999), band che ha avuto anche i suoi momenti di notorietà in Europa (soprattutto in Inghilterra), e da qualche anno con una carriera solista che merita una riscoperta.

Partendo magari da Endless Love, quinto album della sua carriera solista che fa tesoro di mille influenze antiche e moderne. Intanto quello che impressiona parecchio è la pienezza del suono (produce Ulf Rockis Ivarsson, già produttore di Nicolai Dunger): ascoltate la gospel-like Handsome Savior e riassaporate un muro di suono fatto di cori, organi hammond e chitarre decisamente anni 90 che si intuisce nato non pensando ad una riproduzione su pc o smartphone, ma su uno stereo come si comanda. E poi c'è la qualità dei brani: sia che si tocchino le corde tragiche di un certo indie scandinavo (Inner Vision) o che si viaggi anche su corde più mainstream (la title track potrebbe essere un brano dei Live più ispirati di metà anni novanta), Hoyem fa sentire tutta la sua esperienza ventennale sia nella penna che nella costruzione di melodie in grado di prendere al primo colpo.

Niente ritornelli facili comunque, ma tanti brani di forte impatto emotivo: Hoyem non si inventa nulla ma riutilizza tutto l'ABC del rock anni novanta alla perfezione, sia quando usa un tocco leggero (l'acustica Free As A Bird/Chained To The Sky), sia quando va sul melodrammatico (Little Angel) o quando lascia le chitarre a briglia sciolta nella murder ballad Wat Tyler (che pare un brano dei Willard Grant Conspiracy). Endless Love è quindi un piccolo trattato su dove è andata la musica indipendente negli ultimi vent'anni, compreso una splendida e tesissima Gorlitzer Park che nei toni potrebbe tranquillamente appartenere a Bill Callahan. Disco dedicato alla leggenda della musica norvegese Eirik Johansen, scomparso pochi mesi fa, Endless Love pur essendo nato tra Oslo e Stoccolma con artisti locali, ha un respiro internazionale decisamente forte che è giusto non perdere di vista.

lunedì 6 ottobre 2014

WEST MY FRIEND


 West My Friend
When The Ink Dries
[
Grammar Fight Record 
2014]
www.westmyfriend.com

 File Under: Cascadian third-wave indie progressive chamber folk-roots

di Nicola Gervasini (12/09/2014)
C'è sempre da divertirsi quando gli uffici stampa partoriscono strane definizioni musicali per vendere come nuovo ciò che nuovo non è. Ad esempio per presentarci i West My Friend e il loro secondo album When The Ink Dries (l'esordio era del 2011 con l'album Place) i valorosi creativi dell'ufficio marketing ci sparano una definizione omnicomprensiva come "Cascadian third-wave indie progressive chamber folk-roots". Cerchiamo di capire se poi tante parole sono davvero necessarie: la Cascadia è una macroregione dell'America occidentale (Seatlle ne è la città più importante), ma già citarla per identificare la provenienza di un gruppo pare alquanto insolito (ma costringerà parecchia gente a farsi una nuova cultura geo-politica almeno). Third-Wave Indie invece spaventa un po', più che altro perché ci sarebbe da discutere su quali sarebbero le prime due onde (azzardo: i pionieri anni 90 la prima, il grande movimento di indie-folker degli anni zero la seconda, i prodi West My friend farebbero dunque parte della terza). Cosa poi debba oggi definire la parola "indie" è altra discussione che tralascerei (direi che è più un attitudine piuttosto che un suono ormai).

Progressive è invece qui da intendersi più nell'accezione di "sperimentale", forse perché questo quartetto di voci e chitarre capitanato dalla eterea Eden Oliver molto si rifà a certe contaminazioni psichedeliche della Incredible String Band. Chamber lo hanno appiccicato per identificare la natura completamente acustica del gruppo, fa scena più che sostanza, ma ci sta. Con Folk-roots poi si dice tutto e niente. Il folk qui è sia quello americano dei monti Appalachi, sia quello britannico di stampo classico. E così, invece di spendere tante parole e una sfilza di nomi a paragone (si sparano Joanna Newsom, Decemberists, Avett Brothers, Milk Carton Kids, Beirut e tanti altri, tutti più o meno azzeccati nel non essere poi troppo lontano, ma neanche così vicino alla musica di questo When The Ink Dries), forse il percorso storico che porta a questi deliziosi schizzi folk parte dai Pentangle, passa per le misconosciute ma importanti esperienze dei Mirò e degli Shelleyan Orphan di fine anni ottanta, e approda magari agli Espers degli anni 2000 (grave dimenticanza questa, caro ufficio stampa …), in tutti i casi con molto più gusto pop (assaggiate l'arrangiamento della lunga e complessa The Cat Lady Song, roba che pare pensata da un Lee Hazlewood in missione per Nancy Sinatra), e molti meno azzardi contaminatori e avanguardistici.

Ai quattro infatti piace la leggerezza, persino quando affrontano pezzi più riflessivi come Ode To Silvia Plath o Thin Hope. Ottimamente prodotto dall'esperto Joby Baker (produttore anche delle Nomad Series dei Cowboy Junkies), il disco offre una serie di graziosi e soffici bozzetti con dei testi anche poetici (Lady Doubt) e fantasiosi (The Tattoo That Loved Her Anyway), mentre i comprimari Alex Rempel, Jeff Poynter e Adam Bailey si fanno notare per i bei intrecci tra basso, mandolino e fisarmonica (My LoverLast Call). Consigliato solo ai cuori gentili e a chi surfeggia sulla terza onda indie, qualsiasi cosa vorrà mai dire.

sabato 4 ottobre 2014

JENNY LEWIS


 Jenny Lewis 
The Voyager 
[
Warner 
2014]
www.jennylewis.com

 File Under: pop girl

di Nicola Gervasini (03/09/2014)
In agosto la frizzante Jenny Lewis è apparsa a sorpresa in uno dei concerti di Beck per lanciarsi con lui in una baldanzosissima Do Ya Think I'm Sexy? di Rod Stewart. Basterebbe ascoltare quella performance per leggere correttamente The Voyager, il suo terzo album solista: se infatti Beck è apparso decisamente spaesato nel calarsi nella divertente cialtronaggine del brano che consacrò Stewart come una delle più abili "puttane" del rock-system, lei si è trovata subito a suo agio nel ritmo come nelle mossette giuste. The Voyager segue con notevole ritardo gli acclamati (e anche da noi consigliati) Rabbit Fur Coat del 2006 e Acid Tongue del 2008, belle prove di elaborato country-rock al femminile. Nel frattempo lei aveva trovato solo il tempo di un album a due mani con il fidanzato Jonathan Rice (I'm Having Fun Now del 2010), per cui è presumibile che la gestazione di questa nuova fatica sia stata lunga e laboriosa.

E si sente: il disco è curato al limite dalla over-production nientemeno che da Ryan Adams, tra l'altro aiutato (sempre nientemeno che) da Beck e dallo stesso Rice. Team di serie A, ma risultato che si barcamena a metà classifica purtroppo. La sensazione è che l'occasione sarà persa solo per noi, che forse preferivamo certe spigolature nelle melodie e le chitarre meno garbate sentite nei suo lavori precedenti, mentre qui la partenza con Head Underwater e She's Not Me lambisce le rive di un pop radiofonico che in molti troveranno più che piacevole. Lo fa più che degnamente in ogni caso, ma il senso di leggerezza che pervade The Voyager ha spesso più il sapore del vacuo che della spensieratezza. Anche perché i testi non sono certo quelli da teen-pop, anzi continuano comunque a parlare senza mezzi termini dei suoi trascorsi con la droga, della sua infanzia e di amori ben poco felici (Slippery SlopesThe New You), ma nell'insieme manca all'appello il brano energico e graffiante.

Non latitano comunque i momenti di gran livello, soprattutto quando si passa nella splendida Late Bloomer (qui il tocco di Adams è evidente) o si viaggia in zona-Stevie Nicks con Just One Of The Guys (il singolo prodotto dal solo Beck), o anche quando il pop viene sondato nella sua espressione migliore con una convincente You Can't Outrun'Em che sarebbe piaciuta al Tom Petty dell'era Full Moon Fever. Insomma, magari i colleghi di Pitchfork provocano un po' sentendoci rimandi alle Go-Go's, ma davvero ascoltando una perfetta radio-song come Aloha & The Three Johns non andiamo poi troppo lontano. Adams dimostra di avere sensibilità melodica (ma questo lo sapevamo), ma come produttore sceglie sempre la via più semplice e prevedibile, e non pare avere il magic touch di un Ethan Johns, per dirne uno a lui molto caro. The Voyager segue la svolta easy di altre artiste come Grace Potter o Sarah Borges, e forse lo fa decisamente meglio, ma gli album che lasciano segni profondi sono altri.

mercoledì 1 ottobre 2014

RICHARD THOMPSON

Richard Thompson 
Acoustic Classics 
[
Proper records 
2014]
www.richardthompson-music.com

 File Under: guitar maestro

di Nicola Gervasini (21/07/2014)
Si dirà che a fare un bel disco con queste canzoni son bravi tutti, si dirà che Richard Thompson è uno che non ha ancora avuto vistosi cali di ispirazione, che da quarant'anni praticamente non sbaglia un colpo, e che forse non avrebbe neanche bisogno di concedersi una pausa per un disco autocelebrativo come Acoustic Classics. E si dirà che un disco acustico non è mai sulla carta un qualcosa che attira troppo, soprattutto da parte di un artista che ha fatto dell'elettrizzazione di un mondo tradizionale la propria bandiera. Ma Richard Thompson spiega che se ha preso i quattordici brani forse più noti del suo songbook e li ha rifatti in solitaria non è perché aveva bisogno di una nuova dispensa delle sue lezioni di chitarra, ma perché sentiva che questi brani necessitavano di una rilettura scarna ed essenziale che suonasse attuale, e che l'ormai vecchio Small Town Romance del 1984 era diventato inadatto a rendere bene l'idea di un suo concerto acustico.

Acoustic Classics serve dunque a preparare il pubblico ai suoi tanti concerti da one-man-band, visto che girare il mondo con la band ormai ha costi proibitivi per tutti, oppure semplicemente Richard ha pensato di movimentare un già previsto appuntamento con un greatest hits (che di hit non si tratta, visto che lui le classifiche di vendita le ha sempre viste da lontano). Perché poi Acoustic Classics, con il suo pregio di pescare da produzione vecchia e nuova, è un piccolo viaggio nelle sue canzoni più importanti, con classici riconosciuti come Dimming Of the DayWalking On A Wire I Want To See The Bright Lights Tonight e splendidi capolavori della sua era matura come Beeswing o I Misunderstood (forse il suo unico brano ad aver provato a diventare anche un singolo da classifica nel 1991, con produzione levigata e radio-friendly, e elegante video per Mtv).

Il risultato è di livello superiore, inutile quasi dirlo, l'uomo resta un maestro in grado di tenere alta la tensione anche senza orpelli in sede di arrangiamento, per cui la garanzia di qualità è scontata. Resta un prodotto che mira a due categorie di ascoltatori ben precise: da una parte i fans e completisti, che certo non potranno vivere senza una nuova versione di Shoot out The Lights (e che versione!), dall'altra magari qualche neofita (ma ne esistono ancora?) che voglia una piccola introduzione al personaggio. Certo, manca la sua fedele Fender Stratocaster azzurrina, e non è poco, ma per quella la sua discografia offre talmente tanti titoli di livello che, anche pescando a caso, si cade bene. Qui non è tanto il disco ad essere imprescindibile, quanto proprio l'artista nel suo complesso.

sabato 27 settembre 2014

AMY LaVERE


 Amy LaVere 
Runaway's Diary 
[
Archer Records 
2014]
www.amylavere.com

 File Under: upright bass folk

di Nicola Gervasini (08/07/2014)
Non ci siamo mai occupati direttamente di Amy LaVere, ma non è mai troppo tardi per farlo. Non tanto perchéRunaway's Diary, suo quarto album, rappresenti chissà quale approdo alla maturità, quanto perché la sua breve discografia merita di essere riscoperta dagli appassionati di un certo mix di country, jazz e musica retrò. Forse i suoi titoli più celebrati restano i primi, per cui andate a recuperare l'esordio This World Is Not My Home del 2006, registrato con Jimbo Mathus, Anchors and Anvils dell'anno successivo, forse il suo titolo più importante (prodotto da Jim Dickinson), e Stranger Me del 2011. Ma, per partire, va benissimo anche questo nuovo prodotto, presentabile come il disco che avrebbe potuto fare oggi Norah Jones se avesse continuato a seguire le strade della tradizione roots (incrociate spesso nella sua carriera), e non si fosse addormentata sugli allori strada facendo.

Amy, contrabbassista che ha anche una intensa attività come session-girl, nel 2012 ha dato anche vita al supergruppo dei The Wandering (formato da Luther Dickinson, Valerie June, Shannon Mcnally e Sharde Thomas), e proprio dal figlio del compianto Jim e leader dei North Mississippi All-stars si fa produrre un disco formalmente perfetto e, a tratti, anche di vera sostanza. Rabbit, ad esempio, lungo ed emozionante lamento corredato da un bell'arpeggio di chitarra, è una partenza da vera songwriter, ma subito la voglia di mostrare il campionario di stili di cui è capace prende il sopravvento, con la vintage e baldanzosa Last Rock And Roll Boy To Dance, il piano old syle che contrappunta Big Sister o l'hillbilly diSelf Made Orphan. I toni da festa country riescono a far sembrare meno triste persino Where I Lead Me di Townes Van Zandt, ma si riabbassano subito con l'ottima ballad Snowflake e una riuscita cover di How di John Lennon.

In ogni caso i suoi dischi hanno forse il difetto di essere troppo spesso più una dimostrazione di bravura e eclettismo (si prenda l'impalpabile Don't Go Yet, John) che una vera e propria necessità di scrivere musica, ed è un peccato, visto che gli episodi migliori sono proprio quelli autografi, mentre a volte nelle cover scade un po' nello scolastico (Lousy Pretenderdi Mike McCarthy e Dark Moon di Ned Miller). Bella voce, bel sound e buona band (da segnalare Will Sexton alle chitarre): per le buone canzoni c'è un po' più da cercare forse, ma ce n'è quanto basta per consigliare la scoperta del personaggio. 

martedì 19 agosto 2014

DEAR READER

DEAR READER
WE FOLLOW EVERY SOUND
City Slang
***

Cherilyn MacNeil  è una sudafricana sorridente e decisamente eclettica che dal 2006 da vita al progetto Dear Reader. Nato inizialmente come nickname per un duo formato con il bassista e produttore Darryl Torr (con lui ha realizzato The Younger nel 2006 e Replace Why with Funny nel 2009), Dear Reader è diventata una creatura tutta sua a partire da Idealistic Animals nel 2011. We Follow Every Sound è il quinto album, ed è in verità una particolare ed eccentrica rilettura del disco precedente (Rivonia) in chiave orchestrata (ma la scaletta riprende anche brani del passato). A sentire lei l’intenzione era quella di catturare il fascino delle vecchie colonne sonore, dove il pathos e la drammaticità di una sezione d’archi decisamente evocativa viene controbilanciato dalla sua esuberanza e da una manciata di brani ormai rodati e di sicuro effetto. Man Of The Book apre lo show con la sua fisarmonica in primo piano, sa molto di cabaret berlinese, ma serve più che altro a scaldare i muscoli per la sequenza migliore del disco, composta da una tesissima Took Them Away e da una frizzante quanto emotiva Dearheart. Teller Of Truths calca ancor più la mano sul clima da soundtrack, con un coro da score di drammone anni cinquanta, il duello piano-violini di WHALE (titolo scritto così, tutto maiuscolo) appare ben congegnato come anche la linea melodica di Good Hope. Cherilyn stilisticamente ama vocalizzi e  soluzioni estetiche decisamente barocche, con affinità abbastanza evidenti con Anna Calvi e Regina Spektor, ma in fin dei conti è anche lei figlia di quell’enorme ceppo di rock-singer al femminile nate sotto l’ala di Kate Bush, una che si sarebbe trovata a suo agio in un brano da commedia dell’assurdo come Great White Bear. Non so se sia il disco giusto per fare la conoscenza di Dear Reader, il suono volutamente (e spavaldamente) appesantito dalle orchestrazioni rendono We Follow Every Sound un oggetto del tutto atipico anche nella sua discografia, ma forse proprio per questa sua natura di piccolo The Best rivisitato, potrebbe davvero essere il punto di partenza più adattp. Resta forse quel pizzico di autocompiacimento di troppo, che a volte le fa perdere di vista la canzone in favore del colpo a sorpresa negli arrangiamenti (in Cruelty On Beauty On ad esempio si esagera un po’ nel riempire tutti gli spazi), ma per gli amanti del melò in formato rock il disco potrebbe essere una piacevole sorpresa.

Nicola Gervasini

mercoledì 6 agosto 2014

LOOKING INTO YOU - tribute to Jackson Browne

Ci vorrebbero almeno dieci pagine per definire il peso del songwriting di Jackson Browne sulla cultura americana, e non solo quella musicale (ne sa qualcosa Stephen King). Cantore crepuscolare della decadenza dell’American Dream e malinconico osservatore della grande depressione degli anni settanta, Browne è stato un autore precoce (These Days la scrisse a soli sedici anni per Nico), e purtroppo anche precocemente in esaurimento. Pur mantenendo una qualità accettabile fino ai giorni nostri, e, in alcuni casi, ritrovando anche un pizzico di ispirazione, la sua grande stagione è durata solo sei anni (dal 1972 al 1977). Ma sono bastati. Looking Into You (Music Road Records/Ird), monumentale tributo in due cd, non disdegna comunque di rivisitare anche pagine più recenti, in un viaggio nel suo repertorio guidati da autori più o meno noti. Più che di rilettura della sua opera, si tratta di un vero proprio omaggio, con commenti in genuflessione da parte di artisti che hanno vissuto in prima persona quella grande stagione come Don Henley, Bonnie Raitt, David Lindley o Jd Souther. Ventitré versioni che non sono reinterpretazioni, quanto vere e proprio riproposizioni, e qui sta forse un po’ il limite dell’operazione, laddove magari invitare qualche artista meno allineato al suo stile avrebbe ravvivato un po’ la festa. Invece a validi nomi  come Paul Thorn, Jimmy Lafave o Eliza Gilkyson (magari noti solo a chi bazzica anche la serie B dell’Americana) non pare vero di poter esserci e di vestire i suoi panni con fin troppo rispetto e devozione. In ogni caso, pur con tutti i limiti di queste operazioni, lo sforzo produttivo è ingente, e i grandi nomi non deludono, da un Lyle Lovett che raddoppia con buone versioni di Our Lady of The Well e Rosie, a Lucinda Williams che storpia un po’ The Pretender, fino ai coniugi Patti Scialfa e Bruce Springsteen che si divertono nel numero tex-mex di Linda Paloma. Nessuno osa strafare, per cui nessuno finisce a meritarsi fischi, e qualcuno come Ben Harper riesce anche a far sembrare Jamaica Say You Will un pezzo tipico del proprio repertorio. Utilizzatelo magari come testo di riferimento per un bel corso di letteratura americana.

Nicola Gervasini

venerdì 25 luglio 2014

DYLAN SHEARER

DYLAN SHEARER
GARAGEARRAY
Empty Cellar Records
**
Quando nel 2007 uscì For Emma, Forever Ago di (o dei che dir si voglia) Bon Iver, era giusto notare che chiudendosi in quel famoso cottage del Wisconsin, Justin Vernon non si inventò nulla, ma in qualche modo stava dando il via a qualche cosa di nuovo. Oggi, a distanza di ormai quasi sette anni, abbiamo contato parecchi emuli, e possiamo dire che forse la moda dell’home-made troubadour sta leggermente scemando. Per questo il nuovo disco del giovane Dylan Shearear appare quanto mai fuori tempo massimo, perché forse non si sentiva il bisogno di una nuova voce che riesce a fondere in un colpo solo Bon Iver e ancor più la grande lezione lasciata precedentemente dal compianto Elliott Smith, in un unico album. Per il momento infatti Garagearray riesce solo nell’intento di aggiungere un nome alla già folta lista, perché in queste undici tracce è davvero difficile scovare elementi che possano far gridare al miracolo o anche solo qualche tratto caratteristico da segnalare. E sì che Shearer, già autore di un album nel 2012 (Porchpuddles), punta davvero in alto quando dichiara di voler ricreare l’allucinato songwriting del Robert Wyatt epoca Rock Bottom o addirittura di Kevin Ayers, ma davvero qui si sente tanta grande perizia nel rileggere schemi altrui, ma nessuno colpo di genio degno di contanti nomi. In ogni caso, date le opportune bastonate a chi osa così tanto, va detto che se siete degli appassionati del genere, Shearer comunque sa il fatto suo, e tra l’altro si è fatto anche aiutare da una sezione ritmica (per quanto di ritmo non ce ne sia proprio…) formata dagli scafati Petey Dammit degli Thee Oh Sees al basso e Noel Von Harmonson dei Comets on Fire alla batteria. Non potendo lavorare troppo sulla varietà delle canzoni (si distinguono comunque Baggage Claim, Altar of Love e l’iniziale Time To Go), il produttore Eric Bauer punta tutto su suoni riverberati e riscaldati al massimo per riempire le frequenze con poco. Stratagemmi vecchi ma di sicuro effetto che rendono Garagearray un disco che può anche regalare momenti intensi, ma in tempi recenti sullo stesso terreno anche un Barzin, o mettetecene uno voi, ha saputo già dire di più. Shearer è giovane e magari saprà sorprenderci in futuro se sarà capace di essere meno calligrafico,  ma per ora sta in coda, e neanche troppo vicino al traguardo.
Nicola Gervasini


mercoledì 23 luglio 2014

THE WHIGS

THE WHIGS
MODERN CREATION
New West
***
Non so se l’ironia del nome sia voluta o no, ma la band chiamata come il maggiore partito politico progressista d’Inghilterra è in verità portavoce di una corrente decisamente reazionaria del mondo del rock. Scherzi che si possono permettere solo i Whigs, una delle ormai neanche troppo nuove (l’esordio è del 2005) realtà provenienti da REM-City (al secolo Athens, in Georgia), giunti con Modern Creation al traguardo del quinto album. La contraddizione però descrive perfettamente la loro strana condizione di american-band votata ad un rock chitarristico decisamente di marca britannica, fatto che li ha portati in passato a fare da gruppo spalla contemporaneamente ai Drive By Truckers e ai Franz Ferdinand, giusto per far capire la difficile catalogabilità della loro musica. Prendete i Black Keys e fategli suonare cover dei Blur e forse qualcosa potete immaginarvi. Parker Gispert, Julian Dorio e Timothy Deaux (rispettivamente chitarra e voce, batteria e basso) sono il classico power-trio come se ne sono visti tanti in questi anni, ma sono riusciti nonostante tutto a crearsi uno stile abbastanza personale, meno allucinato e psichedelico di quello dei Band of Skulls, e più avvezzo a tendere a pop-song di marca fab-four come nella conclusiva The Difference Between One and Two. Si parte però con un bel muro rock di You Should Be Able To Feel It, si passa ad una Asking Strangers For Directions che sembra un brano dei Pulp con base quasi-metal, mentre The Particular potrebbe essere un incontro tra i Verve e i Dinosaur Jr. Come avrete capito il programma è vario e ama unire elementi apparentemente inconciliabili, con risultati anche brillanti come quando in Hit Me si azzarda una pulsante base quasi-dance ad una frizzante pop-song, o nella bella costruzione di Modern Creation. Il gioco è comunque tutto qui, anche quando si prende una base a tutta velocità da punk californiano e la si unisce a scanzonati coretti pop (Friday Night), o si riesumano giri alla Husker Du (She is Everywhere), fino ad un finale in tono minore con Too Much In The Mornig e I Couldn’t Lie. Produzione ben pompata da Jim Scott (Wilco) con batteria in primo piano, Modern Creation è un buon album per tenervi svegli in un viaggio in macchina perché unisce l’energia delle chitarre alla cantabilità dei brani. Se poi questo rappresenti davvero una gran novità è tutto un altro discorso…

Nicola Gervasini

venerdì 11 luglio 2014

NATALIE MERCHANT

L’altezzosa signora della canzone d’autore Natalie Merchant non concedeva un disco di originali dal 2001, anno in cui si consacrò come autrice e interprete di primissimo livello. Nel frattempo l’attesa era stata ingannata con riusciti progetti edificati sulle salde fondamenta di traditionals e poesie sull’infanzia, ma è sui dischi autografi che si misura la statura di una artista. Intitolato semplicemente Natalie Merchant (Nonesuch), quasi a voler sottolineare una sorta di ripartenza dopo un lungo blocco (di ispirazione, o semplicemente di energie), il disco la conferma come una delle poche interpreti in grado di trasformare in oro anche il ferro più arrugginito solo con la propria voce. La ricetta è nota e prevede il solito mix di folk (Texas), spirituals (Go Down Moses), ardite orchestrazioni (Lulu), eteree melodie (Seven Deadly Sins) e qualche concessione al pop più canticchiabile (Ladybird). Il livello eccelso di Motherland e Tigerlily è lontano, complice anche una certa autoindulgenza ed una eccessiva fiducia nel potere della propria voce rispetto ad una scrittura non sempre brillante, ma la lezione di stile per le nuove leve c’è tutta. Magari anche solo per il fatto che prima di essere ammessa nella serie A, lei negli anni 80 si è fatta una lunga e doverosa gavetta da outsider con i 10.000 Maniacs, per cui si può accettare che ora si conceda un disco che fa un po’ di sano catenaccio per mantenere il risultato.

Nicola Gervasini

martedì 1 luglio 2014

SONIDO GALLO NEGRO

SONIDO GALLO NEGRO
SENDERO MISTICO
Glitterbeat
***1/2

Vengono da Citta Del Messico e sono ben in nove i Sonido Gallo Negro, un ensamble che sta facendo molto chiacchierare negli ultimi tempi.  Nel 2011 avevano esordito con un album (Cumbia Salvaje) che pareva destinato a morire nel mercato messicano, fin quando nel 2012 il regista Emir Kusturica, dopo aver casualmente assistito ad una loro performance televisiva (i miracoli delle tv satellitari..), li ha invitati al Kustendorf Festival, kermesse di musica etnica che lui stesso patrocina in Serbia. Sendero Mistico è dunque la loro prima realizzazione distribuita internazionalmente, e sicuramente non tradisce le aspettative. Innanzitutto avvertiamo: la loro musica è completamente strumentale, ed è un mix di mille sapori e culture riprodotti con piglio da colonna sonora cinematografica, che ricorda molto , su altre sponde, quella dei nostrani Sacri Cuori e del loro album Rosario. Proviamo dunque ad addentrarci nel melting pot della loro musica: tex-mex ovviamente, echi morriconiani ancor più ovviamente (anche se sarebbe da capire dove si stanno solo riprendendo la loro musica o se davvero il nostro Morricone è riuscito ad inventarsi un genere che pure in  Messico considerano come cultura propria),  ritmi sudamericani come la cumbia peruviana o la sua variante della Sonidera Cumbia, oppure momenti di chicha (termine che indica sia un ballo che una tipica bevanda sudamericana), di boogaloo (che è una versione molto nordamericana della musica latina), o di huayno (altro passo di origine peruviana). Ogni tanto si pensa di riconoscere melodie note (la linea di Alfonso Grana ad esempio ricorda la molto nota La Colegiala), ma è solo perché bisognerebbe anche fare un attento studio su dove nascano certe melodie tradizionali del luogo e come siano state rielaborate nel tempo da musicisti pop e non. La grandezza dei Sonido Gallo Negro sta nella grande varietà di suoni, con nessuna preponderanza, ma con la chitarra di Gabriel Lopez spesso in evidenza, come anche l’hammond di Julian Perez o il flauto di Lucio de los Santos. Non c’è un leader, ma ovviamente a farla da padrone sono batterie e percussioni, in un tripudio di ritmi e rumori latini davvero avvolgente. Nulla che poi possa servire davvero a far ballare i tanti adepti nostrani del ballo latino-americano che popolano le discoteche di provincia: la loro musica fa ballare, ma soprattutto crea immaginari sonori che necessitano di calma e attenzione. Lasciatevi coinvolgere anche voi.

Nicola Gervasini

TERENCE TRENT D'ARBY

  Se vi state chiedendo chi diavolo sia Sananda Maitreya , fatto del tutto comprensibile visto che dal suo unico successo internazionale pub...