WEST MY FRIEND


 West My Friend
When The Ink Dries
[
Grammar Fight Record 
2014]
www.westmyfriend.com

 File Under: Cascadian third-wave indie progressive chamber folk-roots

di Nicola Gervasini (12/09/2014)
C'è sempre da divertirsi quando gli uffici stampa partoriscono strane definizioni musicali per vendere come nuovo ciò che nuovo non è. Ad esempio per presentarci i West My Friend e il loro secondo album When The Ink Dries (l'esordio era del 2011 con l'album Place) i valorosi creativi dell'ufficio marketing ci sparano una definizione omnicomprensiva come "Cascadian third-wave indie progressive chamber folk-roots". Cerchiamo di capire se poi tante parole sono davvero necessarie: la Cascadia è una macroregione dell'America occidentale (Seatlle ne è la città più importante), ma già citarla per identificare la provenienza di un gruppo pare alquanto insolito (ma costringerà parecchia gente a farsi una nuova cultura geo-politica almeno). Third-Wave Indie invece spaventa un po', più che altro perché ci sarebbe da discutere su quali sarebbero le prime due onde (azzardo: i pionieri anni 90 la prima, il grande movimento di indie-folker degli anni zero la seconda, i prodi West My friend farebbero dunque parte della terza). Cosa poi debba oggi definire la parola "indie" è altra discussione che tralascerei (direi che è più un attitudine piuttosto che un suono ormai).

Progressive è invece qui da intendersi più nell'accezione di "sperimentale", forse perché questo quartetto di voci e chitarre capitanato dalla eterea Eden Oliver molto si rifà a certe contaminazioni psichedeliche della Incredible String Band. Chamber lo hanno appiccicato per identificare la natura completamente acustica del gruppo, fa scena più che sostanza, ma ci sta. Con Folk-roots poi si dice tutto e niente. Il folk qui è sia quello americano dei monti Appalachi, sia quello britannico di stampo classico. E così, invece di spendere tante parole e una sfilza di nomi a paragone (si sparano Joanna Newsom, Decemberists, Avett Brothers, Milk Carton Kids, Beirut e tanti altri, tutti più o meno azzeccati nel non essere poi troppo lontano, ma neanche così vicino alla musica di questo When The Ink Dries), forse il percorso storico che porta a questi deliziosi schizzi folk parte dai Pentangle, passa per le misconosciute ma importanti esperienze dei Mirò e degli Shelleyan Orphan di fine anni ottanta, e approda magari agli Espers degli anni 2000 (grave dimenticanza questa, caro ufficio stampa …), in tutti i casi con molto più gusto pop (assaggiate l'arrangiamento della lunga e complessa The Cat Lady Song, roba che pare pensata da un Lee Hazlewood in missione per Nancy Sinatra), e molti meno azzardi contaminatori e avanguardistici.

Ai quattro infatti piace la leggerezza, persino quando affrontano pezzi più riflessivi come Ode To Silvia Plath o Thin Hope. Ottimamente prodotto dall'esperto Joby Baker (produttore anche delle Nomad Series dei Cowboy Junkies), il disco offre una serie di graziosi e soffici bozzetti con dei testi anche poetici (Lady Doubt) e fantasiosi (The Tattoo That Loved Her Anyway), mentre i comprimari Alex Rempel, Jeff Poynter e Adam Bailey si fanno notare per i bei intrecci tra basso, mandolino e fisarmonica (My LoverLast Call). Consigliato solo ai cuori gentili e a chi surfeggia sulla terza onda indie, qualsiasi cosa vorrà mai dire.

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