LOUDON WAINWRIGHT III


 Loudon Wainwright III
Haven't Got the Blues (Yet)
[
Proper/ IRD 
2014]
www.lw3.com

 File Under: This is not a Blues Record

di Nicola Gervasini (28/07/2014)
Impossibile non amare Loudon Wainwright III, nel bene e nel male di una discografia ormai sconfinata (questo è il ventiseiesimo album) che non ha sempre tenuto lo stesso livello eccelso. In particolare lui è uno che ha sempre avuto bisogno di trovare un alter-ego musicale di primissimo livello per esprimersi al meglio, se è vero che i dischi migliori della sua carriera sono quelli prodotti da Richard Thompson (va citato perlomeno More Love Songs del 1986) e, in tempi più recenti, da Joe Henry (l'imperdibile Strange Weirdos del 2007). Perché lui, uomo da sempre dotato di una penna magnifica ma di una vocalità abbastanza monotona e impersonale, del lato produttivo non si è mai troppo curato, e questo lo ha portato a volte a realizzare dischi ottimi solo dal punto di vista della scrittura.

Ultimamente poi si era un po' perso in una sorta di percorso personale nella tradizione e nei ricordi di famiglia, appagante in termini di interesse storico e riconciliazioni con figure paterne (e soddisfacente anche in termini di vendite, se è vero che negli States di recente i dischi più conservatori e folk-oriented stanno ottenendo più favori del solito), ma decisamente poco accattivanti per un pubblico musicalmente esigente. Facile che il titolo Haven`t Got The Blues (Yet)possa far credere ad un disco a tema, ma stiamo parlando di una delle penne più ironiche del firmamento roots, e quel (yet) del titolo dovrebbe subito mettere in guardia dal pensare che davvero il nostro si dia completamente alla musica del Delta, quando invece dietro la burla del titolo si cela un disco stilisticamente vario e frizzante. Ancor più meritevole, se vogliamo, perché stavolta in produzione non c'è nessuna personalità ingombrante, ma solo l'amico David Mansfield che si limita a mettere le cose a posto laddove la canzone lo richiede.

Il blues c'è, e forse più del solito, nascosto nello swing d'apertura di Brand New Dance e nelle vene di una Depression Blues da applausi o di altri numeri old style (The Morgue Spaced) caratterizzati da fiati (se ne occupa Steve Elson) e fisarmoniche. I brani sono quattordici e la freschezza compositiva non è magari più quella dei giorni migliori, per cui normale che ci sia qualche passaggio non proprio necessario come Harmless o qualche momento in cui si lavora di mestiere (Harlan County, I'll Be killing You This Xmas). Ma alla fine chi ama Loudon Wainwright III può riconoscere tutta la grandezza di scrivere una brano come In A Hurry, quadro umano per voce e chitarra con quel perfetto equilibro tra il romantico e l'ironico che solo John Prine al mondo sa ottenere meglio di lui. Tra alti (la divertente title-track) e bassi (God And Nature) il disco scorre comunque bene fino alla fine. Resta una autore che richiede una buona comprensione dell'inglese per essere apprezzato appieno, ma anche chi è ancora alla "Lesson One" qui ha da divertirsi.

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