venerdì 12 marzo 2021

STEFANO BAROTTI

 





Stefano Barotti

Il grande temporale

[La Stanza Nascosta Records 2020]


 File Under: telefonate da oltreoceano


stefanobarotti.net


di Nicola Gervasini


Ormai una vecchia conoscenza del nostro sito (la prima recensione risale al 2003 per Uomini in Costruzione), Stefano Barotti è un apprezzato cantautore che giunge al quarto album con ambizione di deciso salto di qualità dal già molto interessante Pensieri Verticali del 2015. Il Grande Temporale, infatti, è il frutto di una lunga gestazione che lo ha portato a registrare anche negli Stati Uniti, e il progresso pare evidente, perché in queste undici nuove canzoni spira aria di produzione di primo livello. Ma soprattutto cambia anche l’approccio musicale, che abbandona l’amore incondizionato per il rock americano tradizionale, pur non tradendolo mai, ma si allarga a nuove influenze che spaziano tra il reggae, il blues, qualche timida incursione nell’elettronica e in generale una costruzione delle canzoni più complessa, come dimostrano fin da subito i cambi di tempo della title-track. Il disco, come al solito, è un piccolo campionario di esperienze personali, come la riflessione sulla congenita vita povera del musicista che scopre comunque il piacere di fare l’imbianchino per sopravvivere (Painter Loser), la nostalgia per il calcio di un tempo di Spatola e Spugna (con Jono Manson tra gli ospiti), il pop disincantato di Tra il Cielo e il Prato, i racconti di guerre lontane di Aleppo. Non mancano i momenti di riflessione, come la dolce Stanotte Ho Fatto Un Sogno con i suoi archi o la intima Quando Racconterò, le dediche ai propri miti come Enzo (si parla di Jannacci) o la divertente Mi ha Telefonato Tom Waits. Il disco si chiude emotivamente tra luci (Tutto Nuovo dedicata al figlio) e ombre (Marta, riflessione sulla violenza sulle donne), mettendo in campo un lungo elenco di collaboratori (tra gli italiani si notano le chitarre di Max De Bernardi e Paolo Ercoli o la voce di Veronica Sbergia), ben gestiti dal tastierista e produttore Fabrizio Sisti e dagli altri addetti alla produzione Alessio Bertelli e Vladimiro Carboni. Un bel ritorno in campo di uno dei nostri autori più preziosi.


lunedì 1 marzo 2021

Deadburger

 


Deadburger – La Chiamata

Snowdonia, 2020

Sono passati tanti anni e soprattutto tante scene politiche dai tempi in cui i fiorentini Deadburger esordivano ad Arezzo Wave nel 1996 presentando un brano contro il berlusconismo imperante (Italiano Cyborg). Erano gli anni in cui molte band dell’underground italiano trovavano buoni contratti, passaggi in radio, e (qualcuna) pure un certo successo di vendite, grazie anche al positivo effetto scatenato dal successo dei loro concittadini Litfiba, e anche loro l’anno dopo ottennero un certo riscontro con l’uscita del primo album omonimo.

Ma da allora non è cambiata solo l’Italia, sono cambiati parecchio anche loro, sia nella formazione (oggi basata sul quartetto Vittorio Nistri, Simone Tilli, Alessandro Casini e Carlo Sciannameo), sia nella proposta musicale, che ha trovato nell’etichetta Snowdonia il luogo ideale dove realizzare progetti coraggiosi e innovativi. Già nel 2013 pubblicarono un triplo cd con libro annesso (La Fisica delle Nuvole), disco che portava a termine un lungo percorso creativo che aveva via via abbandonato l’elettronica industriale alla Nine Inch Nails degli esordi, per abbracciare un punk-rock d’avanguardia aperto alle più disparate sperimentazioni, e ci riprovano ora con un progetto ugualmente ambizioso intitolato La Chiamata, ancora una volta accompagnato da un progetto grafico di 68 pagine. Il libro stavolta è una sorta di rivista di moderna antropologia chiamata Poor Robot’s Almanack, pregna di trattati storico-politico-sociologici commentati da immagini e dai disegni di Paolo Bacilieri, già noto per il suo lavoro per la Bonelli (soprattutto per gli albi di Napoleone, ma anche Dampyr e Dylan Dog).

Il nuovo disco è comunque una ideale prosecuzione del precedente, un dittico denominato “MirrorBurger” in cui La Chiamata è l’altra faccia dello specchio di La Fisica delle Nuvole. I 7 lunghi brani presenti sono difficilmente catalogabili come genere, ma quello che rappresenta il fulcro del nuovo progetto è uno studio sui ritmi e le percussioni della storia della musica, che ha portato a coinvolgere nelle sessions ben otto batteristi diversi (che fanno nove con il tamburo a cornice suonato da Alfio Antico), e spesso sovrapposti. Il centro del disco, non a caso, è la cover di un brano del grande batterista jazz Max Roach, Tryptich. L’originale era una sorta di comizio ritmato, declamato dalla moglie Abbey Lincoln, ai tempi cantante e attivista per i diritti civili molto popolare, e pubblicato in un disco dai chiari intenti politici antirazziali come We Insist! del 1960, album che qualcuno considera il seme iniziale del free jazz, mentre la versione qui presente arricchisce il gioco voce-batteria con un tappeto più elaborato grazie ai campionamenti e all’elettronica.

L’album si apre invece tra suoni e tamburi di guerra con un veemente brano alla Pere Ubu come Onoda Hiroo, dedicato al famoso generale giapponese che rifiutò di arrendersi durante la Seconda Guerra Mondiale, combattendo una guerra solitaria nella giungla fino al 1974,e da allora divenuto simbolo di onore e tenacia a tutti i costi contro quelli che nel brano vengono definiti “gli indifferenti rinunciatari con gli sguardi in basso come animali”. Un Incendio Visto da Lontano gioca più su atmosfere dark, con un bel solo di piano di Nistri, mentre la title-track parte rauca come un vero punk-rock, ma si risolve in un avant-jazz definito dai dissonanti sax di Enrico Gabrielli e Edoardo Marraffa. Tamburo Sei Pazzo è una suite con un ‘orgia di percussioni e batterie divisa in 4 parti, mentre chiudono il disco la lunga Manifesto Cannibale, brano tipicamente da rock alternativo italiano che rappresenta una sorta di riassunto spirituale (più nichilista che programmatico) della band (“Deadburger è come i vostri eroi: niente di niente/ è come le vostre speranze, niente/ i vostri paradisi, niente di niente/ la vostra modernità, niente/ l’uomo solo al comando: niente”), un pessimismo piuttosto incattivito che anticipa il finale oscuro di Blu Quasi Trasparente, dove intervengono anche le voci di Lalli e di Cinzia la Fauci dei Maisie.

Il titolo La Chiamata sa di proclama rivoluzionario, un qualcosa che ricorda il “Venite intorno gente” con cui Bob Dylan iniziava l’inno generazionale di The Times They-re a-Changing, eppure se la musica dimostra di credere ancora nell’idea di un progresso e di una avanguardia garantita dalla sperimentazione e dall’apertura mentale, soffia nelle parole del disco e nel suo corposo booklet un’aria di forte disillusione, forse evidenziata da quella citazione posta proprio in apertura, presa dal brano The Age Of Self di Robert Wyatt (“Dicono che la working class è morta, che siamo tutti consumatori adesso. Dicono che siamo andati avanti, e adesso siamo tutti, semplicemente, persone. Ci sono persone che stanno spaventosamente bene ed altre parcheggiate sugli scaffali, ma chi se ne frega del secondo tipo! Questa è l’era del ciascuno-per-sé“). Come a dire che lo sapevamo già nel 1984 (quando uscì il brano) cosa stava succedendo, allora quando è stato che ce lo siamo dimenticati?

 

Nicola Gervasini

 

 

giovedì 25 febbraio 2021

LINEA

 


Linea - Fuori Mercato

Ammonia Records, 2020

 

Sarebbe difficile oggi definire quale possa essere una musica “Fuori Mercato”, in un’era in cui il mercato discografico è ovunque o da nessuna parte, con l’eccezione di quei pochi artisti che ancora sono spinti da logiche da major discografica. Ma i Linea possono forse ancora ben dirlo, perlomeno nell’occasione di un album che rilegge la propria più che trentennale carriera. Era il 1989 quando, nella periferia di una Milano ancora ubriaca dell’opulenza degli anni 80 (ma ormai già quasi del tutto bevuta), la band muoveva i primi passi, seguendo il verbo del punk alla Clash, e portando alta quella bandiera per tutti gli anni 90, passati tra concerti nei circuiti alternativi e cassette fatte girare tra i fans. La prima pubblicazione ufficiale infatti arriva solo nel 2000, proprio quando quel mercato che li lasciava ai margini cominciò ad andare in crisi. Fuori Mercato è un disco che capitalizza quindi tutta la produzione di questi anni, in cui il fondatore Gianmarco Pirro riunisce una nuova line-up (Federico Bratovich - Chitarra e voce, Max Longhi – Batteria, Silvio Calesini – Basso) per rileggere 13 brani del loro repertorio. Il perché di questa operazione è chiaro fin dalle prime note di Nuovo Rosso, primo brano scritto dalla band, che dall’arrangiamento new wave degli esordi si era trasformato in una ballad per archi e piano nel disco d’esordio del 2000, e che qui trova invece una vena quasi pop decisamente più moderna. Oltre ad una doverosa autocelebrazione, quindi c’è anche la volontà di aprire il proprio suono nuove influenze, che pescano sempre soprattutto nel mondo musicale del post-punk dei primi anni 80 ma non solo, con un taglio moderno utile a rilanciare il nome anche tra i giovani che di quel rock sono ancora assetati. Così brani come Terra Libera, Corto Maltese o Frontiera, dei piccoli classici per il loro seguito, assumono un taglio più maturo, frutto anche dell’esperienza del gruppo come backing-band del cantautore Filippo Andreani (con il quale hanno registrato due album). La conclusiva Rumore è l’unico vero inedito del disco, un brano che rende chiaro come le intenzioni del gruppo siano quelle di non mollare la battaglia a suon di rock (“viaggio ancora insieme a te“), perché anche una canzone come Campesinos, altro brano della loro prima ora dedicata ai contadini sudamericani, suona modernissimo sia nel testo che nella sua nuova veste che aggiorna il reggae che era ad un taglio dub. Non mancano brani anche più recenti come L’ultimo Re (dedicata al giudice Falcone) o il nuovo tocco morriconiano dato a The Correct Use of Religion, brano del 2008. Se dovessimo fare l’elenco degli stili e delle influenze presenti in queste riletture dovremmo fare un lungo elenco, ma nella title-track loro stessi ci ammoniscono contro “questo etichettare, poi catalogare, e discriminare per buttarti fuori”, per cui prendete i Linea come una vera rock-band a tutto tondo, dove troverete la storia di Milano, dell’Italia, e del mondo, vista con gli occhi da chi fuori ci è rimasto per scelta, per necessità e, purtroppo, anche per costrizione.

 

Voto: 7,5

lunedì 8 febbraio 2021

TIM BURGESS

 

Madchester è lontana, ma ritroviamo in grande forma uno dei protagonisti: Tim Burgess – I Love the New Sky.

A vederlo sulla copertina di questo I Love the New SkyTim Burgess ha tutto fuorché la faccia di un cinquantatreenne con ormai una lunga carriera alle spalle, ma ha più lo sguardo sicuro e strafottente del ragazzino al disco di esordio.

Tim Burgess - I Love the New Sky

Invece lui è ormai un veterano della musica britannica, protagonista con i suoi Charlatans di quella stagione di grande fermento musicale che ruotò intorno alla scena di Manchester nei primi anni 90 (o, come si diceva ai tempi, “Madchester”), un’epoca dove non era affatto un sacrilegio unire la lezione strambo-folk di Syd Barrett con i ritmi della House che impazzavano nei club del Regno Unito. Nei 2000 ha affiancato alla mai interrotta storia della band (il loro tredicesimo album, Different Days, è datato 2017) una pigra e timida carriera solista, perlopiù improntata a provare generi e soluzioni diverse da quelle rese possibili dal processo creativo dei Charlatans.

Disco solista perfezionato durante il lockdown

I Love the New Sky è il quinto album a suo nome, ed esce dopo un periodo di quarantena che lo ha visto protagonista su Twitter come animatore di “Listening Party” che hanno coinvolto colleghi e pubblico in attesa della fine del lockdown. Un periodo in cui Burgess ha anche affinato la produzione per nulla banale di questi brani, nati su una chitarra acustica con l’intento di un disco da songwriter classico, ma poi finiti per diventare una variopinta e quasi sovraprodotta (senza dare un senso spregiativo al termine) esplosione di colori pop.

Alla fine ha vinto il suo background fatto del Paul McCartney meno prevedibile e delle sperimentazioni da studio di Brian Eno, come affiora nella costruzione non certo canonica di brani come The Mall, che tra soluzioni Prog e cori alla Beach Boys piacerebbe persino a uno come Steven Wilson, o la barocca Comme D’Habitude. Persino il pop alla Cure dell’iniziale Empathy ricorda con prepotenza la sua appartenenza musicale, così come l’indie-pop alla Blur di Sweetheart Mercury.

Tim Burgess eccelle in I Love the New Sky

Il disco è stato co-prodotto da Daniel O’Sullivan dei Grumbling Fur, che si sobbarca anche le parti di batteria e di pianoforte (alla chitarra invece resta il fido Mark Collins dei Charlatans), dimostrandosi fine e mai scontato cesellatore di soluzioni sicuramente retrò e citazioniste, ma che chissà come mai suonano davvero fresche anche in questo 2020.

Il disco prosegue con la più casalinga e volutamente sgangherata Sweet Old Sorry Me, brano che introduce alle distorsioni di Warhol Me, sorta di omaggio in salsa british ai Velvet Underground. La passione per il muro di suoni orchestrali ritorna in Lucky Creatures, bella pop-song in zona Verve, mentre l’intima Timothy e la leggera Only Took A Year portano a quel piccolo gioiello di arte dell’arrangiamento che è I Got This, che poteva anche chiudere l’album. La durata invece raggiunge i 53 minuti grazie ad una Undertow immersa negli archi e al dolciastro finale di Laurie. Piacevole sorpresa questo album, ottimamente suonato e prodotto, a dimostrazione che ancora esiste qualcuno che considera l’album in studio come punto di arrivo della vita d’artista, e non come scusa per un tour.

domenica 7 febbraio 2021

AC/DC

 

AC/DC – Power Up


Sony/Columbia- 2020

Tetragoni nel loro caso è un eufemismo: AC/DC – Power Up.

Non sarò certo il primo a dire quello che andrò dicendo, e soprattutto credo che Angus Young non legga una recensione di un disco degli AC/DC dai tempi di Black in Black perlomeno, e con lui i suoi più accesi fan, per cui l’inutilità di scriverla è sottointesa.

Ma siccome ormai l’ho iniziata, la finisco. Gli AC/DC sono un caso unico nella storia del rock, perché ripetersi nel corso di una carriera è inevitabile, e anche i più poliedrici geni lo hanno fatto prima o poi (da David Bowie a chi volete voi), ma loro vanno oltre il mantenere immutata una formula vincente, loro proprio fanno fondamentalmente lo stesso disco dagli esordi. Anzi, almeno una volta nelle variazioni sul tema c’era il pezzo lento alla Ride On (sparito dal menu con l’avvento di Brian Johnson, il che è strano perché nei suoi anni giovanili con i Geordie ne ha fatti, e di validi), così come il pezzo puramente blues alla The Jack (pure questo comincia a latitare ormai).

Cambia il produttore, ma non il suono

Ora rimane solo quindi la loro classica hard-riff-song in 4/4, con lo stesso suono che non cambia troppo anche se cambia il produttore, per cui sono anche gli unici che hanno fatto sembrare simili dischi firmati dal qui presente Brendan O’Brien, Rick Rubin o il re dell’FM-Metal Bruce Fairbairn, tre produttori davvero diversi tra loro. E, soprattutto, ancora una volta in studio non c’è traccia di un session-man aggiunto (un piano dico, un paio di fiati, un’armonica, così, tanto per vedere l’effetto che fa, no eh?). A mia memoria, l’assolo di cornamusa di Bon Scott in It’s a Long Way To The Top (che era il primo brano del primo disco, ironicamente) resta l’unico strumento che non siano le due chitarre e sezione ritmica della formazione base esistente in un loro disco.

E continua anche lo stesso gioco di riff, nonostante sia venuto a mancare Malcom Young, ma la differenza nel lavoro del nipotino Stevie è veramente difficile da notare (ma scommetto che salterà fuori il grande appassionato che la saprà notare). E poi quell’essere ormai un carrozzone da circo, che offre gli stessi testi da machismo rock d’altri tempi, gli stessi abiti da scolaretto (ma farà la didattica a distanza anche lui?) e da Andy Capp, anche se hanno età da pensione persino per il governo italiano ora, nonché le stesse movenze rubate a Chuck Berry di Angus.

E allora, questo AC/DC – Power Up…

Fare un’analisi song-by-song di questo AC/DC – Power Up sarebbe impresa ardua, potrei dirvi a quale altra loro canzone assomiglia ogni singolo brano, e forse solo Through the Mists of Time e Systems Down azzardano una impercettibile idea di qualcosa che ancora non gli era venuto in mente prima.

Al massimo posso dividervi i brani tra quelli che hanno “Un Gran Tiro” (il singolo Shot In The Dark), “Un Buon Tiro” (Realize) o quelli che “no, questo è pure un po’ loffio” (Witch’s Spell). Per cui arriviamo alla domanda: a parte fare felice il loro private-banker, ha ancora senso tutto ciò? Rispondo: certo che ha senso, perché gli AC/DC rappresentano l’essenza, anzi, ancora più l’ossatura di tutto ciò che ascoltiamo, il big bang, il seme primordiale, i trilobiti della musica rock. E sono rimasti gli unici ad esserlo al 100%. E se nessuna di queste canzoni vi fa perlomeno muovere un piedino o vibrare un lobo delle orecchie, allora forse qualcosa si è rotto nel filo conduttore che vi lega al vero senso primario e originario di tutto quello che ogni giorno facciamo passare nelle nostre cuffie: muovere il culo.

mercoledì 3 febbraio 2021

LAURA VEIRS

 

La strana storia di Laura Veirs che approda alla sua opera migliore: My Echo.

La storia di Laura Veirs è curiosa. Laureatasi a 24 anni senza aver mai minimamente pensato di poter dedicarsi alla musica, se non per la partecipazione a qualche punk-band femminile “L7-like” del college, per 3 anni ha vissuto poi in Cina come traduttrice al seguito di una spedizione geologica. Ed è proprio nella solitudine di quell’esperienza che si è avvicinata al folk e ha cominciato a comporre. Di fatto se si esclude un disco acustico autoprodotto con il frutto di quei primi approcci, pubblicato poi al ritorno nel 1999, è solo nel 2003, a 30 anni suonati, che la Veirs ha cominciato a fare le cose sul serio.

Recensione Laura Veirs – My Echo

Bella Union – 2020

Oggi posta foto con i cuscini con i gattini su instagram, dove sciorina consigli sull’essere madri divorziate e conciliare l’attenzione ai figli con la voglia di proseguire la propria carriera musicale, e si paga le spese organizzando workshops di scrittura online. Una “normalità” a cui siamo ormai abituati in tempi di social, e l’idea che gli artisti (credo che il termine rockstar possiamo ormai pensionarlo) siano viziati e privilegiati perdigiorno fuori dal mondo dei “normali” sia ormai storia passata.

Un folk-pop d’autrice

E ora la nostra se ne esce con un disco come My Echo, probabilmente la prova più matura della sua vita artistica. In queste canzoni, infatti, Laura ha gettato tutte le crepe, le incrinature, le insicurezze di una persona di 47 anni che affronta la vita con la solo apparente sicurezza di chi deve di solito nascondere sotto il tappeto gli affanni per non crollare. E meno male che per lei esiste la musica, che ha ormai perso quasi completamente la matrice folk degli esordi, e si muove con più convinzione verso quella forma di sofisticato folk-pop al femminile moderno, di cui è ormai paladina insieme a Laura Marling o Angel Olsen.

Le collaborazioni e le canzoni di Laura Veirs in My Echo

Dunque gli arrangiamenti sono spesso pieni, con elettronica e suoni acustici che si rincorrono in un sodalizio direi più che riuscito, anche grazie all’aiuto di vecchi amici come Bill Frisell. E proprio nella produzione sta anche la chiave emotiva del disco: l’ormai ex marito è infatti Tucker Martine, suo storico produttore, che aveva cominciato a lavorare anche su questo disco prima di abbandonare, appunto, per questioni sentimentali e non professionali. Per questo brani come il piano-voce di End Times rivelano la loro natura di canzoni nate da un dolore vissuto in diretta, quasi che il divorzio sia stato colorato con una colonna sonora nata seduta stante. E basta anche sentire lo spirito diverso che aleggia nei quattro brani che Martine aveva fatto in tempo a produrre, Freedom Feeling, Another Space and Time, Turquoise Walls e Memaloose Island, non a caso forse messi di fila all’inizio del disco quasi a creare una sezione a parte, rispetto al resto dell’album, prodotto dalla stessa Veirs con l’aiuto tecnico di Adrian Olsen. Per questo My Echo è una fotografia fedele di un momento di vita ormai molto comune e in cui è facile ritrovarsi, quello di un doloroso divorzio.  I Sing to the Tall Man, la cavalcata pop di Burn Too Bright o Brick Layer lo raccontano con una lucidità e un ottimismo di fondo anche invidiabile, vista la situazione in cui sono nate.

domenica 31 gennaio 2021

MATT BERNINGER

 

La provincia americana, i National e Matt Berninger.

Sappiamo poco di Cincinnati qui da noi, medio-grande (circa trecentomila abitanti) centro perso nell’Ohio che ha la particolarità di prendere il nome da un console romano (Lucio Quinzio Cincinnato). Soprattutto sappiamo poco della sua scena musicale, sempre un po’ marginale e molto meno raccontata rispetto a quella di altre città statunitensi. I primi nomi veramente storici  arrivano solo negli anni ’90, quando dai locali della città uscirono gli Afghan Whigs o il combo roots degli Over The Rhine. Due band che in un certo senso aiutano a capire da dove arrivi il particolare stile di Matt Berninger, il leader dei National che nella città è nato, ha studiato (graphic design), e tutt’ora ha una delle sue dimore.

Recensione: Matt Berninger - Serpentine Prison

Book’s Record – 2020

I National li ha formati a New York, nella classica storia del ragazzo di una “Small Town” che emigra nella “Big City” in cerca di fortuna, ed è innegabile che nella musica offerta dalla band negli otto album pubblicati fino ad oggi scorra forte il suono della Grande Mela.

Serpentine Prison è l’esordio solista di Matt Berninger

Ma per il suo esordio solista, l’atteso Serpentine Prison, Matt Berninger ha in qualche modo spogliato la sua musica delle polveri della grande città, riportando il tutto in provincia, alla riscoperta dei suoni e dei sapori della America rurale. Non che Serpentine Prison possa essere definito un album interamente legato alle radici tout court, le sue aperture a volte persino ariose e pop lo rendono un disco anche vario nel suo spaziare nei generi più in voga in questi anni, ma il suo spirito sta forse proprio là in mezzo, tra la tradizione rivisitata in chiave alternativa della band di Greg Dulli e la pacatezza sospesa a metà tra country, folk e swing degli Over The Rhine.

I musicisti, le canzoni

Una voglia di andare più sul classico evidenziata fin dalla scelta dei collaboratori, con nientemeno che il divino Booker T Jones alla produzione (e naturalmente alle tastiere), Andrew Bird che incide con il suo violino, la bassista Gail Ann Dorsey che impreziosisce la bella Silver Springs. E comunque praticamente tutti gli stessi National a dare corpo a una serie di brani al solito intimisti e oscuri, come è suo stile.

Non che ci si allontani troppo dal seminato della sua band, ma quello che colpisce è che se la loro ultima fatica I Am Easy To Find si era fatta notare più per la ineccepibile forma che per la potenza dei brani, qui Berninger tira fuori dal cilindro alcune tra le canzoni più forti della sua carriera come One More Second o la stessa title-track, sia dal punto di vista lirico (Take Me Out of Town) che melodico (Distant Axis), e la cornice improntata al “Less is Better” che Booker T Jones gli ha costruito intorno è solo un grande valore aggiunto. Sarà dunque dura non chiedergli anche nei concerti dei National qualcuna di queste canzoni (Loved So Little potrebbe sposarsi bene col loro repertorio), a meno che il successo che questo album merita non sia l’inizio di una nuova e indipendente storia.

giovedì 28 gennaio 2021

GODSPELL TWINS

 

Rock indipendente al tempo del covid: Godspell Twins – Badtism.

La noia del lockdown, quello vero del periodo marzo-maggio di questa infausta era-Covid, ha creato uno strano fenomeno, dove i grandi nomi si sono premurati di rinviare uscite e (ovviamente) tour, mentre la musica indipendente non solo non si è fermata, ma ha trovato la forza di reagire da casa con i concerti streaming, ma anche con le numerose produzioni “homemade” nate proprio in quei giorni.

Godspell Twins – Badtism

Outbreak Arts – 2020

Godspell Twins devono la propria esistenza a questo destino infausto, perché Nick Baracchi e Carlo Lancini, il duo di chitarristi che lo ha creato a distanza, sono da sempre impegnati in progetti diversi. Baracchi ha infatti una sua ormai lunga carriera solista, iniziata nel 2003, oltre che una intensa attività di produttore, mentre Lancini ha al suo attivo due album con i Mojo Filter e tre con la sua band attuale, gli Stone Garden. Badtism è un gioco di parole che abbrevia l’espressione “Bad Time Baptism”, un battesimo tenuto in tempi grami a Bergamo, epicentro dell’epidemia in Italia, e che ha portato un disco di puro rock americano davvero godibile.

Godspell Twins: una vera band per Badtism

Aiutati da Daniele Togni al basso e Jacopo Moriggi alla batteria, i due scoprono subito le carte con il micidiale riff di Callie Crane, ma già l’honky-tonk ballad di This Old Town Will Bring Me Down ci riporta ai Green On Red più rurali, con un bel gioco di voci e la sezione ritmica qui fornita da Joe Barreca e Daniele Negro dei Mandolin’ Brothers. Si torna a macinare polvere e elettricità con Way Down Mississippi, con le tastiere di Filippo Manini e la voce di Elisa Mariani a riempire il suono, e si omaggia subito il padre spirituale dell’album Neil Young, con una versione di Mellow My Mind, soffertissimo brano tratto da Tonight’s The Night, se è possibile ancora più al limite di una vocalità rotta dal dolore dell’originale. Molto bella la ballata One More Day, che apre il cuore per affrontare il delta-blues acustico di Kansas City, in cui fa capolino la chitarra dell’esperto Francesco Piu, e l’invettiva politica di Children Of War, un duetto con il rocker nostrano Luca Milani.

Non mancano le cover

Con What’s Going On si entra in puro mood da gospel in salsa southern rock, giusto preambolo alla seconda cover dell’album, una pigra e acustica Willin’ dei Little Feat, che resta forse il miglior inno da strada che gli anni settanta ci abbiano lasciato. Chiude l’album un altro bel giro di chitarre in Mama’s Truthdegna chiusura di un disco che ovviamente non pretende di riscrivere una storia musicale lontana da noi, ma che proprio artisti come Baracchi e Lancini contribuiscono a tenere viva insieme a tutta una scena di roots-music italiana che ormai da almeno 15-20 anni ha raggiunto l’agognato livello del “suonano proprio come gli americani”

lunedì 25 gennaio 2021

LEMONHEADS

 



 

The Lemonheads
Lovey (30Th Anniversary Edition)
[Fire records 2020]

 Sulla rete: thelemonheads.net

 File Under: X Generation classics

di Nicola Gervasini (29/10/2020)

Una delle cose più difficili per chi è della mia generazione, e ha sentito gli anni 90 come il momento musicale più vivo vissuto in diretta, è cercare di essere obiettivi nell’inquadrare certi eroi di quell’epoca, soprattutto alla luce del fatto che di tanti artisti amati nella prima parte di quel decennio, davvero pochi hanno avuto la capacità di mantenere un livello sempre al di sopra della media anche dopo. E qui l’elenco lo lascio fare a voi, ognuno ha i suoi nomi, ma su una grossa delusione forse saremmo tutti d’accordo, ed è quella di Evan Dando. Per questo ringraziamo la Fire Records per aver deciso di ristampare in occasione del Record-Store Day store del 23 ottobre l’album Lovey dei Lemonheads, perché ogni tanto è bene ricordarci che quell’uomo che ormai da anni tergiversa in dischi di cover e in album di originali discutibili (ma l’ultimo, il comeback omonimo dei Lemonheads, è uscito ormai 14 anni fa…), un tempo aveva molto da dire.

Lovey uscì originariamente nel 1990, era il loro quarto album, ma se si considera che della line-up d’esordio era rimasto ormai il solo bassista Jesse Peretz con Dando (e anche lui mollerà la barca dopo questo disco), può tranquillamente essere considerato un nuovo esordio. E lo era anche da un punto di vista dell’etichetta, visto che era il loro primo disco su major (l’Atlantic) dopo tre album di rauco college-punk circolati comunque con grandi onori nel mondo dell’underground anni Ottanta. E di fatto è l’album in cui Dando trova una perfetta quadra tra il furore figlio del punk californiano dei suoi primi dischi, e quell’amore per i songwriter americani degli anni Settanta che aveva sempre professato (nel precedente Lick comparivano già una Luka di Suzanne Vega e un brano della country-singer Patsy Cline per dire). Questo spiega quindi la presenza di una cover dell’eroe country-rock Gram Parsons (una splendida Brass Buttons), ma soprattutto fa capire come mai la sintesi delle due anime fu una sorta di versione aggiornata del pub-rock che fu di Elvis Costello e Nick Lowe o della lezione dei Big Star.



Lo si chiamava nuovo power-pop ai tempi, e abbracciava la filosofia di un rock nato sì nei bassifondi, ma portato alla luce con melodie accattivanti e volendo anche radiofoniche, e 3-minute songs che badavano ad andare subito al sodo senza perdere troppo tempo in arrangiamenti complessi. Lovey era un album breve, con undici brani in cui solo (The) Door sorpassava abbondantemente i tre minuti e mezzo, ma aveva una intensità davvero invidiabile ancora oggi, e brani come Half the TimeStoveBallaratYear of The CatCome Downstairs Ride with Me sono rimasti comunque dei piccoli classici della loro storia. Nonostante venisse spinto da una major, l’album fallì a vendere tanto, ma era il 1990 e gli USA ancora erano ubriacati dal rock FM e dal fenomeno Guns N’ Roses. Di fatto, quando nel 1992 uscirà It’s a Shame About Ray, il seguito di Lovey, anche loro assaporarono buone vendite e il successo di alcuni fortunati singoli, ma nel 1991 era successo di tutto grazie all’esplosione della scena di Seattle, e il terreno si era fatto fertile anche per la loro proposta musicale.

Lovey
 però resta il disco più amato dai fans, perché alla fine conteneva già tutto, e sintetizzava meglio comunque le loro origini di giovani punkettari. Questa 30Th Anniversary Edition esce sia in formato CD che LP, e al disco originale dovutamente ripulito e rimasterizzato, aggiunge un booklet che ripara alla spartanità dell’edizione CD in circolazione da anni, con foto e contributi, e un mini-live di 8 brani intitolato Live At The Wireless, registrato nel 1991, e che vede in scaletta anche una cover di Nightime dei Big Star.

Disco imprescindibile per capire che quanto è successo negli anni Novanta in fondo scorreva già da tempo nelle vene degli Ottanta, e sia mai che magari a Evan Dando torni un minimo di ispirazione rivedendolo così ben confezionato
.


venerdì 22 gennaio 2021

TRIBUTE TO MARC BOLAN

 


Autori Vari

AngelHeaded Hipster
The Songs of Marc Bolan & T. Rex

[BMG 2020]


 File Under: Children of Hal Willner

di Nicola Gervasini (21/09/2020)


Una prima riflessione che si potrebbe fare davanti all’ennesimo torrenziale tribute-album è che questo tipo di prodotto è ormai diventato una consuetudine del mondo rock fin dalla seconda metà degli anni Ottanta, per cui sono quasi 35 anni che il rock celebra sé stesso. Detto così fa sentire vecchi, ed è forse ragionando su questa realtà che AngelHeaded Hipster: The Songs of Marc Bolan & T. Rex è stato pensato e voluto da Hal Willner per un cast che fosse davvero rappresentativo di ogni era passata. Willner, produttore di rara intelligenza e sensibilità, è morto ad aprile, abbattuto dal virus che sta infestando le vite di tutti, ed è forse al suo nome che colleghiamo i più bei dischi a tema mai realizzati, motivo per cui questo album, che celebra la prossima e tardiva entrata nella Rock n Roll Hall Of Fame dei T. Rex, rappresenta il suo botto finale.

Nel quale, durante parecchi anni di registrazioni, ha riunito i fratelli artistici e contemporanei di Marc Bolan (Todd Rundgren e David Johansen ad esempio), i suoi primi figli artistici (Joan Jett, Marc Almond o Nick Cave), i suoi seguaci degli anni ottanta (la rediviva Nena, gli U2 che si fanno accompagnare al piano da Elton John, Perry Farrell dei Jane’s Addiction), e poi oltre, con rappresentanti dal mondo della roots music al femminile (Lucinda Williams, Victoria Williams e Maria McKee) e tanti nomi di questi anni 2000 come gli Elysian Fields o Kesha. Varrebbe la pena parlare di ogni singola versione, o della pletora di ospiti di gran livello che hanno suonato in queste canzoni (citerei Donald Fagen, Marc Ribot, Mike Garson, Bill Frisell, Wayne Kramer e Van Dyke Parks), ma in mancanza di adeguato spazio, soffermiamoci sul chiederci perché nel 2020 si senta ancora la necessità di ricordare al mondo che Marc Bolan non fu quel rockettaro un po’ "cialtrone" di cui ricordo che si raccontava spesso dopo la sua morte, ma un grande anticipatore.

E non solo per i suoi stralunati primissimi album, che fondamentalmente sono stati compresi solo decenni dopo, quando quella musica è divenuta il mainstream del mondo indie, e neppure perché a lui si assegna l’onore di avere inventato il glam-rock anche prima di sua maestà David Bowie, un genere visto ai tempi come una commistione di rock ad alto voltaggio e vestiti di scena giocati sull’ambiguità di genere. Di fatto le canzoni qui presenti, che come potrete immaginare godono di interessanti rivisitazioni, come di occasioni mancate (se non proprio di brutte versioni), suonano moderne e ancora adattabili al nostro tempo. Ed è strano che nonostante i Duran Duran li citassero a spron battuto nei loro anni d’oro (con tanto di cover di Get It On nel side-project dei Power Station con Robert Palmer), Bolan non abbia goduto dello stesso culto di un Jim Morrison e di altri morti eccellenti. E, a ben vedere, sebbene già solo nel 2015 fosse uscito un altro tribute-record (Children Of The Revolution), mancava comunque un’opera che lo omaggiasse doverosamente, al pari dei tanti nomi ormai iper-rivistati e sovra-celebrati.

Non posso dire che il risultato sia ottimale stavolta, forse per la troppa carne al fuoco di diversa provenienza, con oltre cento minuti di musica che mostrano spesso il difetto del compitino frettoloso o dello stravolgimento inopportuno, ma questo ormai vale per tutti questi album, i quali forse ormai stanno esaurendo i nomi da omaggiare, e mi chiedo se tutti gli artisti usciti negli anni 2000, per quanto validi, verranno ugualmente celebrati fra qualche anno. Certo è che se fra trent’anni saremo ancora qui a parlarvi del nuovo tribute-album su Bob Dylan, non potremo contare più sul marchio di garanzia di Hal Willner, ed è questa la vera cosa che fa sentire il rock ancora più vecchio.

 La scaletta e gli interpreti

Children Of The Revolution – Kesha
Cosmic Dancer – Nick Cave
Jeepster – Joan Jett
Scenescof – Devendra Banhart
Life’s A Gas – Lucinda Williams
Solid Gold, Easy Action – Peaches
Dawn Storm – Børns
Hippy Gumbo – Beth Orton
I Love To Boogie – King Khan
Beltane Walk – Gaby Moreno
Bang A Gong (Get It On) – U2 feat. Elton John
Diamond Meadows – John Cameron Mitchell
Ballrooms Of Mars – Emily Haines
Main Man – Father John Misty
Rock On – Perry Farrell
The Street and Babe Shadow – Elysian Fields
The Leopards – Gavin Friday
Metal Guru – Nena
Teenage Dream – Marc Almond
Organ Blues – Helga Davis
Planet Queen – Todd Rundgren
Great Horse – Jessie Harris
Mambo Sun – Sean Lennon and Charlotte Kemp Muhl
Pilgrim’s Tale – Victoria Williams with Julian Lennon
Bang A Gong (Get It On) Reprise – David Johansen
She Was Born To Be My Unicorn / Ride A White Swan – Maria McKee

martedì 19 gennaio 2021

BERT JANSCH

 

 


 

Bert Jansch
Crimson Moon
[Earth Recordings 2020]

 Sulla rete: earthrecordlabel.com

 File Under: father and sons

di Nicola Gervasini (19/10/2020)

Non so quanto possa essere lungimirante dal punto di vista imprenditoriale la politica della Earth Recordings, sotto-etichetta della Fire Records, da qualche tempo impegnata in improbabili ristampe dal punto di vista commerciale di parecchi dischi - anche minori - di Bert Jansch. Di certo se il suo è nome venerato e più che nobile nel mondo musicale inglese, lo si deve ai suoi album degli anni Sessanta e Settanta, e alla partecipazione al progetto dei Pentangle; mi chiedo dunque quale pubblico, oltre ai suoi già fedeli fans, possa essere interessato ad una sua ristampa di un disco del 2000. Ma qui effettivamente si va, con innegabile coraggio, a cercare di riparare ad un grave torto che ha fatto sì che Crimson Moon non diventasse a suo modo un classico.

Quando lo pubblicò, Jansch non era affatto un vecchio residuato da recuperare: nel mondo del folk il suo nome continuava ad essere sempre in alto nei cartelloni, e la sua discografia era regolare, seppur non copiosa, però è ovvio che ormai a seguirlo erano gli appassionati di nicchia. Crimson Moon invece fu una sorta di auto-omaggio creato per ricordare alle band che avevano rianimato la musica inglese nella seconda parte degli anni Novanta quanto la sua lezione in fondo fosse ancora moderna, e che forse qualcuno gli doveva qualcosa. E così per queste registrazioni, accanto a Bert, si sedettero l’ex Smiths Johnny Marr e il chitarrista degli Suede Bernard Butler. Accostamenti apparentemente improbabili, che diedero vita però ad un album davvero straordinario, in cui Marr e Butler mostrarono la propria stoffa adeguandosi ai ritmi del vecchio maestro, che qui proponeva brani scritti di suo pugno come la title-track, Caledonia e Fool's Mate, pezzo cardine del disco, e una serie di interessanti cover come la murder-ballad tradizionale Omie WiseMy Donald, un brano del 1964 dell’oscuro folk-singer Owen Hand, il classico blues Singin The Blues di Guy Mitchell, e soprattutto la bizzarra rilettura di October Song, un brano tratto dall’album d’esordio della Incredibile String Band.

Folk dicevamo, ma con le solite venature jazz e blues che da sempre rappresentano il marchio di fabbrica di Mr Jancsh. Il disco ottenne grandi onori dalla stampa inglese ai tempi, anche grazie ai due ospiti, ma sparì presto dalla circolazione perché fu una delle ultime pubblicazioni dell’etichetta When! prima del fallimento che costrinse quindi Jansch a farlo distribuire dalla Castle, etichetta nota più per le raccolte (le Collector Series) e le ristampe, a sua volta fallita nel 2007. Questo rende questa ristampa preziosa, seppur priva di materiale nuovo a rimpolpare il menu. Jansch comunque visse una stagione di rinnovata notorietà anche al di fuori del recinto del brit-folk e anche i due album successivi vantarono infatti ospiti di richiamo per il mondo dell’underground musicale (Edge of a Dream del 2002 rivedeva la partecipazione di Butler con in più Hope Sandoval, mentre in The Black Swan del 2006 ci saranno Beth Orton e Devendra Banhart).

Crimson Moon racconta però meglio di tutti della maturità di una artista, scomparso poi nel 2011, che ogni chitarrista dovrebbe studiare e fondo ogni volta che imbraccia una chitarra acustica
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TERENCE TRENT D'ARBY

  Se vi state chiedendo chi diavolo sia Sananda Maitreya , fatto del tutto comprensibile visto che dal suo unico successo internazionale pub...