giovedì 12 gennaio 2017

GREG LAKE

Se ne è andato lo scorso 7 dicembre a 69 anni Greg Lake, bassista del gruppo progressive più discusso degli anni settanta, nonché una della poche eccezioni al luogo comune del bassista silenzioso e fuori dalle luci della ribalta. Nella chimica degli Emerson, Lake & Palmer, se Keith Emerson era la funambolica star, lui era il vero motore creativo, o se non altro l’unico in grado di scrivere grandi canzoni oltre che complicate partiture, come dimostrò con Lucky Man o From The Beginning. Ma prima degli ELP lui aveva già volato altissimo nella prima incarnazione dei King Crimson, in cui militò giusto in tempo per lasciare lo zampino in capolavori come Epitaph. Sciolti gli ELP, negli anni ottanta la sua carriera deragliò, prima con un paio di tentativi solisti al limite dell’hard rock con il chitarrista Gary Moore, poi con gli improbabili tentativi di reunion (prima gli Emerson, Lake and Powell, poi l’infelice comeback della formazione originale negli anni novanta), vivendo di revival-tour e ingaggi da session-man di lusso. Nel gennaio del 2016 il prestigioso Conservatorio Nicolini di Piacenza gli ha assegnato una Laurea Honoris Causa per il talento compositivo, unico autore rock ad ottenerla insieme a Peter Hammill, e non è detto che due mesi dopo il nemico/amico Emerson, uno che per tutta una vita ha cercato il riconoscimento del mondo classico, non sia morto anche un po’ roso dall’invidia.
Nicola Gervasini


venerdì 6 gennaio 2017

AMANDA BERGMAN

Amanda Bergman 
Docks
[
Ingrid/ Goodfellas 
2016]
www.amandabergman.se
 File Under: Coming from the cold

di Nicola Gervasini (14/12/2016)
Non deve essere facile chiamarsi Bergman in Svezia, e pretendere di essere facilmente riconosciuta. Per fortuna di Amanda il suo ambito non è il cinema, regno delle due maggiori icone artistiche del popolo svedese (Ingrid e Ingmar), bensì la musica, ma è significativo che anche lei per i suoi primi passi avesse scelto vari nickname (Hajen, Jaw Lesson), fino ad adottare il nome d'arte di Idiot Wind per le prime prove discografiche, nome la cui derivazione spero di non dover spiegare proprio su queste pagine. Le connessioni dylaniane non finiscono qui, visto che Amanda è stata moglie di Kristian Matsson, meglio noto come The Tallest Man on Earth, uno che con i dylanismi ci ha campato fin da sempre.

Dal 2013 però Amanda ha intrapreso una doppia nuova carriera: da un lato la band degli Amason (che in Svezia godono anche di buone vendite), dall'altro l'avventura a proprio nome, che dopo un paio di singoli, trova il suo completo esordio con questo Docks. Dove il riferimento non è certo Dylan, quanto il più classico folk etereo di marca scandinava alla Emiliana Torrini o Sophie Zelmani, per tirare in ballo voci femminili alquanto simili, o alla Josè Gonzalez, per trovare un riferimento musicale ancora più adatto. Potere ai silenzi, ai tempi lenti, ai suoni elettroacustici, al sussurrato e al solito pizzico di elettronica: la Bergman utilizza l'intero campionario dell'indie-folk degli ultimi anni, come anche la batteria martellante di Flickering Lightsche tanto ricorda il drumming di molte canzoni dei War on Drugs. E' questo il primo sussulto di ritmo e di melodie anche alquanto pop (il brano è l'ultima collaborazione registrata con l'ex marito Matsson), dopo che la sequenza di brani inziali cerca atmosfera (GoldenTaxis) o autorialità (FalconsQuestions) con mestiere ma sempre troppi sussulti.

Dosato tra sensazioni maloniche tipiche della scena scandinava (Sirens) e momenti di folk più leggero e scanzonato alla SuzanneVEGA (Windshield), il disco si ascolta con piacere, anche se i brani fanno una certa fatica ad imprimersi nella mente, come se sul tutto si fosse posata una patina impenetrabile di freddezza. Il modo di cantare della Bergman è matematico, senza tentennamenti, come se le emozioni raccontate nei testi venissero ripulite prima di arrivare alle nostre orecchie, e questo è il difetto più evidente di Docks. Forse proprio nella bonus track Desolation si lascia finalmente un po' andare, ma proprio la collocazione quasi nascosta della canzone rende bene chiaro che un po' quasi se ne vergogna.

Interessante, ma a questo punto della ormai lunga e autorevole storia del folk nordeuropeo, servirebbe qualche slancio creativo in più per uscire allo scoperto.

mercoledì 28 dicembre 2016

GIORGIA

Il luogo comune che perseguita Giorgia da tanti anni è quello di una grande vocalist che ha scelto spesso produzioni al di sotto delle sue qualità. Non è sempre stato vero, ma anche Oronero (Microphonica),  suo decimo album di inediti in 22 anni circa di carriera, sembra voler confermare il suo status di artista sempre in bilico tra il mondo della canzone italiana più facile e quello dell’innegabile autorialità delle sue canzoni. Questione di uomini giusti forse (ancora una volta fa tutto Michele Canova Iorfida, collaboratore stretto di Tiziano Ferro e Jovanotti), ma anche questi 15 brani fanno capire che sebbene ci sia della vera sostanza dietro il fatto di avere una gran voce e saperla pure usare bene, ancora troppe volte gli arrangiamenti cercano la via più scontata e modaiola. Provo ad esempio immaginare ottimi brani come Posso Farcela, Tolto e Dato, o la stessa Oronero,  con una band che vada oltre lo schema batteria elettronica/piano/tastiere maestose, e un po’ di rammarico rimane. O magari immaginare Regina di Notte  con un taglio gospel alla Nessun Dolore di Lucio Battisti, invece sentirla immersa in battiti e trattamenti vocali elettronici da discoteca. Nessuno si aspetta che Giorgia si metta a fare album da chanteuse naïf alla Nada, ma da quella che potremmo con gran rispetto considerare la Mina degli anni 2000, qualche prova di coraggio in più sarebbe ora di pretenderla.

Nicola Gervasini

mercoledì 14 dicembre 2016

MACY GRAY

Macy Gray Stripped
[Chesky/ IRD 2016]
www.macygray.com

 File Under: strange fruit

di Nicola Gervasini (21/11/2016)
Non è certo una nostra abitudine parlare di Macy Gray su queste pagine. Non per spocchia nei confronti di una delle più talentuose black-singers degli anni 2000, quanto per coerenza di genere trattato. Decidiamo di farlo ora, nell'occasione della pubblicazione di Stripped, suo decimo album, perché spesso qui dentro abbiamo notato quanto la musica americana delle radici e jazz siano spesso vicini, e mi viene in mente un personaggio come Joe Henry, come esempio di chi ha saputo fare bene in entrambi i campi. Stripped è già stato presentato come "l'album jazz" di Macy Gray, quasi fosse una rottura con il suo passato, quando lei stessa va citando da sempre Billie Holiday quale modello di vita e artistico.

Semplicemente, dopo il clamoroso botto fatto nel 1999 con l'album d'esordio On How Life Is (dieci milioni di copie vendute), il suo successo è andato via via scemando, complice anche una sua scelta musicale spesso troppo "alta" per i gusti dei giovani, ma ancora troppo lontana dai gusti dei vecchi amanti di jazz e classic rock, che certe concessioni al pop mica le perdonano. Stripped salta il fossato e si schiera fieramente per la tradizione, grazie ad un quartetto jazz da club formato da Ari Hoening alla batteria, Daryl Johns al basso, la dolce chitarra di Russell Malone e il trombettista decisamente "alla Chet Baker" Wallace Roney, e ad una registrazione effettuata in due serate in una chiesa sconsacrata di Brooklyn, quasi fosse un suo personale Trinity Session alla Cowboy Junkies.

Il feeling è da "buona la prima", ma precisione e dettagli sono quelli da registrazione in studio, e questo rende l'album formalmente impeccabile, anche se forse privo di quell'improvvisazione che si richiederebbe ad un vero album jazz. Il menu è vario: ci sono pezzi del suo passato riletti in chiave jazzy come la superhit I Try, o Sweet BabyShe Ain't Right For YouThe First Time Slowly, accanto a composizioni nuove come l'ottima Annabelle che apre il disco, e brani come The Heart o Lucy, dove si sente quanto siano nati appositamente per il progetto. Non potevano mancare le cover, e se con Redemption Song di Bob Marley è impossibile sbagliare in qualunque chiave la si rilegga, curiosa invece e la trasformazione da club di Nothing Else Matters dei Metallica, solito gioco alla "famola strano" che in qualche modo funziona (lei aveva già affrontato il brano nell'album Covered del 2012).

In ogni caso il disco è piacevole, e anche i vecchi brani della Gray reggono bene, quasi che lei abbia voluto dimostrare che un artista si esprime con un proprio stile particolare e personale, ma per farlo bene deve avere le basi e il background classico (una lezione per le giovani leve che non hanno né background, né stile personale). In fondo anche Picasso ha dipinto quadri di figurativo, e pur non essendo famoso per quelli, non è detto che non siano validi. Consigliato per serate d'atmosfera.

lunedì 5 dicembre 2016

LEONARD COHEN

Leonard Cohen
You Want It Darker
(2016, Columbia Records)
File Under: it’s a good day to die

“Sono pronto, Mio Signore” recita il chorus di You Want It Darker.  E senza ovviamente augurarci che sia vero, stavolta però un po’ c’è da credere alla propria auto-profezia di morte dell’ultraottantenne Leonard Cohen. Ma magari, e lo speriamo, è solo un altro dei suoi scherzi. Già una volta ci aveva gabbato, quando nel 2004 aveva pubblicato in gran fretta Dear Heather, quasi un’opera lasciata incompiuta per mancanza di futuro, con un clima generale da triste commiato che faceva pensare ad un canto del cigno non troppo glorioso, visto che il disco è indubbiamente il suo peggiore ad oggi. Invece Leonard è rimasto vivo e vegeto, e con You Want It Darker completa una ideale trilogia del rapporto con la morte iniziata nel 2012 con Old Ideas e proseguita con Popular Problems del 2014. Che ci siano anche qui grandi testi e brani memorabili non è una sorpresa (semmai nel 2004 lo fu trovarne troppo pochi), e neppure che l’appuntamento con la morte sia descritto attraverso una religiosità tutta sua (Treaty). Non cambiano nemmeno le melodie, ormai costruite intorno alla sua voce sempre più bassa e cavernosa, ma la novità, purtroppo forse un po’ tardiva, è quella di avere finalmente un produttore degno del suo nome. E pensare che ce l’aveva in casa uno in grado di mettere in piedi una strumentazione e un suono che non sembrasse quello di un piano-bar da matrimonio (più che con Patrick Leonard, che nei due lavori precedenti già aveva migliorato di molto le cose, me la prendo con le scellerate produzioni di Sharon Robinson). Posso capire che Cohen fosse un po’ restio a contattare grandi produttori, visto che quando lo fece con Phil Spector, non finì tanto bene (anche se sarebbe ora di dire che Death Of A Ladies’ Man aveva un suono forse troppo pieno rispetto al quasi vuoto a cui i suoi fan erano abituati con i suoi primi quattro album, ma di certo non era una schifezza), ma forse poteva anche pensarci prima. In ogni caso il figlio Adam non fa niente di particolare: un coro lì (On The Level), un bell’incipit di chitarra a seguire l’emozionante lettera di commiato di Leaving The Table, un organo a segnare If I Didn’t Have your love, un violino tzigano che duetta con un mandolino e un wurlitzer in Traveling Light. Adam non ha bisogno di strabiliare, solo attua sul padre una cura che ci era già piaciuta in occasione del suo ultimo album We Go Home del 2014 (recuperatelo che ne vale la pena). Ma visto che la scrittura del padre è davvero sempre più oscura e lenta, lui almeno gioca sulla varietà, inventandosi un bellissimo coro muto a far da tappeto a It Seemed the Better Way invece della solita anonima tastiera. Leonard da parte sua ci mette sentimento (Steer Your Way si regge sulla sua recitazione) e una penna che non ha mai perso colpi (anzi, Bob Dylan in una intervista lo ha omaggiato come grande costruttore di melodie, dichiarando tra l’altro di apprezzare molto anche la sua produzione più tarda). E’ vero,  lo volevamo ancora più oscuro, e ci ha accontentato. Ma la prossima volta lo vogliamo ancora più vivo.

Nicola Gervasini

giovedì 1 dicembre 2016

RACHEL YAMAGATA

Rachel Yamagata
Tightrope Walker
(2016, Frankenfish records)
File Under:
Non nascondo una certa delusione per come si sta sviluppando la carriera di Rachel Yamagata. Oggi non è facile per nessuno fare il salto di qualità, ma lei nel 2008 era proprio lì, sulla punta del trampolino, pronta a tuffarsi non tanto in un mare di vendite, quanto però ad entrare nel club dei nomi di punta del nuovo indie-folk statunitense. Allora il suo secondo album Elephants...Teeth Sinking into Heart era piaciuto, conteneva alcuni pezzi di livello superiore misti ad altri più indecisi, ma complici anche le buone frequentazioni del periodo con Ryan Adams, Conor Oberst, Ben Arthur e Ray Lamontagne, il suo sembrava un nome da segnarsi nella prima pagina delle proprie future whishlist. Invece da allora è uscito solo un disco secco e poco significativo come Chesapeake, oltre a pubblicazioni autoprodotte e vendute tramite il suo sito, e anche lei è rimasta impantanata nella difficile vita del musicista fuori-mercato. Tightrope Walker arriva con l’evidente intento di recuperare un po’ di terreno: è un disco lungamente pensato (due anni di gestazione), puntigliosamente prodotto, e cerca fin dalle prime note alla Joe Henry della title-track di sembrare importante e autoriale, anche nel senso più spocchioso del termine. Arrangiamenti barocchi e pesanti anche per l’episodio di dark-elettronica di Nobody, episodio in cui la Yamagata fa l’occhiolino alla PJ Harvey degli anni 90, mentre EZ Target fa incetta di rumori e si poggia su un minaccioso giro di mandolino alla 16 Horsepower , e Over affoga una melodia da pop anni 90 in un mare di effetti. Proprio quando si è indecisi se accettare o no questa sua nuova versione da Black-Vamp, il disco cambia registro, si apre ad arrangiamenti più classic-rock, con una Let Me Be Your Girl che sembra rubata ad un disco di Joss Stone, con i suoi fiati e i suoi cinguettii soul-rock. Break Apart gioca la carta dello smooth-jazz moderno, I’m Going Back rigira il mazzo con una orchestrazione da colonna sonora e una piano-ballad che non può far pensare a certi successi di Adele, Rainsong tiene basso il ritmo con una dolce e tetra ballata che ricorda molto certi ispirati momenti dei Walkabouts. E infine Black Sheep viaggia ancora nell’oscurità ma con sonorità più acustiche, ed è solo con la finale Money Fame Thunder che la Yamagata finalmente non perde di vista la canzone, anche se una batteria pesante da new wave primi anni ottanta continua ad invadere un po’ le frequenze. Ci avete capito qualcosa su cosa vi aspetta? Immagino di no. Qui sta il problema: è brava la Yamagata, ma Tightrope Walker confonde alquanto le idee su cosa e chi voglia diventare da grande, e visto l’ingente sforzo produttivo profuso e le troppe idee spese, ha tutta l’aria di poter essere la sua occasione persa.

Nicola Gervasini

lunedì 28 novembre 2016

TODD SNIDER

Todd Snider
Eastside Bulldog
(2016, Aimless Records)
File Under:  Once we were Warriors

Voglio bene a Todd Snider. Che non fosse un genio lo si era capito subito in quel lontano 1994, ma il suo esordio Songs From The Daily Planet fu uno dei migliori esempi di quel cantautorato americano che si stava rimodernando e tentava di costruire una parvenza di nuova onda. Oggi i protagonisti di quella stagione di importanti esordi (cito a caso Dan Bern, Matthew Ryan, Phil Cody, Bocephus King, Richard Buckner, ma vi rimando al nostro speciale sui dischi da Strade Blu degli anni 90 per un elenco esaustivo) sbarcano tutti il lunario a fatica, tra produzioni casalinghe senza possibilità di fare storia, e una generale depressione creativa. Non fu però un fuoco di paglia, la stoffa in questi autori c’era eccome. Snider la dimostrò ancora, se non altro come fustigatore della società americana, e perlomeno fino a Devil You Know del 2006. Musicalmente sempre fin troppo prevedibile ed elementare, Todd ha sempre avuto almeno dalla sua la penna tagliente, votata ad una satira vicina a quella del grande Mojo Nixon. Non a caso è un discepolo di John Prine, uno che però ha saputo scrivere anche brani immortali senza per forza buttarla sempre sul ridere, e che ha anche avuto produzioni e produttori importanti. Snider invece da troppi a dischi a questa parte è diventato solo uno dei tanti mal-sopravvissuti alla distruzione dell’impero del mercato discografico statunitense, e lui certo non aiuta se poi cerca nuova linfa con un prodotto come Eastside Bulldog. 10 brani, 25 minuti, fate voi il conto della media per brano. E sono dieci scherzi di vintage-rock anni 50 riletti con apparente modernità, nulla che il Ben Vaughn dei tempi d’oro non abbia già fatto con ben più talento e convinzione, e che costituiscono l’ossatura del repertorio proposto già da qualche anno da Todd nelle vesti del suo alter ego Elmo Buzz, improbabile versione anni 2000 di un emulo di Hank Williams. Pensare che dobbiate spendere soldi per un prodotto così minore è davvero difficile, e,  al netto del divertimento di sentire Todd in nella insolita veste di un Eddie Cochran in vena di gag, il disco non merita davvero troppi ascolti. Anche perché in questi nove brani (il decimo è pure uno strumentale, guarda caso intitolato Bocephus) non si ravvisano neanche tracce delle ficcanti invettive che restano in fondo la vera ragione di continuare a seguirlo, ed è lo stesso Todd ad ammettere che i testi non sono altro che improvvisazioni fatte in studio a imitazione e scherno dei classici del rock and roll. Ah Ah Ah!  Provo a sorridere a denti stretti, ma solo per pochi minuti, perché poi riprendo in mano la mia copia autografata di Step Right Up, e un po’ mi viene di piangere.

Nicola Gervasini

giovedì 24 novembre 2016

Nick Cave & The Bad Seeds

Nick Cave & The Bad Seeds
Skeleton Tree 
[Bad Seed LTD 2016
]
www.nickcave.com
 File Under: Death is not the end
di Nicola Gervasini (21/09/2016)
Quando leggerete questa recensione, Skeleton Tree sarà già uscito da molti giorni, e avrete già letto non una, ma parecchie critiche entusiastiche, con lodi sperticate al limite di un servizio RAI di Vincenzo Mollica. Giusto: Nick Cave, dopo un decennio di leggero appannamento, è decisamente tornato in forma, e anche questo è un disco importante e, a suo modo, bello. Potremmo entrare nel merito dei singoli brani, ma ripeteremmo discorsi sull'esorcizzazione della morte (quella di suo figlio), sulla musica come surrogato del lettino dello psicoanalista, e sul rumore che produce un'anima sventrata dalla tragedia. I dischi di Cave non sono certo mai stati allegri, da un lato vuoi per la naturale propensione della sua voce e del suo teatrale cantato al melodramma, dall'altro per la sua visione della morte come punto focale di ogni vicenda umana.

Ma, toccato nel personale, Cave si è liberato di tutte le voglie di uscire da quel suono oscuro che ha caratterizzato la sua altalenante produzione degli anni zero, e ha composto otto brani ancora più lenti e tetri del precedente Push The Sky AwayJesus Alone è un singolo decisamente anti-hit, quasi uno spoken-blues, con uno uso di tastiere e sintetizzatori maggiore del solito (Warren Ellis è il vero Deus ex machina produttivo), sui quali poggia anche la successiva Rings Of Saturn. Degli otto brani, alcuni sono funzionali all'idea di fare un disco che sia una vera e propria marcia funebre (Magneto e Anthrocene sono semplici recitati su tappeto sonoro), altri invece dimostrano un autore comunque in stato di grazia (Girl In AmberI Need You). Per quanto resterà un disco importante nella sua discografia, quando passerà lo shock emotivo di un album così "pesante", noteremo magari che il precedente era più vario e meglio strutturato, e che il capolavoro Cave lo aveva saputo fare con "Boatman's Call", dove affrontava gli stessi temi curando molto anche la costruzione di vere e proprie canzoni, e di quelle ci ricorderemo sempre tra qualche anno, non di queste.

Ma un'altra discussione che lancerei è capire come mai gli unici due album che sembrano aver messo d'accordo tutti nel 2016 facendo gridare al capolavoro (questo e Blackstar di David Bowie), siano dischi egualmente lugubri e dedicati alla morte, accomunati da una caparbietà nel crogiolarsi nel dolore da far sembrare "Magic And Loss" di Lou Reed un party-record. Sembra quasi che in assenza di idee nuove, il rock classico possa trovare alti livelli solo scendendo negli inferi del proprio male, e se questo almeno ci garantisce sul fatto che ancora qualcosa di importante ci sia da dire, dall'altro ci fa domandare: visto che ai tempi di Elvis tutto era nato per parlare di ragazze, sesso e automobili, ci sarà mai qualcuno ancora in grado di farci gridare al miracolo con una canzone che semplicemente vuole far ballare e venir voglia di scopare?

martedì 22 novembre 2016

IAN HUNTER

Ian Hunter & The Rant Band
Fingers Crossed 
[Proper 2016
]
www.ianhunter.com
 File Under: Dandy's rock
di Nicola Gervasini (16/09/2016)

Bando alle ciance: un nuovo album di Ian Hunter si compra a scatola chiusa. Inutile leggere recensioni, fare preascolti o chiedere pareri agli amici. Potremmo anche dire che è inutile anche parlarne dopo, per cui questa recensione potrebbe anche chiudersi con un semplice "Hey ragazzi! " - anche se so che voi che leggete ragazzi non lo siete più da tempo - "E' uscito il nuovo album di Ian Hunter, buon ascolto e viva il rock and roll!". Se poi qualcuno di voi osa anche solo chiedere "Ian chi?", se ne vada che qui non è posto per lui. Se poi proprio in queste pagine Ian Hunter è sinonimo di musica doc garantita è anche perché dopo avere da sempre tenuto i piedi in due scarpe (quella del brit-rock di origine glam, e quella di un rock americano quasi roots), in questi suoi ultimi anni il vecchio rocker ha abbracciato soprattutto il secondo ambito con dischi come Shrunken Heads e Man Overboard.

Fingers Crossed arriva quattro anni dopo When I'm President, e continua il sapiente amalgama di suoni USA e reminiscenze dei Mott The Hoople proposto dal suo predecessore. Non potrebbe essere altrimenti un album che inizia con una That's When The trouble Starts che pare un vecchio sguaiato singolo degli Sweet, o che continua con Dandy, dedica allo scomparso David Bowie che, giocando sul vero cognome, inizia con una bella citazione di Dylan (Something is happening Mr. Jones, My brother says you're better than The Beatles or The Stones). Anche Ghosts (cronaca di una visita negli studi della Sun Records) e la bella title track sembrano ricercare la vecchia verve rock di un tempo, ma già White House la ributta sull'american folk, e sulla stessa strada corre anche Bow Street Runners, brano che potrebbe appartenere a un qualunque cantautore di Austin.

Con Morpheus Ian torna a giocare con sontuose orchestrazioni, con risultati sempre soddisfacenti pur nella voluta pomposità del brano (e soprattutto dell'assolo un po' alla Queen). Anche Stranded In Reality è una ballata pregna di chitarre acustiche molto significativa, piccolo punto della situazione di una lunga carriera (il titolo è anche quello di un mega-cofanetto di 30 cd che racchiude tutta la sua discografia in uscita proprio in questi giorni). E singolare che proprio dopo un brano che guarda al passato, ne arrivi uno che si intitola You can't Live In The Past, altra ballatona che prelude allo scanzonato finale di Long Time, sortita in chiave Kinks a chiusura di un album che, manco a dirlo, convince, diverte, e offre il solito campionario di canzoni scritte come il Dio Rock comanda.

E il solito caro vecchio rock and roll, ma che il tempo ce lo conservi sempre così.

mercoledì 16 novembre 2016

Beach Boys/Brian Wilson in 10 dischi

Beach Boys/Brian Wilson in 10 dischi

1)      Beach Boys - The Greatest Hits – Volume 1: 20 Good Vibrations (Capitol, 1995)
Tra il 1962 e il 1965 il surf-rock dei primi Beach Boys ragionava in termini di 45 giri, ed era la musica dei giovani americani che, ancora ignari di quello che il Vietnam gli avrebbe riservato, se la spassavano tra mare, surf e i primi bikini. E restano i Beach Boys più noti al grande pubblico.
2)      Beach Boys - Pet Sounds  (Capitol, 1966)
Il capolavoro in cui Brian Wilson ha insegnato al mondo come realizzare musica lavorando in maniera maniacale sulla (sovra)produzione, sul riempire ogni spazio, sullo studiare ogni particolare. Keith Richards lo detesta per questo, ma non esiste musicista che non lo abbia studiato, ammirato, e infine imitato.
3)      Beach Boys - Smile – (Capitol, 1967, pubblicato solo nel 2011)
10 mesi di registrazioni solitarie di un Brian Wilson in piena estasi creativa diventano il primo Lost -Record della storia. La Capitol, nonostante il potentissimo singolo Good Vibrations, lo rifiuta, lo fa riregistrare, e pubblica l’addomesticato Smile Smiley. Ed è già la fine dei Beach Boys di marca Brian Wilson.
4)      Beach Boys - Sunflower  (Capitol ,1970)
Quarto album di fila a non essere più prodotto dal solo Brian Wilson, ormai destituito dal ruolo di leader a favore di una democratica condivisone dei compiti, Sunflower mette ordine nella confusionaria produzione di fine anni sessanta. Brian recupera qualche vecchia brillante idea, e torna grande.
5)      Beach Boys - Surf’s Up  (Capitol ,1971)
Ad un titolo che sembra richiamare i loro scanzonati esordi, fa da beffardo contraltare una oscura copertina degna di una band heavy metal. I deliri di Wilson tornano a governare, ma intorno a lui sono intanto cresciuti anche gli altri, per quello che è il loro capolavoro della maturità.
6)      Beach Boys - Love You (Reprise, 1977)
Il titolo originale doveva essere “Brian Loves you”, ma ancore una volta la band si appropria di un progetto solista dell’insicuro Brian. Disco delirante, visionario, con pesanti sperimentazioni elettroniche che quasi anticipano la new wave. Wilson evidentemente non voleva morire cantando canzonette, ma il disco fu un flop.
7)      Brian Wilson – Brian Wilson (Reprise,1988)
Il primo vero album solista arriva solo nel 1988, con orrenda copertina adatta ai tempi, e addirittura il proprio terapista tra i contributori in sede di scrittura. Troppi produttori, troppi session men, troppa attesa, eppure resta il più completo catalogo della sua idea di pop.
8)      Brian Wilson - Brian Wilson Presents Smile (Nonsuch, 2004)
37 anni dopo Smile, Brian decide di riappropriarsi della propria opera perduta, riregistrandola con lo stesso stretto collaboratore di un tempo (Van Dyke Parks). Scommessa vinta: il disco suona moderno anche nella sua nuova veste, la nostalgia sta all’angolo, il genio finalmente si esprime.
9)      Brian Wilson – That Lucky Old Sun (Capitol, 2008)
Quando forse nessuno ci sperava più, e prima di capitalizzare il suo buon nome mettendosi al servizio della Walt Disney, Brian realizza il suo progetto solista più riuscito e più vicino a quell’idea di pop da larghe intese che tenta di realizzare da decenni.  E non è mai troppo tardi.
10)   Beach Boys - That's Why God Made the Radio (Capitol,2012)
Brian produce e in qualche modo scrive una riconciliatoria tarda opera in cui sembra arrendersi all’idea di essere comunque un membro di una band. Praticamente i Beach Boys che imitano i Beach Boys, ma essendo una rimpatriata fatta per sostenere un nostalgico tour, poteva anche andare peggio.



venerdì 11 novembre 2016

JOHN PAUL WHITE

Innanzitutto un po' di storia: di John Paul White non ci siamo ancora occupati su queste pagine, se non per la sua buona produzione dell'ultimo album di Donnie Fritts (Oh My Goodness), piccolo sperduto e già dimenticato gioiellino di un autore storico e sfortunato. Nel mondo roots americano invece lui è un po' una piccola nuova star, grazie al paio di album pubblicati a nome Civil Wars (Barton Hollow del 2011 e The Civil Wars nel 2013, che era prodotto nientemeno che da Rick Rubin, e ha pure vinto un Grammy Award), duo, già arrivato al capolinea, creato con la bella cantante Joy Williams. Beulah è dunque il suo atteso "esordio" da solista (in verità nel 2008 pubblicò un album da indipendente intitolato The Long Goodbye), un disco di "gothic folks songs" lo hanno già etichettato sul Rolling Stone americano. 

Noi invece, per darvi subito una coordinata precisa, diciamo che siamo dalle parti del Ryan Adams di Ashes & Fire, cioè dieci ballate country-dark, volutamente lente, strascicate e depresse. White assicura che se è vero che si scrive del sole quando piove, lui scrive di dolore proprio perché si sente felice, e in qualche modo gli crediamo, perché se la voce è quella giusta, il suono pure (non c'è Ethan Jones alla produzione, ma è come se ci fosse nello spirito), le canzoni…dipende. Il discorso è che esordire con un disco che sarebbe stato significativo almeno 15 anni fa non è esattamente quello che ci si aspetta da un artista che ha tutta l'aria di proporsi come nuova mente pensante della roots-music, e che sicuramente vedremo presto impegnato come produttore con altri artisti. Lui si presenta con l'aria del perfetto artista indie-roots dall'aria sofferta e dimessa che dovrebbe garantirgli un po' di seguito, ma il risultato fa quasi sembrare Jonathan Wilson un uomo aperto al futuro. 

In ogni caso, se è ancora questo tipo di songwriter-record che cercate, Beulah fa il caso vostro, con ballate struggenti come Hope I DieMake You Cry Hate The Way You Love Me (già i titoli dicono tutto) che si fanno comunque apprezzare se ascoltate al momento giusto. Chitarre calde e anche tante orchestrazioni (Fight For You), ma anche una certa sensazione di maniera e calligrafia (The Once and Future Queen), e la mancanza di un momento di distensione che male non avrebbe fatto. Ma negli anni zero i dischi da songwriter si facevano così, e John Paul White non ha nessuna intenzione di portarci su nuovi lidi o di osare strade troppo rischiose per uno che ha tutta l'aria di voler viaggiare sempre sicuro e assicurato. A voi decidere se oggi le alternative sono davvero così poche da non poterne farne a meno.

TERENCE TRENT D'ARBY

  Se vi state chiedendo chi diavolo sia Sananda Maitreya , fatto del tutto comprensibile visto che dal suo unico successo internazionale pub...