domenica 7 marzo 2010

LL COOPER - Tucson


05/02/2010
Rootshighway

Certe volte un rimorso di coscienza mi porta a ben ricordare la differenza tra creazione e imitazione, ma poi al momento giusto arriva un cd come questo Tucson di LL Cooper a scombinare qualsiasi coordinata critica. Mi era già capitato un anno fa esatto con un disco senza troppo futuro come Someone Take The Wheel di tal Wade Lashley (talmente incredulo dell'omaggio da aver richiesto la nostra recensione tradotta e averla pubblicata su tutti i suoi siti di riferimento), vale a dire di apprezzare e consigliare con tutte le riserve del caso uno di quei dischi che l'amante di certa roots music (ma solo lui probabilmente) ha bisogno di tanto in tanto come dell'aria che respira. Oggi tocca a questo LL Cooper, anzi, teoricamente "ai" LL Cooper, visto che il nome figura essere quello della band capitanata dal signor Larry Cooper, uno che con il sopracitato Lashley ha in comune una voce baritonale pressoché identica e un songwriting certamente imparato sul medesimo banco di scuola.

Di lui non si sa molto, che viene da Houston e bazzica Austin, ma questo non era necessario leggerlo nelle note, visto che solo in mezzo al deserto del Texas sanno creare questo sound elettro-acustico così perfetto, la stessa via di mezzo tra rock e folk che in mano ad un Alejandro Escovedo o a tanti altri eroi della città ha creato miracoli. Qui di moltiplicazioni dei pani e dei pesci non se ne vedono, ma di canzoni dannatamente buone sì, e pure molte (il disco ha tredici brani e dura 55 minuti, e per una volta pare difficile localizzare dove si sarebbe potuto tagliare per un minimo di senso della sintesi). Avrete capito che qui di colpi di testa non se ne prendono, Cooper pare uno dei tanti che se gli sposti una nota sul pentagramma cade in crisi esistenziale, ma è anche uno che ha prodotto uno di quei tran-tran fatto di ballate ariose (la stessa
Tucson che apre dopo un interlocutorio opening, ma ancor più l'irresistibileBehind), di bar-rock da balera (Swaggerin' Staggerin) e spruzzate soul (Punching Out) che ci piaceranno sempre.

Non manca nulla dunque, c'è la slow-song con assolo evocativo e pure archi a perdere nel lungo finale (
Snapshot), una bella saltellante country-song con piano honky-tonk incorporato (Topsy Turvy) e l'immancabile blue-collar rock da manuale (Stir It Up), oltre che ad una buona band che ha nella chitarra di Wil Woodward e nella bella voce di Kim Hundl i punti di forza. Per le compilation da macchina vanno sicuramente annotate la strappalacrime Open Guitar Case, l'highway song di turno Pullman Company Mane il diario di viaggio del finale acustico di Hippie Riviera, ma davvero i momenti di noia sono pochi (forse la promessa di matrimonio di Wearing Your Ring), e il tasto play si rischiaccia volentieri. Probabilmente di più non speravano neanche gli LL Cooper.
(Nicola Gervasini)

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