giovedì 9 settembre 2010

THE VILLAGERS - Become a Jackal


C'è sempre l'imbarazzo della scelta su da che parte iniziare a raccontare un'opera prima, per cui partiamo dalle cose semplici. I Villagers vengono da Dublino e Becoming A Jackal è il loro primo album, ma già in precedenza avevano licenziato il giusto quantitativo di singoli ed EP sufficiente a far chiacchierare la rete sulla loro venuta. Conor O'Brien è il nome del nuovo genietto da segnarsi come talento da seguire, un artista dotato del necessario talento nell'unire in uno stesso album citazioni di ogni tipo, che dall'Inghilterra arrivano in America passando per pop, new wave, moderno indie rock e un pizzico di originalità che non guasta. Completano la band i compari Tommy McLaughlin, James Byrne, Danny Snow e Cormac Curran, tutti con poche esperienze alle spalle, e soprattutto tutti in odore di essere solo compagni occasionali di un viaggio personale. Di O'Brien a Dublino si era già parlato molto nel 2006 per il disco pubblicato insieme agli Immediate (In Towers and Clouds, un piccolo cult-record irlandese), ma quella era una vera band, con una più decisa parentela con l'elettronica e new wave di fine anni 70.

Voce sofferta e tremolante, con quel piglio un po' scazzato che va un po' di moda tra i nuovi eroi (e tra l'altro non sfugge una certa somiglianza con il Conor Oberst dei Bright Eyes), O'Brien fa parte della categoria di artisti che scrivono canzoni con urgenza, ma si scervellano a lungo per trovare un modo per farlo nella maniera meno ovvia possibile. Per cui è difficile darvi delle coordinate precise per capire questo disco sulla carta, Becoming A Jackal inizia infatti con i toni spettrali di I Saw The Dead, tra archi e pianoforti da colonna sonora (ho visto i morti ballare e mi chiedono di raggiungerli…), prosegue con l'aria da songwriter delicato (il paragone fatto dalla stampa inglese con Paul Simon può anche essere calzante) della title-track, fino all'incedere alla Okkervil River di Ship Of Promises, sicuramente uno dei brani più notevoli della raccolta (una bella riflessione sui ruoli che abbiamo da recitare nella vita di tutti i giorni). Il disco poi rallenta, con una Home che ricorda alcune stramberie dei Two Gallants e i geniali quadretti descritti in The Meaning Of The Ritual, ma prima della fine c'è di che godere per il bellissimo scherzo pop di The Pact (I'll Be Your Fever) e Set The Tigers Free.

Nonostante l'album sia di quelli da ascoltare a lungo e digerire con calma, quello che traspare è che poi alla fine tanto prodigarsi tra strumenti diversi e ricerca di ritmiche non convenzionali, si traduca in un disco molto melodico, diremmo quasi "pop" solo per non usare una parola come "easy" che potrebbe essere interpretata come un dispregiativo. Invece la forza di queste canzoni è proprio quella di avere spesso una musica melodiosa che contrasta con le sue liriche oscure, tipiche di un giovane in pieno cambiamento e maturazione. C'è ancora da lavorare per diventare grande, ma le premesse all'esordio sono già quelle giuste.
(Nicola Gervasini)

www.wearevillagers.com
www.myspace.com/villagers


21/7/2010 Rootshighway

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