martedì 18 gennaio 2011

JASON SIMON - Jason Simon


L’episodio non è nuovo: il leader di una rumorosa e possente hard-band decide di provare a staccarsi dal gruppo per intraprendere una carriera da soffuso e funereo cantautore, un passaggio azzardato che ha portato fortuna a qualcuno (Mark Lanegan ad esempio). Questa volta a provare l’azzardo è Jason Simon, dodici anni di onorata (e tutto sommato celebrata) carriera con i Dead Meadows, gruppo dedito ad un tardo stoner-rock con molte influenze prog e psycho anni 60, non certo dei padroni di casa su queste pagine, ma un combo che ha sicuramente detto cose importanti negli anni 2000. Probabilmente folgorato sulla via dei tanti freak-folker di questi anni, Jason ha deciso di provarci con un disco che sa di Bonnie Prince Billy, Bon Iver, Iron & Wine, e mi fermo qui perché la lista sarebbe lunga. Un passo fatto con attenzione ai particolari, tanto è vero che per mixare il tutto si è affidato a Dave Schiffman, tecnico del suono già per Johnny Cash e Jayhawks (ma il curriculum è vario e chilometrico). Il tutto corredato con una copertina che lo ritrae solitario in quello che sembra essere, a tutti gli effetti, uno chalet di montagna, quasi un richiamo al recente mito indie di Bon Iver, capace di uscire da una simile solitaria clausura con un disco che ormai possiamo anche ritenere seminale nel genere. Il risultato è sicuramente intrigante, Jason dimostra che, spogliate dal muro del suono della band, le sue canzoni stanno in piedi da sole, anche magari quando eccede in autoindulgenza dilatando i tempi oltre il consentito, considerando anche il “non-ritmo” generale (l’accoppiata Good Hope Road e The Dust Does Blow è da sei minuti e passa al pezzo, una richiesta di attenzione severa quanto eccessiva). Non ci sono grandi variazioni sul tema, i 45 minuti passano in compagnia dei suoi testi intimisti, della sua bella voce, e di intrecci di chitarre sospese tra folk e blues. Da notare le belle I Let It Go e A House Up On The Hill, brani che probabilmente faranno fatica a risaltare perché immersi in un insieme fin troppo rilassato, e soprattutto la riuscita cover di As I Went Out One Morning di Bob Dylan, quasi un pegno da pagare al mondo del folk prima di esserne ammesso. Sottolineare l’eccessiva paludosità di queste canzoni non vuole essere una bocciatura, probabile anzi che questo disco sia l’inizio di una nuova vera carriera da folker, visto che di buona carne sul fuoco ce n’è, ma a questo punto provi ad osare di più in termini di ricchezza degli arrangiamenti, magari emulando meno modelli pre-esistenti, e otterrà risultati più importanti.
Nicola Gervasini

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