giovedì 27 gennaio 2011

SOLOMON BURKE & De Dijk - Hold On Tight


Proviamo a valutare l'accaduto dal punto di vista dei De Dijk: che Solomon Burke, probabilmente il più grande soul-singer in vita, fino a poche settimane fa, decida di fare un disco di cover inglesizzate di una sconosciuta soul-band olandese, abituata tra l'altro a pubblicare dischi nella inesportabile lingua madre, suona più o meno come se Bob Dylan pubblicasse un disco dei migliori brani dei Mandolin Brothers o Bruce Springsteen producesse un bel "The Cheap Wine Sessions". Per cui potete ben immaginare quale fibrillazione provasse Huub Van Der Lubbe, leader di una band che in patria pubblica dischi colorati di black music fin dal 1982, mentre attendeva l'arrivo di Burke in quel fatidico 10 ottobre scorso. C'era un grande concerto da fare insieme, la consacrazione di una oscura carriera da outsider europei, coronata da un così enorme (in tutti sensi) sponsor. Ma la Nera Signora, si sa, ama gli scherzi di cattivo gusto, e così ha deciso che era ora richiamare il nostro Solomon ai suoi doveri di anima eterna e gli ha fatto cedere il cuore (che tante ne ha viste e passate, da non essersi poi tanto ribellato all'idea di un po' di riposo) proprio nell'aeroporto di Amsterdam.

Per cui noi piangiamo la dipartita di una voce fantasmagorica, che in questo decennio che volge alla fine ci ha regalato perlomeno tre grandi dischi da ricordare vita natural durante, ma il buon Van Der Lubbe e compari piangono la fine di un sogno proprio sul più bello. Fortuna loro che la Nera Signora ama evidentemente la soul-music di prima qualità, perché ci piace pensare che abbia ritardato l'appuntamento a Samarcanda di Burke solo per permettergli di conoscere casualmente nel corso di un festival i De Dijk, e con loro registrare questo Hold On Tight. Che è il disco più genuinamente soul e "marchiato Solomon Burke" di tutta la sua tarda carriera, perché non confezionato con l'ausilio di un grande produttore (Joe Henry e Don Was furono i registi della rinascita di questi anni 2000), e nemmeno con l'utilizzo di brani sovra-firmati (non più cover di Dylan, Van Morrison o Rolling Stones dunque) o di tradizioni musicali già pre-confezionate (quella country, rivisitata nell'ottimo Nashville, ad esempio). Qui ci sono solo brani a noi sconosciuti (impervio sarebbe il tentativo di recuperare gli originali in olandese), che suonano tutti come se fossero degli imprescindibili classici, e realizzati come se non importasse molto doversi accorgere che siamo nel 2010 e non nel 1964, ma nemmeno senza scimmiottare troppo il sound arcaico del Burke più giovane e spavaldo.

E' semplicemente la soul-music di oggi: fiati caldi, organi hammond, chitarre discrete e tante influenze extra-genere. E poi quella voce, quel trasporto nel cantare, quell' emozione che solo Solomon, uomo fisicamente immobile e inespressivo, riesce a trasmettere da sempre in maniera unica e inimitabile. Punto in più poi per la varietà d'idee offerta dai De Dijk, che non si sono limitati solo a fornire soul-music da manuale (la title-track che apre è già un evergreen), ma hanno portato Burke anche sui territori della folk-ballad (la splendida My Rose Saved From The Street, un brano che sarebbe piaciuto molto a Willy DeVille, guarda caso richiamato nel piano di Good For Nothing) o del cajun acustico alla JJ Cale di More Beauty. Per il resto è pura festa soul al 100% (Text Me, unico brano a firma Burke), piena di energia (What A Woman o l'irresistibile I Gotta Be With You), o ballatone strappalacrime in pura tradizione (No One). In ogni caso tutto fila via alla perfezione (ma quanto è bella e tesa The Bend?), come anche la Perfect Song che chiude in stile da tragedia raminga il miglior epitaffio che un artista potesse desiderare. Un addio da piangere davvero, so long Solomon.
(Nicola Gervasini)

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