lunedì 9 maggio 2011

PAT ANDERSON - Magnolia Road


Pat Anderson
Magnolia Road
[Cross Country Record 2011]



Ogni tanto ci vuole un Pat Anderson "qualsiasi" che esordisce ancora in pieno 2010 con il più classico dei roots-record, uno dei mille cantautori a metà strada tra rock blue-collar e country di Nashville. Ci vuole perché, se è vero che sul campo le idee nuove sono finite da tempo e i clichès sono inossidabili e cementificati, è pur vero che avere qualche forza fresca fa sempre bene alla causa. Pat Anderson a Nashville ci è arrivato come tanti per cercare fortuna e audience, ma lui è un vero Okie (originario dell'Oklahoma) che ha girato l'America prima di trovare l'occasione giusta. Prendete dunque Magnolia Road per quello che è, il disco che farebbe Chris Knight se decidesse di ingentilire il suo sound, e neanche poi troppo, visto che qui a rockeggiare il sound ci pensa il prode guitar man Will Kimbrough, una garanzia di produzione professionale lui stesso, così come tutti i validi comprimari coinvolti nel disco (Nick Buda alla batteria, l'ex-Jayhawks e Last Train Home Jen Gunderman alle tastiere, Tim Marks al basso e Rob McNelley all'altra chitarra). Va sottolineata inoltre la produzione dell'esperto Chad Carlson, uno che sul caminetto ha un Grammy vinto per i servigi tecnici offerti a Taylor Swift, giusto per capire da dove viene questo suono così pieno, pulito e perfettino, forse penalizzante negli episodi più da bar come Six Spent Shells, che magari avrebbero avuto ben altro impatto con un minimo di sana improvvisazione in più.

Ma è innegabile che Magnolia Road sia uno di quei casi in cui l'artista risalta soprattutto grazie ad una produzione di primo livello, perché prese singolarmente le composizioni di Anderson hanno dalla loro la tipica potenza lirica delle opere prime, ma contro anche una mancanza di evidenziabili spunti personali. Lui stesso dichiara di aver voluto seguire la tradizione folk nei racconti da puro heartland rock di Bullit County Cage (con la sua storia in pure stile Nebraska) o della coinvolgente Martinsville. Per il resto i trucchi sono soliti, tra mid-tempo buoni per viaggi in macchina (Follow Me Down, The Hometown Blues) che sono quel genere di buone canzoni al limite dell'FM sound che ad un Jack Ingram non riescono più così da tanto bene.

Quando il ragazzo si butta sulla ballad il feeling è quello giusto, ma affiorano inesorabili i limiti in fase di composizione (She's The One, la stessa Magnolia Road), e non convince al 100% anche il singolare tentativo di trasformare l'hit springsteeniana Dancing In The Dark in un country-folk da crocicchio di strade, non tanto per colpa del brano (che ha comunque un testo oscuro quanto basta per diventare un mezzo-blues), quanto perché l'interpretazione finisce per tradire un eccessivo formalismo. In ogni caso, se siete costretti a laboriose cernite tra i mille losers solitari di Nashville, Pat Anderson potrebbe stare nella schiera di quelli da prendere in considerazione.
(Nicola Gervasini)

www.patandersonmusic.com

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