giovedì 20 febbraio 2014

SOUL PAINS

Soul Pains
Bitter Day
(Udedi/901 Mississippi 2013)
File Under: Italsoul

Dopo anni di letargo, sommerso da rap, R&B e hip-hop, il classic-soul è tornato decisamente alla ribalta negli ultimi dieci anni a livello internazionale, per cui è lecito aspettarsi una conseguente ondata italiana di genere. Nel nostro sottobosco amatoriale la passione per la black-music 60-70 non è mai venuta meno in fondo, fin da quegli anni ottanta quando sulla scia del successo dei Ladri Di Biciclette (che fallirono però l’ingenuo tentativo di trovare una via credibile “in italiano”) fiorirono una miriade di emuli a livello amatoriale, spesso non sempre adatti al ruolo, tanto che da sempre bisogna sempre essere molto selettivi nello scandagliare il pentolone soul nostrano. Per questo segnaliamo l’esordio dei cosentini Soul Pains, perché il loro Bitter Day è innanzitutto un disco che rifugge dalla facile strada delle cover, e secondo perché il livello produttivo comincia ad essere importante e curato anche in quei dettagli che fanno ancora la differenza, nonostante oggi la registrazione di un album non la si neghi più a nessuno. Certo, i giri di chitarra sono quelli già sentiti in un qualsiasi disco di Sam & Dave, i fiati seguono partiture che certo non rivoluzionano il genere, e il cantante Mr T (nickname di Matteo Tenuta) annerisce a forza fin dove può la voce, ma l’insieme è frizzante, e soprattutto i brani sono ben scritti (particolare menzione per la title-track, lo spirito di Solomon Burke approva e ringrazia dall’alto). E gli altri non saranno i nuovi Dap-Kings, ma il livello è tranquillamente assimilabile agli olandesi De Dijk, che proprio Burke aveva scelto come backing-band giusto prima di morire per lo splendido Hold On Tight. Tra band, fiati e coriste la band conta undici musicisti, tutti impegnati a ripercorrere la storia della black music dal soul classico (It Takes Two To Tango) alle smussature del Philly-sound di Fourth Floor, allo ska di Promise e Come On, allz sugar-ballad alla Smokey Robinson di She. Per il resto è puro soul-show grazie alle ottime performance delle vocalist e ad un combo che pare aver mangiato sufficiente polvere per reggere il compito. Resta un’operazione di pura devozione ad un altro mondo, salvata anche dalla grande dose di ironia profusa in testi e immagine della band, ma se prendiamo per moderni i dischi di Sharon Jones, allora nessun problema a farsi un giro anche in questo soul calabrese.
Nicola Gervasini



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