venerdì 28 febbraio 2014

DAVE VAN RONK

Van Ronk says to Bobby: she’s the next real thing". E’ un verso di (You will) Set the World On Fire,  un brano del David Bowie di The Next Day, nel quale si disegna un quadro del Greenwich Village degli anni sessanta attraverso le figure che più lo hanno caratterizzato. C’è Bobby (Dylan), ci sono Joan Baez, Pete Seeger e Phil Ochs, c’è il futuro (la lei del verso si riferisce a Joni Mitchell). E poi c’è Dave Van Ronk, l’uomo onnipresente in ogni foto o in ogni grande avvenimento del quartiere più bollente di New York. Lui stesso, fino alla morte (2002), ha ripetuto in ogni intervista che non capiva come mai lo si infilasse sempre negli elenchi degli eroi del periodo, visto che i suoi dischi restano perlopiù dimenticati. I cultori del genere vi diranno che No Dirty Names del 1966 è un disco sottovalutato, fatto di trame chitarristiche sopraffine e con una modernità ancora oggi evidente, ma per sua sfortuna uscì quando il folk era già in fase calante, ucciso l’anno prima dalle elettriche di Dylan e dalla scoperta dei Byrds che le stesse canzoni potevano anche divenire pop-songs di successo. Lo chiamavano “Il Sindaco di MacDougal Street”, insegnò il blues a Dylan e fu un timido testimone di eventi e personaggi più grandi di lui. E si rifiutò per tutta la vita di prendere la patente e di volare su un aereo, così, senza un motivo particolare. Proprio come un personaggio di un film dei Coen.

Nicola Gervasini

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