mercoledì 4 novembre 2009

BRANDI CARLILE - Give Up The Ghost


La questione non è tanto chiedersi se Brandi Carlile possa essere o no degna dell'Olimpo del cantautorato femminile americano, quanto arrendersi all'evidenza che nel rock certe alchimie perfette a volte capitano anche un po' per caso. E due anni fa capitò che una delle tante ragazzette nate artisticamente nell'era post-Lucinda Williams, dotata di bella voce e già forte di un discreto disco d'esordio nel curriculum, si ritrovasse nello studio giusto (pagato con i pochi soldi che una major come la Columbia dedica ancora al genere), con il produttore giusto (un T-Bone Burnett particolarmente furbo nel rendere pieno d'anima un suono molto mainstream), che diede il suono giusto alle canzoni giuste. Ma la storia, si sa, si ripete all'infinito, e se il suo The Story resta uno dei più azzeccati dischi femminili del decennio, esattamente come lo fu Trampoline per Tift Merritt, questo Give Up The Ghost ne sancisce l'inevitabile ridimensionamento artistico, esattamente come è successo alla bionda collega con il successivo Another Country.Non parlate di delusione però, che Brandi Carlile non avesse la statura da grande autrice traspariva anche dalle pagine di The Story, semplicemente in questo caso l'intesa con il nuovo produttore Rick Rubin (basta il nome per capire che razza di investimenti si stanno facendo su questa ragazza) non ha creato gli stessi fuochi d'artificio del menage con Burnett. Di chi è la colpa? Parzialmente della stessa Brandi, che per la grande occasione si presenta con un carnet povero di dieci canzoni, con parecchi riempitivi senza grande futuro (la sequenza finale I Will, If There Was No You e Touching The Ground vola davvero basso). Colpa di Rubin anche, immenso artigiano del suono quando la musica si fa estrema (o tutta acustica o ad alto voltaggio hard rock), ma troppo indeciso sulla strada da intraprendere quando deve tenere i toni medi e dimessi richiesti da queste canzonette intime e leggere. Colpa della Columbia anche, e di quella stramaledetta necessità delle grandi produzioni major di avere ospiti di riguardo, abitudine che fa si che nei credits scorra il nome di Chad Smith dei Red Hot Chili Peppers senza trovarne riscontro ritmico nella musica, o venga mal sfruttata una delle sortite roots di Sir Elton John, che scomoda persino il suo arrangiatore d'oro Paul Buckmaster per risolvere cotanta presenza in Caroline, divertente quanto innocuo episodio che fa rimpiangere davvero le scintille prodotte da Elton con Cindy Bullens (ricordate lo splendido Dream #29?). Le note positive non mancano fortunatamente, e sono tutte concentrate nella partenza di Looking Up (che ha lo stesso suono di The Story), nelle poche notevoli prove d'autore (Dying Day e That Year) e in una Dreams che finalmente tira fuori unghie e rabbia. Troppo poco per la gloria, abbastanza per continuare a nutrire interesse e stima per lei, con il forte sospetto che per il prossimo album dovrà cavarsela da sola senza tanti aiuti così illustri. (Nicola Gervasini)

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