venerdì 20 novembre 2009

PORT O'BRIEN - Threadbare



Novembre 2009
Buscadero



Prova importante e attesa questa per i Port O’Brien, band californiana che licenzia con Threadbare il terzo disco. Il loro All We Could Do Is Sing resta a conti fatti una delle più deliziose sorprese indie-folk della scorsa annata, un disco nato per metà in Alaska, dove il leader Van Pierszalowski ha scritto molti brani mentre seguiva il padre a caccia di salmoni su un peschereccio. Progetto nato un po’ per caso con l’amica/cantante/songwriter Cambria Goodwin (panettiera di professione), quella dei Port O’Brien è ora una piccola barca che ha arruolato altri comprimari (al momento sono Ryan Stively, Gram Lebron, Tyson Vogel, ma cambiano spesso a seconda dei tour) per un viaggio davvero particolare. Che il gruppo sia in verità un duo è anche confermato dal video del singolo My Will Is Good, dove i compassati Van e Cambria si esibiscono tra piccole ginnaste. Provatevi, se ci riuscite, a chiedere loro che genere di musica suonano, vi risponderanno con una sonora risata, tanto basta per capire che tocca a noi definire in qualche modo questo freak-folk generalmente acustico (in questa avventura affiora qualche elettrica in più), che tanto rimanda alla Akron Family, con quell’innato gusto pop di fondo che ha portato molta stampa americana a paragonarli ai Pavement, gruppo con cui condividono poco del sound, ma molto dell’attitudine da anti-star. Diciamo subito che Threadbare ribadisce quanto di buono detto su di loro, anche se lascia un po’ di rammarico in quanto non offre poi grosse variazioni rispetto alla loro ricetta iniziale. I brani corali restano il loro marchio di fabbrica, e se con Oslo Campfire o con la title-track trovano la melodia giusta, in alcuni casi l’amalgama rallenta un po’ troppo il ritmo (In The Meantime o Next Season). In particolare è quando sale in cattedra Pierszalowski che l’album sembra scagliare le frecce migliori (My Will Is Good, Sour Milk/Sad Water), trovando il proprio zenith nella lunga e centrale Calm Me Down, sorta di lenta Cortez The Killer in salsa indie, e in una Leap Year che richiama addirittura i momenti più tormentati dei Dinosaur Jr. Purtroppo il finale non è altrettanto coinvolgente, con una Goodwin che si addormenta un po’ troppo sul pianoforte di Darkness Visible, una Love Me Through godibile quanto fin troppo leggerina, e una ripresa dell’iniziale High Without The Hope che riporta le note nell’atmosfera liquida e marina della copertina. Conferma a buoni livelli dunque, ma anche mancato passo in avanti: Threadbare ha l’aria del classico disco di passaggio, ma dove sia diretto lo scafo dei Port O’Brien pare ancora difficile da intuire.
Nicola Gervasini

2 commenti:

Elvis Spectrum ha detto...

sembra molto interessante!
complimenti per la rece, incuriosisce parecchio...

Ennegì ha detto...

grazie a te....disco interessante e molto particolare, necessita di molti ascolti...recupera il precedente se ti piace, che forse era anche meglio

ciao!

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