lunedì 9 novembre 2009

THE DUKE & THE KING - Nothing Gold Can Stay


07/10/2009
Rootshighway






Il Duca e il Re nella letteratura americana sono i due imbroglioni che con l'inganno vendettero lo schiavo nero Jim agli zii di Tom Sawyer nel libro Le Avventure di Huckleberry Finn di Mark Twain. Una versione yankee dei nostri Gatto e Volpe collodiani (i due libri sono curiosamente usciti praticamente in contemporanea tra il 1883 e il 1884), ma in genere originati da una tradizione popolare che vuole il truffatore per antonomasia essere un perfetto mix di furbizia e cattiveria, ma anche di fascino e nobiltà. The Duke & The King sono dunque due farabutti della musica d'oltreoceano: il Duca (Simone Felice) è uno dei fratelli terribili che stanno scrivendo le migliori pagine di roots-music degli ultimi mesi (Yonder Is The Clock sembra davvero aver messo d'accordo tutti o quasi), il Re (Robert "Chicken" Burke) è un batterista/DJ spesso utilizzato da George Clinton (ad esempio nel progetto dei Drugs), esperto di battiti elettronici e ammenicoli da funky/hip hop. Ci si potrebbe dunque aspettare uno dei tanti ibridi tra folk e black music, invece qui sta il primo vero imbroglio: Nothing Gold Can Stay è un bel disco di cantautorato americano, con quel piglio da "indie-folker" che spesso veniva vagheggiato anche nei dischi dei Felice Brothers, e che qui trova tutta la propria piena libertà d'espressione. Ed è il disco stesso che inganna non poco: all'inizio sembra un unico piatto sospiro disturbato da qualche rumore elettronico, a volte tendente addirittura ad un barocco pastone psichedelico di voci e tastiere (Lose My Self) che lascia perplessi. Poi però alla lunga le canzoni vengono fuori in tutta la loro potenza, la produzione volutamente lo-fi e home-made non riesce a tenere a freno la bellezza melodica di una The Morning I Get To Hell, l'incisività pop di Still remember Love, il tocco lieve di Suzanne, dove chitarre roots e trombe jazz si intersecano alla perfezione. Sono brani come Summer Morning Rain, gentile folk song senza innovazioni da proporre, che all'inizio ti passano nelle orecchie come il festival del già sentito, ma non ti mollano più e ti chiamano di nuovo di giorno in giorno. E' questo dunque il grande imbroglio del Duca e del Re, l'aver confezionato un cd che sulla carta sembrava solo un avventuroso spin-off della saga dei Felice Brothers in ambiti extra-roots, quando invece è "solo" una bella prova d'autore di Felice, con una produzione intelligente e aperta che ne fa un disco rivolto più al mercato del rock alternativo e indipendente che a quello dell'americana-music. Il grunge ci ha insegnato come spesso i dischi nati da collaborazioni parallele ai grandi nomi (ad esempio Temple Of The Dog, Brad, Mad Season) siano la vera cartina al tornasole dello stato di salute di un gruppo, se non di tutta una scena. Nothing Gold Can Stay ci conferma quindi che se qualcosa di importante sta succedendo in questi mesi, sta sicuramente passando dalle parti dei Felice Brothers. Contando anche che Simone, dei Felice Brothers, è "solo" il batterista. (Nicola Gervasini)

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